Dopo l'arresto di Matteo Messina Denaro si aprono partite importanti

Dopo la cattura dell'ultimo boss stragista, bisognerà smantellare la rete di connivenze, capire i cambiamenti di Cosa nostra, tutelare gli strumenti della lotta antimafia e confidare in quella parte di siciliani che, come Peppino Impastato, si ribellano alle cosche

Umberto Santino

Umberto SantinoFondatore Centro siciliano "Peppino Impastato"

17 gennaio 2023

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Gli osanna che accompagnano l’arresto di Matteo Messina Denaro, dopo trent’anni di latitanza, sono comprensibili: è, o sarebbe, l’ultimo atto di una storia che ha visto l’assedio dei corleonesi, prima con la guerra interna e i delitti politico-mafiosi e poi con le stragi. Di questa storia Messina Denaro è stato, se non il regista, certamente il comprimario. Ma non va dimenticato che trent’anni di latitanza non possono spiegarsi se non con una rete di protezione e connivenze ampia e ramificata, tale da assicurare una forma di mimetizzazione con l’ambiente.

Le connivenze sono state a tutti i livelli. Vanno dalla parentela allargata alle relazioni ereditate dal padre Francesco, fattore della famiglia D’Alì (Antonio, di Forza Italia, è stato sottosegretario e senatore e ora è in carcere per concorso esterno) e capo mandamento di Castelvetrano; un capitale sociale ampliato e rafforzato con il ruolo in Cosa nostra a fianco dei corleonesi, con le attività imprenditoriali in società con soggetti della borghesia mafiosa (termine coniato da chi scrive e ora usato a proposito e a sproposito) con i legami con le logge massoniche, particolarmente attive nel Trapanese, con amministratori, politici e rappresentanti delle istituzioni. Lo sottolinea l’ex procuratrice aggiunta Teresa Principato, che per anni ha dato la caccia al latitante e ha vissuto contrasti e delusioni, in un Palazzo di giustizia in cui soggiornava qualche “talpa”. Si farà luce su questo groviglio di complicità o l’arresto, presentato come un successo che non si può mettere in discussione, indurrà a non tenerne conto? E anche questa volta si è fatto ricorso a qualche forma di trattativa? È stato catturato o si è consegnato, essendo un malato con una limitata aspettativa di vita?

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Cosa accadrà in Cosa nostra dopo l'arresto di Messina Denaro?

Nonostante l’elezione mediatica a “capo di Cosa nostra”, Matteo Messina Denaro era un capo per la mafia trapanese, non era il capo di tutta Cosa nostra. Un capo dei capi pare che non ci sia

La domanda da porsi, dopo un arresto più volte annunciato, o auspicato, e finalmente realizzato, è: cosa accadrà in Cosa nostra? Nonostante l’elezione mediatica a “capo di Cosa nostra”, Matteo Messina Denaro era un capo per la mafia trapanese, non era il capo di tutta Cosa nostra (si dice che si sarebbe rifiutato di diventarlo) ma un capo dei capi nella Cosa nostra attuale pare che non ci sia. Perché i tentativi di ricostruire la cupola sono stati vanificati dagli arresti, perché l’organizzazione piramidale e verticistica, a trazione corleonese, al centro del maxiprocesso, è stata smantellata e c’è da chiedersi se ai mafiosi convenga ricostituirla. Negli ultimi anni i mandamenti e le famiglie hanno avuto un loro spazio e non si sa fino a che punto arrivi la loro libertà d’azione. Quel che è certo è che un’organizzazione con una pluralità di agenti decisionali, più orizzontale che verticale, potremmo dire di tipo repubblicano, è meno vulnerabile di un’associazione a direzione unificata. L’arresto di Messina Denaro può comportare problemi di successione per il crimine mafioso trapanese ma, dati suoi rapporti e il suo ruolo in innumerevoli delitti e nelle stragi, non è da escludere che ci possano essere ripercussioni su un piano più ampio.

Cosa nostra dopo Riina

E nella lotta alla mafia?

Capaci, 16 gennaio 2023. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni davanti alla stele che ricorda le vittime della strage di Capaci. Meloni è andata a Palermo per l'arresto di Matteo Messina Denaro (governo.it - licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT)
Capaci, 16 gennaio 2023. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni davanti alla stele che ricorda le vittime della strage di Capaci. Meloni è andata a Palermo per l'arresto di Matteo Messina Denaro (governo.it - licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT)

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, saputa la notizia, si è precipitata a Palermo e ha dichiarato che la mafia può essere battuta e la lotta contro di essa continuerà. L’arresto del latitante più ricercato del pianeta è una medaglia al valore e sembra che la lotta alla mafia sia al centro dell’attività di questo governo, ma favorire l’evasione fiscale, allentare i controlli sull’uso dei fondi europei, tagliare le intercettazioni, che anche in questo caso si sono rivelate fondamentali, limitare la libertà di informazione significa aprire le porte alle mafie. Permettere che operino sottotraccia.

E la riforma Cartabia, ereditata dal precedente governo e in vigore dal 30 dicembre, abolisce l’obbligatorietà dell’azione penale e affida la procedibilità per reati come i sequestri di persona alla querela di parte. La giustizia diventa un affare privato. Si è posto il problema del metodo mafioso e il ministro Carlo Nordio, ex pubblico ministero che non ha mai avuto buoni rapporti con i procuratori impegnati in indagini antimafia, cerca di mettere una toppa. E poi c’è il problema dell’ergastolo ostativo che si è risolto in modo paradossale. Il mafioso collaboratore di giustizia deve fare la “dichiarazione dei redditi”, elencando i beni di cui è in possesso; il mafioso dissociato ma che non collabora, rivelando delitti e responsabilità di cui è a conoscenza, è esentato dalla “dichiarazione”: una legittimazione dell’omertà e un disincentivo alla collaborazione. La Commissione parlamentare antimafia attende di essere ricostituita. Vale sempre lo stereotipo che la mafia c’è solo quando spara e l’arresto del più noto capomafia rischia di chiudere una fase della mafia e della lotta alla mafia, mettendola sul conto di un passato che si vorrebbe archiviare. Ma ci sono molti problemi aperti. Si dice che Messina Denaro abbia le carte di Riina, portate via dal villino in cui passava la latitanza, che allora non fu perquisito, lasciando campo libero a chi aveva interesse a nascondere e a ricattare, e custodisca i segreti di Cosa nostra, dai delitti politico-mafiosi alle stragi. Se non collaborerà, rimarranno sigillati dal suo silenzio.

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Per un’altra Castelvetrano e un’altra Sicilia

A Castelvetrano non ci sono soltanto i fedelissimi di Messina Denaro, la borghesia mafiosa e le logge massoniche. Ci sono i giovani che hanno manifestato per un arresto atteso da lungo tempo, come per una liberazione, e ci sono esperienze ed esempi positivi. L’imprenditrice Elena Ferraro ha denunciato una richiesta estorsiva del cugino di Messina Denaro e un giovane, si chiama Giuseppe Cimarosa, parente di Matteo Messina Denaro, figlio di Lorenzo che collaborò con la giustizia, ha deciso di rimanere a Castelvetrano, con il rischio di essere ucciso. Gestisce un maneggio, pratica con i bambini l’ippoterapia e organizza spettacoli con i suoi splendidi cavalli. Non per caso fa riferimento a Peppino Impastato: l’anagrafe non impedisce di fare scelte alternative. Sono esempi che dimostrano che è possibile costruire un’altra Castelvetrano e un’altra Sicilia.

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Nel dicembre del 2000, a Palermo veniva firmata la Convenzione Onu contro il crimine organizzato transnazionale, presentata in termini trionfalistici come una svolta nella lotta ai fenomeni mafiosi in tutto il mondo. Ma cosa è cambiato da allora? Qual è lo stato dell'arte in fatto di contrasto ai traffici illeciti globali?

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