
L'antropologo Remotti: "Nessuna comunità è innocente"



12 agosto 2026
A distanza di 30 anni dalla legge per il riutilizzo sociale dei beni confiscati, promossa da Libera con la raccolta di oltre un milione di firme, oggi sono 1332 esperienze di riuso sociale di immobili tolti alla criminalità: 1332 soggetti gestori hanno preso il patrimonio mafioso e lo hanno trasformato in occasioni di sviluppo. Particelle catastali sono state trasformate in un faro per la comunità: da luoghi nascosti e fermati dalla presenza criminale, sono diventate luci per tutto il territorio.
Grazie alla rete territoriale e associativa che in questi 31 anni ha preso forma, abbiamo costruito una mappatura (unica in Italia!) che mette insieme tutte le esperienze di riuso che il terzo settore e la cooperazione sociale hanno progettato: 739 associazioni di diversa tipologia, 282 cooperative sociali, 12 consorzio di cooperative e molto altro ancora.
Leggi le storie di riutilizzo sociale dei beni confiscati

Tra gli altri soggetti gestori del terzo settore, ci sono 17 associazioni sportive dilettantistiche, 38 enti pubblici (tra cui aziende sanitarie, enti parco e consorzi di Comuni che offrono dei servizi di welfare sussidiario dati in gestione a soggetti del terzo settore), 53 tra associazioni temporanee di scopo e di impresa, 67 realtà del mondo religioso (diocesi, parrocchie e Caritas), 41 fondazioni private e di comunità, 17 gruppi dello scautismo e 35 istituti scolastici di diverso ordine e grado e università. Esperienze che, oramai, sono in tutte le regioni di Italia, per segnare l’attenzione che in questi anni è cresciuta intorno al patrimonio pubblico e confiscato.

Tutte queste esperienze sono disegnate anche sulla base della tipologia di immobili confiscati: da terreni ad appartamenti, locali commerciali o grandi ville, ognuna di queste conformazioni può essere adattata alle necessità di un progetto e trovare la strada per una restituzione completa alla comunità; questa una panoramica sulle tipologie di immobili gestiti:

Raccontare quello che avviene ogni giorno sui beni confiscati alle mafie vuol dire raccontare il cambiamento che giorno dopo giorno si costruisce, con l'obiettivo di dare vita a nuove pratiche di economia e di sviluppo sostenibile
Raccontare quello che avviene ogni giorno sui beni confiscati alle mafie vuol dire raccontare il cambiamento che giorno dopo giorno si costruisce, con l'obiettivo di dare vita a nuove pratiche di economia e di sviluppo sostenibile. Nella mappatura di Libera sono stati raggruppati i 1332 soggetti gestori in macrocategorie di attività, che naturalmente tra loro si intrecciano e si sovrappongono.
La scelta di inserire una categoria “welfare e politiche sociali” non esclude che ogni azione di sostegno alla comunità sia in sé un'azione portatrice di pratiche di inclusione. Parimenti, l'esperienza quotidiana ci racconta di come i beni confiscati tutti siano portatori di posti di lavoro vero e regolare. Ugualmente, tutti i soggetti gestori che Libera ha incontrato sono portatori di promozione culturale e di sapere, di una storia nuova che sprigiona energie pulite.
Al di là dei sogni, agricoltura inclusiva nel bene confiscato alla camorra
Le esperienze di riutilizzo sociale sono, per la rete e per le comunità locali, veri e propri luoghi parlanti, in grado di diventare veicolo e strumento di conoscenza, di sapere, di identità, di storia e storie.
Sono luoghi la cui funzione, straordinariamente importante per la stratificazione della cultura collettiva, è quella di resistere al tempo, all'oblio, alla dimenticanza. E, in ultima analisi, di tracciare percorsi che, dalla memoria, siano in grado di far germogliare frutti di impegno e responsabilità.
Sono luoghi di memoria, elementi simbolici che stabiliscono, individualmente e collettivamente, relazioni profonde con chi ne fa esperienza.
In definitiva, sono luoghi di una pedagogia civile in grado di interpretare una funzione educativa di valore inestimabile. Ecco perché, nel percorso che, dal 1996, ha segnato il lavoro di Libera per il riutilizzo pubblico e sociale dei beni sottratti ai clan e per la valorizzazione delle esperienze di riutilizzo, il nesso profondissimo tra memoria e beni confiscati non è stato mai abbandonato e, anzi, è stato costantemente valorizzato e rafforzato. Sin da subito, è apparso fondamentale affiancare alle dimensioni repressiva e giudiziaria, politica ed economica – tutte dimensioni indissolubilmente legate ai processi di riutilizzo sociale dei beni confiscati – quella, altrettanto fondamentale, culturale e sociale.
Sono decine, in tutto il Paese, i beni confiscati intitolati alle vittime innocenti. Parimenti, numerosissimi sono anche i prodotti provenienti dalle terre coltivate con metodo biologico dedicati alle vittime, una mappatura dei quali, insieme alle storie di quelle vittime, è disponibile sul sito vivi.libera.it.

La cascina della 'ndrangheta vive nel nome di Bruno Caccia
La gestione di un bene confiscato, che spesso è solo raccontata da numeri e mappe, vuol dire costruire una profonda visione politica: attraverso uno spazio pubblico ci si prende cura di un’intera comunità, ferita e tradita dalla presenza delle mafie. Il bene confiscato diventa una palestra: si sperimentano nuove modalità di cura delle persone e si attraversano limiti e fatiche. L’insieme dei soggetti gestori che raccontiamo in questa rubrica hanno imparato a trasformare i beni confiscati in beni relazionali: patrimonio pubblico attraverso il quale si consolidano legami e si attiva il protagonismo di tutt*: nessuno riceve, ma tutt* concorrono a creare qualcosa e metterlo a disposizione. Questa è l’emancipazione che ci piace: strumenti e non solo simboli.
Abbiamo imparato, osservando e studiando, che ogni esperienza di riuso sociale non è solo un progetto: è un percorso che diventa carne nella vita delle persone, fatica e sogni che si concretizzano. Sono spazi in cui prende forma l’economia sociale: un modello di sviluppo che mette al centro le persone e la comunità, che guarda al profitto economico come una leva di costruzione sociale. La sfida, che ogni progetto ci rappresenta, è quella di mettere al centro le comunità più vulnerabili: progettare per loro significa far crescere ognun* di noi,
I beni confiscati sono, quindi, luoghi dei desideri: prende forma la comunità che vorremmo.
Nelle Marche, la villa di un faccendiere mafioso diventa spazio per bambini e giovani autistici
La normativa antimafia italiana è un impianto radicato nel tempo: dal 1965 ad oggi, lo Stato italiano ha costruito un apparato in grado di contrastare la presenza delle mafie e della corruzione.
Dopo trent’anni siamo di nuovo nelle piazze: chiediamo che venga data una gamba in più alla normativa antimafia: occorre sostenere le esperienze di riuso, i Comuni e i soggetti gestori che si prendono in carica una responsabilità così grande. Con la petizione “Diamo Linfa al Bene” chiediamo che il 2 per cento del Fondo unico giustizia (Fug) possa arrivare ogni anno sui territori, chiudendo il cerchio del riuso anche per le risorse economiche: soldi confiscati che tornano alla comunità sotto forma di servizi e opportunità.
I beni confiscati, quelli che raccontiamo qui e quelli che verranno nei prossimi trent’anni insieme, sono esperienze di rigenerazione umana: legami che si consolidano nel patrimonio pubblico, e che diventano volano di opportunità e sviluppo.

Crediamo in un giornalismo di servizio a cittadine e cittadini, in notizie che non scadono il giorno dopo. Aiutaci a offrire un'informazione di qualità, sostieni lavialibera
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti
Mentre le società alzano muri, c'è chi trova nuovi modi per stare insieme
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti