Foto di Molly Blackbird/Unsplash
Foto di Molly Blackbird/Unsplash

L'emancipazione femminile, anche dentro la 'ndrangheta

I gruppi criminali concedono sempre più spazio alle donne, ma solo quando non fanno parte della famiglia e fuori dai territori d'origine. Il processo Aemilia, sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Emilia, ha coinvolto più di 200 imputati tra cui una ventina di figure femminili

Federica Iandolo

Federica IandoloScrittrice e ricercatrice indipendente

9 gennaio 2024

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Non si può parlare al singolare di donna di ‘ndrangheta. Esistono infatti contesti differenti che prevedono di volta in volta un cambiamento del ruolo femminile, da quello di vittime, a quello di complici di primo o primissimo piano nell’organizzazione. Alcune storie recenti sembrano dimostrare un maggiore coinvolgimento delle donne nei gruppi organizzati quando questi agiscono in contesti non tradizionali. Al contrario dei contesti tradizionali e familiari della ‘ndrangheta, dove le donne sono più spesso relegate a ruoli marginali e talvolta oppresse. 

Le donne di mafia non sono un universo a parte

Le differenze possono dipendere dalla zona geografica in cui si trovano i gruppi e dai legami con la famiglia mafiosa. Le donne che appartengono per nascita a un clan vengono più spesso spogliate della loro individualità, per essere riconosciute solo all’interno del “noi” rappresentato dalla famiglia criminale. Molto cambia però se ci spostiamo al di fuori dei territori della Calabria e se le donne non hanno un’origine anch’essa mafiosa.

Quei ruoli inediti

Le indagini processuali compiute sul clan cutrese dei Grande Aracri in Emilia, sfociate nel processo Aemilia del 2015, che ha coinvolto più di 200 imputati tra cui una ventina donne, hanno dimostrato il radicamento di una cosca della mafia calabrese molto potente al Nord e l’esistenza di ruoli femminili inediti all’interno di questo tipo di associazione. Tra le figure femminili coinvolte alcune rivestivano ruoli cruciali, caratterizzati da un buon grado di indipendenza nell’agevolare le attività del clan. Non si trattava di sottoposte, ma di donne che potevano controllare denaro o gestire affari in autonomia. 

Il processo Aemilia del 2015 ha provato l’esistenza di ruoli femminili inediti all’interno della 'ndrangheta: alcune rivestivano ruoli cruciali, caratterizzati da un buon grado di indipendenza nell’agevolare le attività del clan

La prima donna, 42 anni all'epoca dei fatti, nata a Bologna, è una rampante professionista in campo finanziario che decide di mettere le sue competenze a disposizione della ‘ndrina e vive un’indipendenza decisionale a tutto tondo. Talvolta era delegata dal boss a compiere affari in nome e per conto suo. Lei viveva il rapporto con la cosca come un vanto, visto il potere che questa esercitava e le ricchezze economiche e immobiliari di cui si fregiava l’organizzazione criminale.

Parlava con entusiasmo al marito di queste sue nuove conoscenze. Non veniva in alcun modo costretta, soggiogata o minacciata, anzi, voleva lavorare con il clan e arricchirsi, fare vacanze in resort di lusso che esibisce con orgoglio sui suoi social network. Riceveva confidenze e consigli dai membri del clan su come gestire diatribe o questioni di principio, e trasportava armi con disinvoltura nel baule della propria auto.

Per la 'ndrangheta radici locali e opportunità globali

La seconda invece è nata in Tunisia, 32 anni all'epoca, dipendente di un’azienda riconducibile alla ‘ndrina, è contabile e segretaria amministrativa. La donna gestiva il denaro in maniera autonoma avendo la piena e totale fiducia dei componenti della cosca. Partecipava alle riunioni in cui venivano decise le strategie criminali, le intimidazioni, le estorsioni, il riciclo del denaro proveniente dagli illeciti.

In particolare, essendo l’amante di uno dei componenti più di rilievo, andava fiera di questa appartenenza, mostrandosi affascinata dal crimine, dal potere, dai soldi e dagli ancestrali riti di affiliazione di cui cercava informazioni sul web, disinvolta nel custodire armi da fuoco. Il suo amante, luogotenente del boss già sposato, secondo gli affiliati le lasciava fin troppo campo libero.

Di lei si legge nella sentenza di primo grado: “Onnipresente, concordava tutto tanto da partecipare spesso alle riunioni, prestando non solo il suo contributo tecnico, ma anche apportando un inevitabile effetto di amplificazione della carica intimidatoria legata alle azioni degli altri correi. Essa, infatti, portava con sè l’autorevolezza che le derivava dall’essere la donna e la segretaria autorizzata ad agire e libera di incentivare costui allo scontro. Ecco allora che si comprende, anche per questa via, come condividesse pienamente fini, metodologie e attività degli altri coimputati, tanto, addirittura, da prendere talvolta direttamente parte all'azione intimidatoria”. 

Oltre la tradizione

Entrambe le donne citate erano trattate alla pari, circostanza pressoché inesistente nei contesti tradizionali, dove le donne si muovono spesso come fantasmi che agiscono solo all’interno del nucleo del clan. Solitamente non vengono mai esposte all’esterno, se non per periodi determinati di detenzione o latitanza degli uomini. Le due figure indicate nel processo Aemilia, che scardinano gli stereotipi sui ruoli delle donne nella ‘ndrangheta, presentano alcuni tratti comuni: non sono nate e cresciute in un contesto mafioso tradizionale e non appartengono formalmente ad una famiglia di ‘ndrangheta. 

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Sono soggetti esterni, estranei alla cultura mafiosa della violenza e dell’intimidazione, non hanno paura di dire ciò che pensano e far valere le proprie ragioni, di prendersi il posto che vogliono e pensano di meritare nell’organizzazione. Alle mogli, sorelle, madri, mai si sarebbe permesso un comportamento uguale e di così ampia autonomia di movimento, perché in quei casi il legame di sangue o il matrimonio tra componenti di famiglie è fondamento e garanzia per l’esistenza stessa dell’organizzazione criminale. Le regole ferree sono inviolabili perché la mantengono in vita. 

Le donne della 'ndrangheta on sono nate e cresciute in un contesto mafioso tradizionale e non appartengono formalmente ad una famiglia. Non hanno paura di dire ciò che pensano e far valere le proprie ragioni

Le donne che appartengono per nascita alla famiglia criminale hanno un’autonomia parziale, le decisioni che prendono sono sempre soggette al vaglio dei padri o dei fratelli o comunque della cosca, tipicamente quando gli uomini sono assenti per latitanza o detenzione. Il controllo del territorio, degli affiliati, delle donne e persino dei loro corpi è un’ossessione che in alcuni casi rasenta la patologia.

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Ciò non toglie che esse siano al corrente di ogni cosa, come è stato ampiamente dimostrato nel corso degli ultimi vent’anni dalle numerose operazioni antimafia, a partire dall’operazione Crimine-Infinito (2010). Sono loro che hanno il compito di mantenere l’equilibrio della famiglia, e il potere di instradare i figli piccoli verso un futuro da mafiosi. C’è in loro un sentire di potere che deriva dall’essere “la moglie di” o “la figlia di”. 

Anche un recente report Ocse ritiene necessario colmare questa lacuna di genere che, non riconoscendo la complessità del ruolo femminile nelle organizzazioni criminali, le ha per lungo tempo deresponsabilizzate, condannando solo il loro favoreggiamento e creando così “una terra di mezzo”, una extraterritorialità giuridica che ha finito con l’equivocare o ridimensionare il loro ruolo. 

Il ruolo delle donne nella criminalità organizzata è sottovalutato

La professionista bolognese ha avuto una condanna definitiva a 8 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa, mentre la donna tunisina è stata condannata in terzo grado per associazione mafiosa a 17 anni e 7 mesi, ma risulta ad oggi latitante. È misteriosamente scomparsa la notte di fine gennaio in cui è scattata l’operazione.

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