Una vista di George Town, nelle isole Cayman (Roger W/Flickr - CC BY-SA 2.0)
Una vista di George Town, nelle isole Cayman (Roger W/Flickr - CC BY-SA 2.0)

C'erano una volta i paradisi fiscali. E ci sono ancora

A dispetto della Convenzione Onu che avrebbe dovuto eliminarli, i paradisi fiscali sono luoghi che, per attirare gli investimenti, concedono benefici che fanno gola a molti

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

23 dicembre 2022

Alcuni nascevano come covi di pirati, isole in cui nascondere il bottino delle razzie. Altri erano più simili a valichi di frontiera, terre per contrabbandieri. Oggi, a dispetto della Convenzione Onu che avrebbe dovuto eliminarli, sono luoghi che, per attirare gli investimenti, concedono benefici che fanno gola a molti: zero burocrazia e controlli per l’apertura di società, tasse bassissime e, soprattutto, segretezza. Tutti strumenti per evadere il fisco e riciclare il denaro sporco. I paradisi fiscali hanno nomi esotici – le isole Cayman e le Bermuda – altri sono terre non distanti dalla Gran Bretagna – l’isola di Mann, Jersey o Guernsey – o ex colonie dell’Impero britannico come Hong Kong o Singapore. Nell’elenco figurano anche Paesi del continente europeo come Olanda, Lussemburgo e Svizzera, per citare i più grandi.

Dentro l'antiriciclaggio. Intervista a Claudio Clemente, direttore dell'Uif

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2022 - numero 18

Oltre le convenzioni

Nel dicembre del 2000, a Palermo veniva firmata la Convenzione Onu contro il crimine organizzato transnazionale, presentata in termini trionfalistici come una svolta nella lotta ai fenomeni mafiosi in tutto il mondo. Ma cosa è cambiato da allora? Qual è lo stato dell'arte in fatto di contrasto ai traffici illeciti globali?

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