Conferenza di Sharm el-Sheikh. Foto/Ansa
Conferenza di Sharm el-Sheikh. Foto/Ansa

Cop27, una vittoria per il clima e un grande assente

Alla conferenza delle parti si parla di fondi loss and damage per ripagare i Paesi più colpiti dalla crisi climatica, ma manca la biodiversità

Natalie Sclippa

Natalie SclippaRedattrice lavialibera

21 novembre 2022

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Anche la Cop27, come tutte quelle che l’hanno preceduta, si è conclusa con grande soddisfazione degli organizzatori. Alla conferenza sul clima che si è tenuta a Sharm el-Sheikh in Egitto dal 6 al 18 novembre, si sottolineano i grandi passi avanti, gli accordi raggiunti, le nuove alleanze. Sameh Shoukry, ministro degli esteri e presidente di questa sessione di lavori, non fa eccezione. “Siamo stati all’altezza della situazione – dice intervenendo durante la sessione conclusiva – abbiamo assunto le nostre responsabilità e preso decisioni politiche importanti e decisive che milioni di persone in tutto il mondo si aspettano da noi”. Il messaggio è chiaro: nonostante la difficoltà a far coincidere le istanze, alcuni traguardi sono stati raggiunti. Uno in particolare: il loss and damage, approvato con quasi 24 ore di ritardo rispetto alla tabella dei lavori.

Il messaggio è chiaro: nonostante la difficoltà a far coincidere le istanze, alcuni traguardi sono stati raggiunti. Uno in particolare: il loss and damage

Dopo anni di trattative per arrivare a un metodo che consentisse ai Paesi più colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico di essere ripagati per danni e i danneggiamenti subiti, quello delle compensazioni finanziarie non è stato solo un argomento tematizzato, ma è diventato il filo rosso che ha accompagnato tutta la ventisettesima edizione della riunione mondiale. C’è però un grande assente: il coraggio. Molte delle decisioni, infatti, segnano un rallentamento rispetto al grande obiettivo della transizione energetica, complice la guerra in Ucraina e le sue conseguenze sugli equilibri geopolitici. 

Ripagare i danni

La missione della Cop27 era rimettere al centro del dibattito i finanziamenti da destinare alle aree che hanno subito perdite e danneggiamenti, il cosiddetto pacchetto loss and damage. Nel piano di implementazione, si sottolinea la necessità di una risposta effettiva e puntuale al problema, ma il modo in cui farlo è stato concordato solo nelle ultime settimane, nel braccio di ferro tra la posizione di chi chiedeva di  mettere sul tavolo piani economici ad hoc (con 78 Stati promotori che fanno parte delle aree più svantaggiate e colpite del mondo) o sfruttare quelli già esistenti (Europa e Usa, mi pare)  L’idea di ripagare gli Stati che pur contribuendo solo in minima parte al riscaldamento globale ne subiscono le conseguenze peggiori, non è una novità. Già all’interno dell’articolo 8 dell’Accordo di Parigi – l’accordo raggiunto dopo la Cop21 tenutosi nella capitale francese e che ha segnato uno spartiacque di impegni concreti per rimanere al di sotto dei 1,5 °C di riscaldamento rispetto ai livelli preindustriali – le Parti si erano impegnate a valutare sistemi di allerta precoce, di riduzione del rischio e delle perdite non economiche. 

Tre ingiustizie contro il sud del mondo

L’accordo finale promette l’istituzione di un fondo per il risarcimento, realizzando il punto di discussione più dibattuto specie dai Paesi direttamente colpiti. Alcuni delegati si sono congratulati per i risultati raggiunti, come la ministra per il clima del Pakistan, Sherry Rehman. Anche Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni unite, ha espresso la sua soddisfazione. Ma solo su questo punto. Un altro, infatti, lascia l’amaro in bocca. 

"Per molti delegati provenienti da Stati insulari o dall'Africa non esiste l'ansia che i cambiamenti climatici possano minare il loro futuro. In loro c'è già la sofferenza di vedere la realtà che provoca rabbia, la cosiddetta solastalgia, e prende la deriva dello sconforto. Secondo loro, la catastrofe climatica è solo l'ultimo "regalo" dei Paesi ricchi, che si ricollega allo sfruttamento che hanno subito per secoli"Matteo Innocenti - psichiatra e psicoterapeuta presente alla Cop27

Fermi ad aspettare la catastrofe

Se il punto sulle perdite e i danni ha sancito un cambio di passo, su altri aspetti si è rimasti fermi o, addirittura, si sono fatti passi  indietro. Su mitigazione e adattamento si è detto poco, lasciando intendere che sì, gli Stati sono molto preoccupati, ma non attuano piani di intervento coerenti con le loro preoccupazioni. Si riconosce l’urgenza di tagliare le emissioni: entro il 2030 dovranno diminuire del 43 per cento rispetto al 2019, per rimanere sotto 1,5°C di riscaldamento globale. A spingere verso la riduzione è la delegazione dell’Unione europea che, attraverso il vicepresidente della commissione Frans Timmermans, ha chiesto che ci fossero espliciti riferimenti alla decarbonizzazione, con un piano di uscita dalle fonti fossili.

Cambiamenti climatici ed emozioni: non solo ecoansia

Il rischio che ci fossero pressioni tali da minarne l’attuazione è fondato. I lobbisti dei combustibili fossili erano 636 alla Cop27, il 25 per cento in più rispetto all’anno scorso, quando se ne contavano 500. Non solo esponenti di aziende private, ma anche componenti delle delegazioni ufficiali, magari di compagnie partecipate o di Paesi in cui quello estrattivo è uno dei settori chiave. Tra questi, molti Stati africani, come Congo, Gambia, Ghana, Chad, ma anche Canada e Brasile.

Un grande assente

Nel testo finale della Cop27 c’è infine un grande assente: la biodiversità. La mancanza di qualsiasi collegamento tra crisi climatica e perdita di diversità è preoccupante e lo dimostrano alcuni dati. Secondo il Living planet index, un rapporto che si occupa di monitorare la salute del pianeta, un milione di piante e di animali sono a rischio estinzione.

Superando il limite stipulato all’Accordo di Parigi, in alcune zone particolarmente delicate la temperatura media potrebbe aumentare anche di 7-8 gradi centigradi

Non solo. Superando il limite stipulato all’Accordo di Parigi, in alcune zone particolarmente delicate – come il Sud america e l’Africa centrale – la temperatura media potrebbe aumentare anche di 7-8 gradi centigradi. Aspettare il 7 dicembre, data di inizio della 15esima conferenza delle Nazioni unite sulla biodiversità che si terrà a Montreal, in Canada, sarà l’unico modo in cui questo tema verrà affrontato come tema centrale. Restando comunque ai margini.

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