24 febbraio 2017, recinzioni al confine tra Grecia e Macedonia (G. Licovski/Epa)
24 febbraio 2017, recinzioni al confine tra Grecia e Macedonia (G. Licovski/Epa)

Migranti, l'esercito dei respinti

Ai confini interni dell'Ue, ogni giorno centinaia di migranti rimangono bloccati in un limbo. La frontiera italo-francese è la cartina tornasole di pratiche sempre più restrittive

Luca Rondi

Luca RondiOperatore area vittime del Gruppo Abele e giornalista

21 settembre 2022

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È la tarda sera di lunedì 28 febbraio 2022 quando Ahmed, 26enne originario della Somalia, raggiunge in Flixbus l’ingresso del Fréjus: il tunnel che collega il lato italiano a quello francese in alta Val Susa. I poliziotti francesi salgono sul pullman e controllano i documenti ai passeggeri: il ragazzo spiega di essere fuggito dall’Ucraina, dove aveva un regolare permesso di soggiorno, dopo l’invasione del Paese da parte dell’esercito russo. Alla gendarmerie questo non basta: compila un documento con cui nega ad Ahmed l’ingresso sul proprio territorio e lo consegna alle autorità italiane. 

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"Quanto successo ad Ahmed e ad altri cittadini non ucraini su quel confine succede ogni giorno lungo le frontiere interne d’Europa – spiega Matteo Astuti, operatore legale dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) –. La migrazione è sempre più vista come minaccia per la sopravvivenza dello spazio di libera circolazione e si restringe progressivamente, con misure discriminatorie, il cerchio di chi può liberamente attraversare le frontiere e chi no".
L’obiettivo è cambiare le regole del gioco per avere campo libero, come dimostra la proposta di riforma del Codice di Schengen, lo strumento che detta le regole per la gestione dei confini interni all’Unione europea. Il testo presentato dalla Commissione europea nel dicembre 2021 tenta di rendere legali le prassi che oggi risultano illegittime, perché violerebbero il diritto d’asilo. 

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"Un documento preoccupante nei contenuti e nella filosofia che lo ispira", commenta Astuti, aggiungendo: "Sono tre gli interventi che puntano a limitare il più possibile i movimenti secondari dei cittadini di paesi terzi: l’espansione dei poteri attribuiti alle forze di polizia; un massiccio ricorso a strumenti di sorveglianza tecnologica per rintracciare facilmente le persone al confine; una procedura di riammissione semplificata (nei confronti di chi attraversa il confine ed è riportato indietro, ndr), che sembra escludere alcune garanzie essenziali in termini di libertà e diritti fondamentali".

L’esercito dei respinti

Già oggi la possibilità di attraversare le frontiere interne dell’Unione, da parte di chi non ne è cittadino, è tutt’altro che scontata. Centinaia di persone si trovano in un limbo: sono ferme sognando di raggiungere la Spagna o il Portogallo. Non possono accedere alla protezione temporanea e spesso neanche ad altre forme di regolarizzazione. La situazione è peggiorata soprattutto dal 2015 in poi, quando in nome di una presunta minaccia per la sicurezza, i confini Schengen che i cittadini italiani possono attraversare mostrando solo la carta di identità non sono aperti per tutti. E il valico italo-francese fa da cartina tornasole di questa situazione.
Lo sguardo su questo passaggio è quello degli operatori di Diaconia Valdese, una ong attiva sul confine tra Italia e Francia, a Ventimiglia e Oulx. Mare o montagna, il copione non cambia.

"Nel tratto di strada tra Claviere e Briancon la polizia francese sorveglia i sentieri in montagna – spiega Martina Cociglio, operatrice legale a Oulx –. Quando qualcuno è intercettato, siano uomini soli, famiglie, donne, viene accompagnato nell’ufficio della polizia francese a Monginevro. Qui i gendarmi compilano il refus d’entrée, il provvedimento di respingimento, verificando l’assenza della documentazione richiesta per l’attraversamento, tra cui: permesso di soggiorno in corso di validità, passaporto, dichiarazione di ospitalità in Francia o prenotazione di un hotel, un biglietto di ritorno, sufficienti risorse economiche". La mancanza di uno di questi requisiti determina il respingimento: le persone vengono trattenute all’interno di container in attesa che arrivi la polizia italiana, cui spetta verificare le impronte digitali e l’età. A quel punto, i migranti vengono trasportati a Oulx. Secondo i dati della polizia di frontiera di Bardonecchia (To) si è passati da 16.808 respingimenti registrati nel 2019 ai 24.589 del 2021.

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Una crescita che si conferma anche più a sud, a Ventimiglia, dove nel 2021 i respingimenti sono stati 24.589: il 46 per cento in più rispetto al 2019. Le persone faticano ad attraversare il confine, subendo anche violenze da parte della polizia francese, come denunciato dal progetto 20K, mentre quelle più vulnerabili rimangono intrappolate nella cittadina ligure, dove si trovano circa 200 persone senza neppure un luogo in cui ripararsi. "Spesso tra chi vuole lasciare il nostro Paese perché non è riuscito a realizzare il suo progetto migratorio si sviluppano forme di dipendenza – spiega Alessandra Garibaldi, operatrice legale di Diaconia Valdese a Ventimiglia –. Questo genera molta tensione, episodi di violenza e, a volte, di microcriminalità. In tale contesto, le istituzioni locali di Ventimiglia si oppongono all’apertura di un centro di accoglienza che permetta di seguire meglio le persone: un paradosso". 

La farsa dei controlli

I confini interni Ue si trasformano così in luogo di morte e sofferenza. Secondo i dati raccolti da Cristina Del Biaggio e Sarah Bachellerie, di Border Forensics, da quando nel 2015 i paesi alpini hanno reintrodotto i controlli alla frontiera, lungo il confine italo-francese sono morte 46 persone. Complessivamente nei quindici anni precedenti, dal 2000 al 2015, era morta una sola persona. E si tratta di una stima al ribasso, perché non è mai semplice risalire al numero preciso delle vittime. 
Alimentato dalla sorveglianza che in teoria dovrebbe servire a contrastare il traffico dei migranti, c’è poi il business dei passeur cioè di chi aiuta a oltrepassare il confine in cambio di denaro. Ogni informazione, così come il sostegno per salire su un treno, o un passaggio in auto per superare la frontiera hanno un costo non indifferente: secondo le testimonianze di alcuni attivisti, a Ventimiglia si va dai 50 ai 300 euro in base al tipo di aiuto che dà più o meno la certezza di valicare il confine. Se si moltiplica questa cifra per oltre 24mila persone è facile comprendere come i controlli aumentino un’economia sommersa illecita, ma tollerata. Una farsa che non ferma alcun flusso, ma contribuisce a rendere il passaggio più costoso e rischioso. 

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Da quando nel 2015 i paesi alpini hanno reintrodotto i controlli alla frontiera, tra Italia e Francia sono morte 46 persone

"Il diritto si piega alle prassi di polizia e non viceversa", osserva Astuti. In effetti, la stessa base giuridica dei controlli è fragile. Secondo il Codice di frontiere Schengen, uno Stato membro li può istituire solo per un periodo massimo di 24 mesi. La Francia ha deciso di riattivare il 14 dicembre 2015, giustificando la scelta con la necessità di garantire sicurezza ai propri cittadini dopo gli attacchi terroristici al teatro Bataclan di Parigi, in cui sono morte 90 persone. Da allora il governo transalpino non ha più ritirato le sue forze di polizia. "Ad oggi i controlli sono estesi al 31 ottobre 2022 – continua Astuti – e la presidenza giustifica questa decisione appellandosi all’emergenza sanitaria e al rischio di minacce terroristiche. Di fatto, però, il ricorso allo strumento di proroga si configura come illegittimo perché ha di molto superato i limiti temporali previsti dal Codice". La comunicazione alla Commissione europea della proroga è avvenuta il giorno dopo una pronuncia della Corte di giustizia che ha condannato l’Austria per avere allungato oltre misura i controlli ai confini interni. "La Francia ha ignorato questa sentenza emessa dal più autorevole tribunale europeo", conclude Astuti. 

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