La sala che ospita la tomba di Kha al museo egizio di Torino
La sala che ospita la tomba di Kha al museo egizio di Torino

Greco, direttore del museo Egizio di Torino: "Avrò pace solo quando tutti avranno visto la tomba di Kha"

Il museo appartiene alla vita della città. Compito di un direttore è custodire la memoria della società e tramandarla. Intervista a Christian Greco, direttore dell'Egizio di Torino

Christian Azzara

Christian AzzaraUfficio stampa Edizioni Gruppo Abele (Ega)

21 luglio 2021

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"Avrò pace quando ogni italiano avrà visitato la tomba di Kha". La tomba di Kha, una sorta di capomastro della XVIII dinastia egizia (1543-1292 avanti Cristo), è conservata nel Museo egizio di Torino: il più antico al mondo dedicato alla civiltà dei faraoni, secondo per importanza solo a quello del Cairo. A guidarlo dal 2014 c’è Christian Greco, egittologo e docente universitario. Con sé ha portato un’idea di museo innovativa, fresca, osmotica con l’università e al tempo stesso immersa nella città. Un museo che è memoria collettiva e materiale, ma anche polo di formazione e sperimentazione dove giovani ricercatori e nuove tecnologie vivono in relazione continua. E, soprattutto, luogo di cittadinanza attiva attraverso cui entrare in contatto oltre ogni differenza, con un altro separato da noi da migliaia di anni.

Senza ricerca, siamo un'istituzione svuotata
Christian Greco, direttore del Museo egizio di Torino
Christian Greco, direttore del Museo egizio di Torino

Lei è diventato direttore del Museo egizio di Torino a 39 anni. Perché ci stupiamo che persone giovani ricoprano ruoli importanti?
Forse è un Paese che crede poco nelle nuove generazioni. La ricetta per il futuro è investire in ricerca, innovazione e giovani: sono loro che hanno le idee più originali e dirompenti, capaci di indicarci una strada diversa. Servirebbe un patto generazionale e che l'esperienza si leghi all'innovazione. Un patto per il futuro che non abbia il limite dei nostri orizzonti di vita ma riscriva il futuro di un Paese che ha bisogno di crescere e guardare avanti, di aprirsi a un dialogo più internazionale. Dobbiamo diventare un polo di attrazione anche per i giovani che vengono dall'estero e sono convinto che i beni culturali possano avere un ruolo essenziale in questo.

Quando il Museo egizio dedicò uno sconto alle persone di lingua araba, venne contestato anche da Giorgia Meloni, con cui si confrontò pubblicamente. Lei pensa di fare politica con il museo?
Penso che il museo debba essere politico nel senso etimologico del termine: il museo non è una città sospesa, ma appartiene e vive la vita della polis, è la casa di tutti. E quando dico di tutti, intendo di tutti. Dobbiamo pensare agli accademici, agli egittologi, ai dottorandi, agli studenti di ogni età. E poi ci sono i nuovi cittadini. Questa collezione è proprietà della repubblica italiana, ma ha un rapporto imprescindibile con l’Egitto, che non possiamo non considerare. Per questo il Museo si fa ponte tra luoghi lontani che non si potrebbero incontrare.

I beni culturali sono essenziali per attrarre giovani dall’estero

Come?
Ad esempio grazie alla collaborazione con la casa circondariale Lorusso Cotugno: i detenuti hanno fatto delle copie dei nostri reperti che poi abbiamo usato nella didattica dell'ospedale infantile Regina Margherita. Grazie ai Centri per l’istruzione degli adulti (Cpia) i giovani arrivati qui da poco imparano l'italiano attraverso le nostre collezioni e poi sostengono l’esame facendo da guida via social alle loro comunità di origine. La collezione così diventa vitale, una colonna vertebrale della società. Mi viene in mente una bellissima iniziativa che fece il Rijksmuseum di Amsterdam: dopo le elezioni politiche organizzò per i deputati dei corsi di formazione, affinché si rendessero consapevoli della società e di come affrontare le decisioni per governarla. Sarebbe bello se succedesse anche in Italia. Non perché noi, in quanto operatori museali, abbiamo qualcosa da insegnare, ma perché siamo custodi della memoria collettiva della società.

Dopo lo scontro con Giorgia Meloni, lei è diventato un personaggio pubblico, una figura di riferimento. Si trova a suo agio in questa veste?
Non mi sento di rivestire un particolare ruolo pubblico, ma cerco di fare con passione e con trasporto il lavoro che mi è affidato, che è quello di conservare questa collezione. Mi sento una persona molto fortunata, questo sì. Ogni mattina penso che ho il privilegio di occuparmi di questa collezione mentre tanti egittologi, una volta finito il proprio percorso di studi, non trovano lavoro. C'è un detto egizio per me importantissimo: il mio compito è fare in modo che il nome degli antichi non venga dimenticato, che l'oblio non scenda. E allora io, Christian Greco, non sono assolutamente nessuno, ma ho la forza di una collezione che ho l'onore e l'onere di custodire. Il mio compito è quello di fare in modo che venga traghettata alle generazioni future. Lo dico sempre: non avrò pace finché 60 milioni di italiani non saranno venuti a vedere la tomba di Kha.

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Che cosa ha significato la chiusura del Museo egizio causa covid?
È stato uno degli eventi più traumatici che il museo abbia vissuto dal secondo conflitto mondiale in poi. Ma per non rinunciare al rapporto con la collettività e al ruolo attivo all'interno della società abbiamo implementato delle modalità di relazione nuove. Sono nate le Passeggiate col direttore digitali, che ci hanno fatto scoprire come questo momento di difficoltà ci permettesse però di raggiungere pubblici anche molto più lontani e numerosi, e di entrare in contatto con persone che normalmente non avremmo saputo coinvolgere.

La tecnologia ci ha permesso di raggiungere più gente, ma va piegata alle nostre esigenze

E per l’attività di ricerca?
Abbiamo continuato a prenderci cura delle collezioni, che non potevano essere abbandonate, e abbiamo incrementato la conservazione. Mai gli oggetti stanno bene come ora: hanno riposato per mesi in sale buie, i papiri sono stati messi in orizzontale, gli oggetti sono molto meno sotto stress. Ci siamo dati molto da fare per completare libri e articoli, e per fare in modo che tutta l'attività di ricerca potesse andare avanti: senza ricerca un museo muore, diventa un'istituzione svuotata del suo significato.

Ha parlato di digitale. Cosa può fare il mondo digitale per il Museo?
Il digitale ci può permettere di trovare e creare nuovi contesti. Quando una persona entra al Museo egizio e vede un sarcofago all'interno di una vetrina, lo ammira come un'opera d'arte. Forse per un momento si dimentica che era una sorta di cosmogramma, un luogo in cui avveniva la trasformazione del defunto per l'aldilà. Il digitale ci può permettere di ricostruire il modello virtuale della sepoltura all'interno della quale il sarcofago era stato trovato: così l'oggetto che noi vediamo in vetrina assume un valore completamente diverso. Un oggetto che per noi aveva valenza artistica, il digitale ce lo fa ripensare come un oggetto di devozione, che aveva una funzione attiva nella società. Con le tecnologie digitali possiamo creare il Museo egizio impossibile, rimettere insieme i disiecta membra (frammenti sparsi, ndr) e vedere con un colpo d’occhio unico oggetti, opere d’arte e corredi che una volta erano unitari e oggi sono in tutto il mondo. Possiamo condividere la ricerca che abbiamo fatto e metterla a disposizione di tutti. Questo museo digitale potrà esistere insieme al museo fisico, non come un surrogato ma come un altro pilastro di quello che è il museo del futuro: la cultura materiale non smetterà mai di parlarci.

Che consigli dà a un giovane che vuole lavorare nel mondo della cultura, in questo Paese, oggi?
Lo stesso che mi diede il mio professore: chiunque voglia studiare in modo approfondito l’archeologia e il mondo antico non può fare scelta migliore, perché ti mette in discussione. Allontanarsi dal presente è il modo migliore per comprenderlo. Non vi è investimento migliore che quello di investire su se stessi. Direi a tutti di lavorare con forza e passione per sviluppare capacità critica e libertà di pensiero, che è l'unica libertà che possiamo avere. Mai come in questo momento di transizione tecnologica abbiamo bisogno di umanisti, archeologi, storici, filosofi, sociologi. Non possiamo pensare di fare una rivoluzione digitale senza rimettere al centro l'uomo, piegare le nuove tecnologie alle esigenze umane e dare una risposta alle domande esistenziali

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