Una porta all'interno del carcere di Torino (Foto di Marco Panzarella)
Una porta all'interno del carcere di Torino (Foto di Marco Panzarella)

Tutte le emergenze del carcere

In cella ci si suicida dieci volte di più che nel mondo libero. Il 10,8 per cento dei detenuti ha una diagnosi psichiatrica grave, il 24 è tossicodipendente. Chi riesce a reinserirsi nella società è una minoranza

Andrea Oleandri

Andrea OleandriResponsabile comunicazione di Antigone

31 marzo 2022

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Aggiornamento: "Quattro suicidi negli ultimi 4 giorni, 44 dall'inizio dell'anno. Le persone così diventano numeri. Un dramma continuo, quello che riguarda le carceri italiane, che non trova eguali negli ultimi anni. Un numero elevatissimo di suicidi superiore a quello riscontrato nel periodo di maggiore sovraffollamento, quando l'Italia fu condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per le condizioni inumane e degradanti delle sue galere".

Da inizio 2020 a oggi i suicidi nelle carceri sono stati oltre 120: solo nei primi tre mesi del 2022 una stima non ufficiale ne conta 17. È successo a Roma, Sondrio, Terni, e in provincia di Cosenza. In genere così: la testa tra le lenzuola annodate intorno alle sbarre e l’aria che manca di colpo. Ogni suicidio è storia a sé, e può avere alla base diverse motivazioni, ma è impossibile non notare che con l’avvento della pandemia il numero di chi si è tolto la vita in cella è aumentato, andando a peggiorare una situazione di per sé già drammatica. In carcere ci si suicida circa dieci volte più spesso di quanto accade nel mondo libero: dato che rinnova la sua triste costanza di anno in anno. Secondo il dossier Morire di carcere, curato da Ristretti orizzonti, nel 2018 i suicidi sono stati 67: il numero più alto dell’ultimo decennio. Ma con un tasso leggermente più basso di quanto avvenuto durante la prima fase dell’emergenza sanitaria, mentre la popolazione detenuta si è ridotta proprio a seguito della pandemia. 

L’emergenza sanitaria ha ridotto di poco il numero di carcerati, il sovraffollamento resta. Senza interventi strutturali, facile tornare a livelli preoccupanti

Per molto tempo a pesare su chi si trova nelle carceri è stata l’interruzione o la ripresa limitata e senza contatti fisici dei colloqui con i familiari. Ai detenuti è stata data la possibilità di videochiamare casa ed è stato aumentato il limite massimo stabilito dall’ordinamento penitenziario del 1975 che prevedeva dieci minuti di telefonate a settimana. Provvedimenti utili, e in molti casi fondamentali, ma che di certo non sono riusciti a sostituire un rapporto in carne e ossa, un abbraccio. La graduale riapertura ha visto molti istituti tornare indietro: è stato reintrodotto il limite dei dieci minuti rispetto alla durata di chiamate e videochiamate, quando invece sarebbe stata opportuna una normalizzazione –  e una normativizzazione – di ciò che l’emergenza Covid ha dimostrato utile e possibile, essendo venuto meno ogni fondamento alle obiezioni sulla sicurezza nell’avere tablet e telefonini in sezione e sulla difficoltà di gestire un numero più ampio di chiamate. 

I dati sulla recidiva ci aiuterebbero a capire se il sistema funziona o meno, per quali reati e con quali percorsi. Ma le istituzioni non li raccolgono

Identikit del detenuto medio

Se c’è qualcosa di utile che possiamo prendere dall’emergenza, è questa: ha reso visibili i problemi del sistema penitenziario, ma anche le soluzioni da percorrere. La pandemia ha reso chiaro che per certe persone le carceri non sono la soluzione, anzi: in alcuni casi incidono nell’aggravarne i problemi che si ripresentano una volta usciti. Le diagnosi psichiatriche gravi interessano il 10,8 per cento del totale dei reclusi con il 29 per cento di loro che assume stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi. Il 25 per cento, cioè circa 13mila persone, ha una diagnosi di tossicodipendenza. È la storia di un ragazzo di circa 35 anni, incontrato una quindicina di anni, finito in carcere tre volte. Era tossicodipendente e il reato per cui era stato arrestato era sempre lo stesso: spaccio. 

La pandemia ha confermato anche l’identikit del detenuto medio: uomo, sempre più anziano, poco scolarizzato, senza lavoro e spesso malato. L'invecchiamento della popolazione è la prima tendenza evidente all'interno degli istituti di pena nostrani: alla fine del 2009 i detenuti con più di 40 anni erano meno del 40 per cento, mentre alla fine del 2019 erano oltre il 50. Questo vuol dire che in dieci anni la percentuale di persone in carcere con oltre 60 anni è più che raddoppiata, passando dal 4,1 all’8,6 per cento. Quando si parla di istruzione, molti di loro non sono andati oltre la scuola media. Sono pochissimi i laureati, mentre continuano a crescere gli analfabeti che nel 2019 erano 1.054 a fronte dei 700 del 2018. Non va meglio se ci sposta sul versante lavorativo: solo il 29,74 per cento del totale delle persone recluse ha un impiego e per lo più svolge mansioni all'interno della stessa amministrazione penitenziaria come la pulizia degli ambienti carcerari e la consegna dei pasti. Inoltre, anche chi lavora, lo fa spesso per poche ore a settimana.

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Sempre le stesse persone, troppe

Questo si lega al problema del carcere: la difficoltà nel gestire la pena in un’ottica costituzionale come strumento per garantire il reinserimento sociale del detenuto. Sarebbe interessante, in tal senso, che il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria raccogliessero i dati sulla recidiva. L’ultima stima risale a oltre dieci anni fa e ci parlava del 70 per cento di detenuti che erano rientrati in carcere a poca distanza di tempo dalla scarcerazione. Ma eravamo nel periodo post indulto del 2007 e questo dato rischiava di essere alterato da quel provvedimento. Proprio la recidiva ci aiuterebbe a capire in che misura funziona il sistema penitenziario e con quali categorie di detenuti funziona: vale sia per il reato commesso sia per il percorso effettuato durante la detenzione (lavoro, studio e altre attività). 

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Nel marzo del 2020, quando l’allora governo Conte II decise di chiudere il Paese, Antigone ha ricevuto decine di telefonate, messaggi, ed e-mail da parte dei familiari dei detenuti o dai detenuti stessi: erano spaventati. Il distanziamento sociale era la chiave per contenere i contagi e in carcere era impossibile. Erano circa 15mila in più i detenuti rispetto ai posti realmente disponibili. I provvedimenti del legislatore sono stati timidi, ma grazie all’impegno della magistratura di sorveglianza nel giro di poche settimane la popolazione reclusa è stata ridotta di circa 8mila unità: fondamentale è stata la concessione della detenzione domiciliare per chi aveva da scontare pene al di sotto dei 18 mesi. Un numero comunque non sufficiente: nonostante altre migliaia di persone avrebbero potuto beneficiare di alternative alla detenzione anche in questo periodo non si è riusciti a portare il sistema penitenziario in una situazione di legalità. Il tasso di affollamento è rimasto sempre superiore al 100 per cento. Inoltre, nei mesi successivi a quelli della prima ondata, c’è stata una lenta ma inesorabile crescita della popolazione detenuta che al 28 febbraio 2022 era di 54.645 unità con un tasso di affollamento ufficiale del 107,4 per cento. Ma se lo calcoliamo sui posti realmente disponibili possiamo quantificarlo intorno al 116 per cento. Numeri bassi se si tiene conto delle oltre 61mila presenze del 29 febbraio del 2020. Ma la storia, anche recente, ci dice che senza interventi ampi e strutturali, tornare a livelli di sovraffollamento estremamente preoccupanti e lesivi della dignità della persona è facile. Nel 2013 l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per aver violato l’articolo 3 della Convenzione europea, cioè per aver costretto i detenuti a vivere con meno di tre metri quadri a testa a disposizione: un trattamento inumano e degradante. Dopo quella sentenza pilota, il nostro Paese si è impegnato a mettere in atto una serie di correttivi per garantire che il sistema penitenziario tornasse a una situazione almeno accettabile. Le riforme e i provvedimenti straordinari portarono la popolazione penitenziaria a calare drasticamente, arrivando a circa 52mila unità. Sei anni dopo, alla vigilia del primo lockdown, i detenuti erano novemila in più. 

Misure alternative, unica via

Delle riforme sono fondamentali. In più occasioni la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha ribadito che il carcere deve essere l’extrema ratio e che vanno prima prese in considerazione, quindi potenziate, tutte le forme alternative alla detenzione. Alternative che sappiamo essere sicure –  nel 2018 solo lo 0,5 per cento di queste misure erano state revocate per la commissione di nuovi reati – e che sappiamo anche essere più utili per il reinserimento sociale, dato che le persone hanno la possibilità di non perdere il contatto con il mondo esterno o recuperarlo prima della fine della pena. Investire in questa direzione aiuterebbe a liberare spazio nelle carceri. Così come spazio lo libererebbe trasformare in una misura definitiva quella straordinaria che riguarda i detenuti semiliberi, cioè che possono svolgere attività lavorative o di istruzione, ma che poi la sera devono tornare in carcere. Nel decreto milleproroghe, la possibilità concessa a inizio pandemia di non tornare a dormire in carcere è stata prorogata fino al 31 dicembre. L’auspicio è che il rapporto di fiducia reciproca che si è stabilito tra la persona e l’istituzione prosegua.

Da lavialibera n°13 

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