Foto di David Salamanca/Unsplash
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Trentennale stragi. Dalla Chiesa: "La storia inizia almeno dieci anni prima"

Se il 1982 segna il trionfo di un potere criminale che agisce in seno allo Stato, il '92 indica la fine del regime mafia-corruzione e la vittoria, pur disperata, della controsocietà degli onesti

Nando dalla Chiesa

Nando dalla Chiesa

17 maggio 2022

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ll 1982 1992, due anni spartiacque. La doppia ricorrenza in atto (il quarantennale di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa; il trentennale di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino) dovrebbe indurci a riflettere di più su quel decennio chiave. Anche se per questioni di omogeneità esso andrebbe allungato all’indietro di circa un biennio. Facendolo iniziare nel 1979-1980. Perché è nell’autunno del 1979 che a Palermo viene ucciso il capo dell’Ufficio istruzione Cesare Terranova, appena rientrato in magistratura dopo la sua esperienza parlamentare. È nel 1980 che a Palermo viene ucciso il procuratore capo Gaetano Costa. Ed è nello stesso anno che viene ucciso a Palermo Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia. Tre delitti – fra altro – che simboleggiano l’insurrezione del potere mafioso contro lo Stato, con cui aveva fino a quel momento convissuto in una purtroppo pacifica divisione di ruoli.
 
 

La capitale dell’illegalità

Ecco, è da lì, ora che il tempo storico lo consente, che bisogna partire per ridisegnare in filigrana protagonisti e geografie, per ritessere le trame che tengono insieme le complessità. Poiché il senso più vero di quel 1982 è che esso consacra, dopo alcuni anni di delitti eccellenti, il ruolo di Palermo come capitale dell’Italia illegale descritta in un suo libro recente (Italia occulta) da Giuliano Turone. Un’Italia in cui nascono per ragioni e spinte diverse disegni e progetti ad alto tasso di illegalità. Che si incontrano, si alleano, si scambiano risorse dentro un grande network illecito. Sta a noi ora cercare di vederli, inquadrarli tutti. Per capire perché a Palermo poté succedere quel che non era e non è mai più accaduto in alcuna democrazia occidentale. Certo, vi fu la nuova, sanguinaria egemonia dei corleonesi, perno della mafia più forte al mondo, insieme a quella dei cartelli colombiani. Ma fu solo quello? O anche il fatto che Palermo fosse diventata il punto di incrocio di una impressionante pluralità di poteri illegali, quasi tutti – fra l’altro – perfettamente visibili? A Palermo guarda Michele Sindona latitante, a difesa dei suoi interessi di finanza criminale; come pure, da Milano, Roberto Calvi, destinato negli stessi anni a incontrare i clan per restarne “suicidato” a Londra. A Palermo, come gli ricordano i boss in un drammatico incontro dell’80, sta anche il forziere di voti decisivo per l’uomo politico più potente della Repubblica, Giulio Andreotti, punto di intreccio strategico di molti disegni, tra cui quello della P2 (di nuovo Sindona e Calvi). Senza contare che a Palermo opera anche il gruppo della destra eversiva più forte in Italia dopo quello romano. E che in quel tempo vanno affiliandosi alle famiglie palermitane perfino i clan di camorra in lotta con la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Ripercorrere, documentare, sarebbe lungo. Ma la foto di gruppo illumina da sé il ruolo giocato dalla Sicilia in una nazione in bilico, dove al Nord va iniziando l’ascesa di quello che entro una decina d’anni si configurerà come il regime della corruzione di Tangentopoli

 

Un potere dentro la Repubblica

I delitti Terranova, Costa e Mattarella sono il simbolo di una rottura tra mafia e Stato, che fino ad allora avevano convissuto in una pacifica divisione di ruoli

Ecco, è questa concentrazione di poteri illegali (finanziario, politico, massonico, criminale) che diventa terreno ospitale per i delitti che, da Mattarella a La Torre a dalla Chiesa, devono tenere il Paese da una certa parte del crinale della storia. Un crinale che viene splendidamente descritto da Italo Calvino nel suo Apologo sull’onestà pubblicato su Repubblica nel marzo del 1980. Nulla sa dei corleonesi, Calvino. Ma l’epoca in cui essi possono dilagare e trovare collegamenti fino a Milano, inondandone l’economia di narcodollari, quella viene descritta mirabilmente. Come anche lo spirito di coloro che la sfidano, "la controsocietà degli onesti". Il 1982, insomma, segna il trionfo di un potere che opera dentro la Repubblica proprio mentre – ecco qui le complessità della storia – ai vertici della Repubblica sta uno degli uomini più adamantini prodotti dalla vicenda politica postbellica, Sandro Pertini. La lotta tra società illegale e controsocietà degli onesti si sviluppa per un decennio e le sue premesse vanno cercate proprio nel 1982, con l’approvazione della legge Rognoni-La Torre e la nascita di un movimento antimafia nazionale. 

La vittoria degli onesti

Il 1992 segna dunque il punto d’arrivo di un ciclo "di ferro e di sangue", indica la fine, pur fra traumi terribili, di quello speciale regime mafia-corruzione; la vittoria, pur disperata, della controsocietà degli onesti. Consacra la forza delle istituzioni e della società civile, quando fanno il loro dovere e non si rifugiano nel quieto vivere, nello spirito di abdicazione o nel dilettantismo verboso. 
Tanto è cambiato da allora: la gerarchia delle organizzazioni mafiose, con il nuovo primato della ‘ndrangheta calabrese; il quadro internazionale, che fece da spalla oggettiva al regime della corruzione fino alla caduta del Muro di Berlino; il ruolo di Palermo negli equilibri di potere nazionali (fino a esprimere insieme un presidente della Repubblica e un presidente del Senato storicamente antitetici alla mafia); la forza del movimento antimafia, con la nascita di Libera e l’ingresso in campo delle università. Purtroppo è mutato anche il prestigio della magistratura. Ma nonostante i cambiamenti oggi nulla, proprio nulla può essere perso del tesoro di conoscenze e di acquisizioni civili, e anche dello spirito morale e istituzionale, che si costituì in quella temperie. Del valore di quella lotta condotta in condizioni di svantaggio, e delle ragioni che portarono il Paese a reggere alla prova. Molto è cambiato eppure la sfida è la stessa. Ed è più che mai aperta  

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