
Permessi dal carcere duro e telefonini in cella, il pericolo dei boss che tornano al comando


1 ottobre 2026
Qual è il ruolo che un’associazione antimafia può rivestire nel mondo intricato in cui viviamo, dove il sistema economico educa costantemente alla performance e al primeggiare delle culture mafiose? È questa la domanda che ha accompagnato 150 ragazze e ragazzi di Libera da tutta Italia per cinque giorni, quest’estate. Un momento di formazione per costruire insieme l’anno sociale che sta iniziando, mettere in fila le priorità e continuare sui percorsi già iniziati. Con un obiettivo: capire come agire sulla stratificazione delle disuguaglianze nelle quali siamo immersi e che alimentano in modo strutturale le mafie. Durante le giornate alla cooperativa sociale Al di là dei Sogni di Maiano di Sessa Aurunca (Caserta), abbiamo lavorato sulle proposte che possiamo mettere in campo di fronte a tutto questo, ragionando di metodi e strumenti.
A E!State liberi ho capito la forza di sognare
Il primo passo che abbiamo fatto è stato riflettere su come allargare la partecipazione. Ci siamo accorti che le cosiddette “questioni giovanili” in realtà sono difficoltà da affrontare con alleanze intergenerazioni e trasversali per la difesa dei diritti, mettendo in pratica ancora una volta ciò che Libera ha nel suo dna da trent'anni. Ci sono alcuni esempi molto efficaci per restituire la complessità di una realtà che sembra portare all’isolamento: la precarietà, lo sfruttamento, le ingiustizie e le guerre. Su questi temi la mobilitazione può essere davvero ampia, coinvolgendo dal mondo cattolico ai centri sociali, passando per i sindacati.
Partecipazione giovanile, altro che apatia
Per riuscire a far avverare alcuni propositi, c’è però bisogno di presenza, che per noi significa esserci ancora di più nei quartieri e nei contesti relegati ai margini, per costruire relazioni e spazi di crescita. Significa stare nei quartieri periferici, spostarci dal centro e metterci in discussione. Ed è proprio in questa scomodità che si ravviva la memoria delle vittime innocenti delle mafie. Come ha ricordato Elena Borsellino durante il campo, "la violenza mafiosa si propaga come un incendio, non danneggia solo le vittime dirette, ma soffoca persone, ambiente, pensiero, comunità, vita. Fare memoria vuol dire guardare l’incendio e il dolore che provoca agli occhi, ai polmoni, al cuore e combatterlo". Abbiamo deciso di esporci a partire da questo senso di fragilità e di forza.
C’è bisogno di presenza, che per noi significa esserci ancora di più nei quartieri e nei contesti relegati ai margini, per costruire relazioni e spazi di crescita
Abbiamo scelto di unire la storia di un recente e sanguinoso passato con il presente. Mentre camminavamo per le strade di Castel Volturno, abbiamo raccontato le storie di Wissem ben Abdellatif, Ousmane Sylla e Moussa Balde, morti suicidi all’interno dei Centri di permanenza per il rimpatrio, strutture che il governo vuole costruire anche nel territorio campano. Insieme a loro, abbiamo ricordato gli altri “invisibili”, quelli che ogni giorno vengono sfruttati nei campi. Proprio in questo territorio, nel 2008, sono stati assassinati da un gruppo scissionista del clan dei Casalesi, che faceva capo all’allora boss latitante Giuseppe Setola, Julius Francis Kwame Antwi, Eric Affun Yeboah, Justice Sonny Abu, Ibrahim Muslim “Alhaji”, Kwadwo Owusu Wiafe e Karim Yakubu “Awanga”.
Morti nei cpr, i familiari di Moussa Balde e Ousmane Sylla
"È il ricatto dell’irregolarità ad arricchire i clan, non l’irregolare in sé", ha affermato Francesca Rispoli, copresidente di Libera, intervenendo durante il dibattito. Ha sottolineato che in un periodo storico in cui si aprono le gabbie per garantire il benessere animale, per le persone invece si costruiscono recinti sempre più stretti. Per Libera, sicurezza significa altro: diritti, cura, solidarietà.
C’è molto lavoro da fare. Abbiamo bisogno di spazi di aggregazione e di crescita veri, in cui la presenza possa diventare esempio. Serve tempo per costruire relazioni di qualità, per decostruire etichette e provare a cambiare i contesti in cui cresciamo. Serve riaprire le serrande dei beni confiscati, per vivere questi spazi insieme ai nostri coetanei.
Il riuso sociale dei beni confiscati: una rigenerazione umana
Il luogo che ci ha ospitato in quei giorni ci aiuta ad allargare lo spazio del possibile e portare avanti la campagna "Diamo linfa al bene" anche con ragazze e ragazzi. È importante che tutti capiscano che quel 2 per cento del Fondo unico giustizia, che chiediamo di destinare al riuso sociale dei beni confiscati, può essere usato per rivitalizzare spazi culturali, economici e sportivi restituendoli alle comunità.
Serve tempo per costruire relazioni di qualità, per decostruire etichette e provare a cambiare i contesti in cui cresciamo
Il senso di quelle giornate si misurerà nei prossimi mesi, nel lavoro che possiamo costruire fianco a fianco con i referenti dei coordinamenti e dei presidi, territorio per territorio. Non abbiamo una “ricetta” sull’attivazione giovanile, ma la voglia di costruirla insieme, a partire dalla consapevolezza che non sia una questione marginale.
Libera l’Impegno, una Comunità in Crescita. Finanziato dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali, avviso 2/2024
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti
Il nuovo numero dedicato alla "criminalità riorganizzata": dalle reti finanziarie clandestine al narcotraffico, dalle nuove tecnologie alla violenza che torna nelle strade di Palermo. Un dossier che mette in fila numeri, inchieste e testimonianze per mostrare il volto attuale delle mafie
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti