
"Ragazzi, distinguete il bene dal male, perché il conto da pagare è alto"



1 ottobre 2026
In questo numero torniamo a occuparci di mafia, perché è necessario tenere alta l’attenzione. L’ho toccato con mano poco tempo fa a Palermo, incontrando un gruppo di commercianti che si sono ribellati al pizzo e stanno pagando un prezzo altissimo per il proprio coraggio. Forse qualcuno s’illudeva che le estorsioni mafiose sui territori fossero acqua passata, dopo le grandi mobilitazioni degli anni Novanta e Duemila. Non è così.
A Palermo si spara di nuovo, ma non è solo mafia
Gli esattori dei clan sono numerosi e arroganti come prima, mentre oggi sempre meno persone denunciano. Quelle poche sono ferite dall’isolamento sociale più ancora che dalle minacce. Lo stesso vale per gli amministratori onesti che rifiutano i compromessi, gli avvertimenti, le “mance” che i mafiosi offrono per “aggiustare” certe situazioni. Anche loro si ritrovano spesso soli ed esposti, sebbene rappresentino un soggetto in teoria forte e capillare come lo Stato. Ci sono insomma tante vite in balia di ricatti, intimidazioni, pressioni economiche o politiche esercitate dalle mafie e da chi le fiancheggia. Tante persone per cui la criminalità non è un argomento da approfondire, ma un pericolo reale e vicino.
Mentre scrivo, c’è una storia in particolare che mi risuona dentro. È la storia di Denise, la figlia di Lea Garofalo, una ragazza a cui ho voluto molto bene e che ci ha lasciati in maniera tragica. Ne avrete sicuramente sentito parlare in queste settimane, non sempre purtroppo in termini rispettosi e chiari.
Nessuna delle due aveva commesso reati, ma entrambe hanno pagato con un isolamento simile al carcere la scelta di testimoniare
Lea Garofalo era una testimone di giustizia. Non una collaboratrice o una “pentita” come qualcuno ha scritto. Non aveva nulla di cui pentirsi, se non forse l’aver affidato i propri sentimenti a qualcuno che non li meritava. Quell’uomo, il suo ex compagno (Carlo Cosco, ndr), il padre di sua figlia, l’ha fatta ammazzare per vendetta, dopo che Lea aveva scelto di aiutare la magistratura rivelando ciò che sapeva sui suoi traffici criminali. Probabilmente lui non si aspettava che proprio la giovane figlia ne avrebbe seguito l’esempio e onorato la memoria, diventando testimone a sua volta e contribuendo a farlo arrestare.
Testimoni di giustizia, l'atto di ribellione alle mafie che lo Stato non protegge abbastanza
Nate in un contesto segnato dalla violenza e dall’omertà, sia Lea che Denise hanno scelto di rinnegare quei codici nel nome della libertà e dell’amore. Nessuna delle due aveva commesso reati, ma entrambe hanno pagato con un isolamento simile al carcere la scelta di testimoniare. Ed entrambe alla fine sono morte, spezzate da quella stessa violenza che avevano denunciato.
Quando ha scelto di lottare per darle giustizia, l’abbiamo trasformata in un’eroina civile, dimenticandoci però che, dietro l’icona, si nascondeva l’anima fragile di una ragazza costretta a caricarsi una croce così gravosa
La criminalità non uccide solo nel momento in cui spara o elimina un corpo, come è stato per Lea. Esiste una violenza mafiosa “differita” che agisce sottotraccia per anni, insinuandosi come un veleno nei meandri dell’anima. Recide le radici, avvelena i ricordi, instilla sensi di colpa per la presunta “infedeltà” al proprio sangue. Per questo abbiamo parlato tante volte di “morti vivi”, riferendoci alle vittime indirette delle mafie. E per lo stesso motivo possiamo forse spingerci a definire il suicidio di Denise come un omicidio lungo 17 anni: il tempo che è passato dalla morte della mamma.
Quando ha scelto di lottare per darle giustizia, l’abbiamo trasformata in un’eroina civile, dimenticandoci però che, dietro l’icona, si nascondeva l’anima fragile di una ragazza costretta a caricarsi una croce così gravosa. Non voglio accusare nessuno, sia chiaro. Riconosco che nella storia di Denise lo Stato è intervenuto senza esitazioni, con competenza e spesso anche con umanità. C’è stato, lo Stato, si è fatto vicino, ha messo persone di valore al suo fianco, che hanno provato a curare la sua anima, oltre che custodire il suo corpo. Ma le ferite erano così profonde che nessuno ha saputo ricucirle davvero. Denise non è stata abbandonata, eppure a un certo punto si dev’essere sentita comunque troppo sola, lacerata, incapace di reggere ancora.
Se ha scelto di morire non è perché non amasse la vita, ma perché la vita che stava vivendo non le apparteneva più, costringendola a mentire ogni giorno, a nascondersi, ad avere paura. C’è un verso di Fabrizio De Andrè scritto per un suicida che mi torna alla mente: "Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero". Così vorrei che fosse il cammino di Denise: non un sentiero irto di giudizi, né una strada lastricata di elogi, ma una corsa nella purezza e nella semplicità dei fiori. Spero che adesso ritrovi il profumo e la bellezza che non era più riuscita a percepire dalla morte della mamma. Tanto che neppure la gioia di essere diventata madre a sua volta le aveva tolto la nostalgia, il desiderio bruciante e impossibile di riabbracciare la propria.
Commissione antimafia, Colosimo dimentica i testimoni di giustizia
Oggi non possiamo limitarci a pensare: "Povera ragazza, era ovvio finisse così". Mi ribello a questo pensiero! Mi ribello per il bene che ho voluto a Denise e per l’affetto che porto ad altre donne e ragazze che continuano a lottare per la propria vita, dopo aver scelto di abbandonare contesti di violenza e crimine organizzato.
Chiediamoci: che cosa manca al nostro modo di accompagnare le vittime, i testimoni, le persone che portano un peso che non vediamo? Quale sensibilità, quali strumenti in più possiamo e dobbiamo sviluppare, per affiancare al rigore delle regole il calore della cura? Se la morte di Denise non smuove le nostre certezze, se non segna l’inizio di una revisione profonda delle politiche di protezione dei testimoni, allora abbiamo perso tutti.
Dobbiamo invece trasformare questo dolore in una responsabilità collettiva e non negoziabile. Dobbiamo continuare a guardare in faccia le mafie, anche leggendo sulle facce delle persone che incontriamo le richieste di aiuto più silenziose. Il desiderio di un cambiamento impossibile da soli, ma urgente e doveroso insieme.
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti
Il nuovo numero dedicato alla "criminalità riorganizzata": dalle reti finanziarie clandestine al narcotraffico, dalle nuove tecnologie alla violenza che torna nelle strade di Palermo. Un dossier che mette in fila numeri, inchieste e testimonianze per mostrare il volto attuale delle mafie
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti