Caso Striano, in Antimafia la destra contro De Raho, pm e Guardia di finanza. Pd, Avs e M5s: "Relazione da rigettare"

Questa settimana la maggioranza di destra della commissione presieduta da Chiara Colosimo ha approvato il rapporto sui presunti "dossieraggi", il caso degli accessi abusi alle banche date della Direzione nazionale antimafia. Per loro risultano evidenti le responsabilità dell'ex procuratore De Raho, ora deputato M5s, che si difende. Le opposizioni denunciano l'uso politico dell'Antimafia

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

Salvatore Maresca

Salvatore MarescaTirocinante Master APC

27 febbraio 2026

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Un attacco all’ex procuratore e attuale deputato del M5s Federico Cafiero De Raho, ai magistrati che avrebbero dovuto vigilare e a quelli che hanno condotto le indagini, ai vertici della Guardia di finanza e ad alcuni giornalisti. È tutto dentro la relazione sottoscritta dalla maggioranza di destra nella commissione parlamentare antimafia sui presunti “dossieraggi” compiuti da un ufficiale della Guardia di finanza, Pasquale Striano, per anni in servizio alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dnaa), e finiti poi ad alimentare alcuni articoli su L’Espresso e Domani. Una relazione “da rigettare”, secondo i consiglieri della minoranza Pd, Avs, M5s che, insieme, denunciano un “distorto uso politico” dei poteri di indagine dell’organismo presieduto da Chiara Colosimo (FdI).

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Il caso Striano

Tutto nasce dalla pubblicazione, sul quotidiano Domani, di alcuni articoli riguardanti alcuni affari di Guido Crosetto, politico e imprenditore, in procinto di diventare ministro della Difesa. Per questa ragione il politico, a fine ottobre 2022, sporge denuncia. Dall’indagine emerge ben presto il ruolo di un tenente della Guardia di finanza, Pasquale Striano, in servizio alla Dnaa con un compito preciso: trattare le “segnalazioni di operazione sospette” (sos), informazioni riguardanti transazioni finanziarie dietro le quali si presume – appunto – possano celarsi reati come la corruzione o il riciclaggio di denaro sporco. I politici, o meglio le “persone esposte politicamente”, ricevono un’attenzione maggiore. Fatto sta che si tratta di informazioni molto sensibili e riservate.

Anche la commissione antimafia allora comincia a occuparsene perché ha tra i compiti anche la verifica dell’adeguatezza degli strumenti (informatici e banche date) “in uso agli uffici giudiziari e alle forze di polizia ai fini della prevenzione del contrasto della criminalità organizzata di tipo mafioso”. 

Nel novembre 2025 la procura di Roma ha concluso le indagini su Striano e altre 22 persone per reati quali accesso abusivo a sistema informatico, rivelazione di segreto d'ufficio e falso ideologico

Il rapporto dell’Antimafia sul caso Striano

"Un gruppo di lavoro ormai totalmente fuori controllo, che agiva a prescindere dalle norme e da tutte le regole organizzative interne”

Dalle audizioni svolte dalla commissione (circa 15 sedute plenarie per un totale di quasi 30 ore) e dalla lettura degli atti delle indagini condotte dalla procura di Perugia e Roma, ne è derivato un rapporto di quasi 170 pagine approvato dalla maggioranza martedì 24 febbraio che analizza la gestione delle sos all’interno della Dnaa, i rapporti – anche conflittuali – tra uomini della polizia giudiziaria e procuratori, e le relazioni tra Striano e alcuni giornalisti autori degli articoli.

Il tenente Striano e alcuni colleghi sono, descritti come “parti di un gruppo di lavoro ormai totalmente fuori controllo, che agiva a prescindere dalle norme e da tutte le regole organizzative interne”. L’ufficiale viene più volte paragonato a un agente sotto copertura: “La presenza di Striano in Dnaa può essere considerata, a tutti gli effetti, come una sorta di virus inoculato all’interno di una delle più importanti istituzioni di contrasto alla criminalità organizzata”. Un’allusione a qualche mandante esterno del quale, nella relazione, non c’è traccia.

Si parla delle condotte del procuratore aggiunto Antonio Laudati, che avrebbe chiesto e ottenuto alcune informazioni per scopi personali, ma anche quelle del collega Giovanni Russo e del capo, De Raho. Secondo i commissari della destra, i vertici della Dnaa avevano sì dato norme e regole interne, non rispettate dai sottoposti, ma non avrebbero mai controllato l’operato della polizia giudiziaria e questo dimostrerebbe “assoluta connivenza e complicità”.

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Le accuse contro De Raho

"Dovranno certamente essere svolti ulteriori accertamenti da parte della procura di Roma"

Con la relazione, la destra ha messo nero su bianco le sue accuse contro l’ex procuratore, ora deputato del M5s. “L’analisi delle responsabilità istituzionali conduce inevitabilmente alla figura del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo dell’epoca, il dottor Federico Cafiero de Raho, la cui posizione si rivela determinante non solo per ciò che egli fece o omise, ma soprattutto per la struttura gestionale che egli solo in parte costruì, ma poi mantenne e soprattutto utilizzò durante il proprio mandato”, si legge nelle conclusioni.

I parlamentari della destra sembrano quindi suggerire alle procure piste da approfondire: “Sulle motivazioni di tali condotte, nonché sulla possibile sussistenza di altri atti di impulso originati da procedure non in linea con le prescrizioni imposte dai protocolli stipulati dalla Dnaa con altre istituzioni o finanche con norme di legge, dovranno certamente essere svolti ulteriori accertamenti da parte della procura di Roma, oggi procedente, anche attingendo a tutta la documentazione esistente presso gli uffici della Pnaa”.

A De Raho, e alla sua gestione della Dnaa, viene contestata anche un’esondazione: avrebbe dato impulso a indagini fuori dagli ambiti di competenza, come ad esempio degli approfondimenti sull’ex sottosegretario leghista ai Trasporti Armando Siri (già sfiorato da un’indagine sul re dell’eolico, Vito Nicastri, vicino a Cosa nostra), ora sotto processo per corruzione.

Le accuse alla Guardia di finanza

Ce n’è per tutti. “La vicenda – si legge ancora nella relazione – mostra come la Guardia di finanza, e in particolare i suoi vertici, abbiano fallito in quello che è il primo compito di un’istituzione che detiene dati sensibili: proteggere quei dati non soltanto da attacchi esterni, ma anche – e soprattutto – da abusi interni”.  

La relazione mette in evidenza anche presunte mancanze delle Fiamme gialle nello svolgere gli accertamenti a partire dalla denuncia di Matteo Renzi circa la pubblicazione di informazioni personali, sempre legate alle sue operazione finanziarie, in un periodo precedente al caso di Crosetto. 

Alla Guardia di finanza è anche contestata il mancato sequestro del cloud di Striano, che avrebbe potuto fornire materiale utile all’indagine.

La commissione Colosimo punta anche il dito contro l’ex generale della Finanza, Giuseppe Zafarana, la cui responsabilità “non è solo morale, ma istituzionale: la sua amministrazione ha omesso i dovuti e necessari controlli, consentendo che per anni si perpetrasse una sistematica azione di saccheggio delle banche dati, con conseguenze devastanti per la credibilità delle istituzioni e per la tutela della riservatezza di informazioni oltremodo riservate e sensibili”.

Le accuse ai giornalisti di Domani

Sarebbero 57 gli articoli basati sulle sos consultate da Striano, molti dei quali firmati da Giovanni Tizian. A lui, ai suoi colleghi e a Striano la destra attribuisce una “unidirezionalità dell’azione (...) verso un ben preciso bersaglio politico”, appunto i politici dell’area e la Lega. Se il direttore Emiliano Fittipaldi ha difeso il suo lavoro e quello della sua redazione, per i commissari antimafia della destra “ha lanciato un manifesto ideologico sul ruolo del giornalismo d'inchiesta”. Per i politici la vicenda “rappresenta la manifestazione di un modello di giornalismo che ha scelto consapevolmente di non limitarsi a raccontare la politica, ma di farla, di influenzarla, di orientarla attraverso la manipolazione di informazioni illecitamente acquisite”.

Per questo la maggioranza di destra ritiene anche “indispensabile avviare una riflessione non solo sui comportamenti di Striano, ma anche, e soprattutto, su quella parte del giornalismo italiano che ha scelto di interagire con lui in modo così spregiudicato ed eticamente discutibile”.

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Le repliche delle opposizioni

“Il compito della commissione non avrebbe dovuto ridursi a una sovrapposizione indebita con le indagini in corso o a costruire ‘teoremi’ non dimostrabili e non dimostrati ai fini di una strumentalizzazione politica dei lavori”

Una relazione “da rigetta” affermano i commissari di Pd, Avs e M5 che hanno proposto una relazione di minoranza per contestare il lavoro dei colleghi. “Il compito della commissione non avrebbe dovuto ridursi a una sovrapposizione indebita con le indagini in corso o a costruire ‘teoremi’ non dimostrabili e non dimostrati ai fini di una strumentalizzazione politica dei lavori”.

È stata fatta una “inaccettabile campagna di delegittimazione” verso De Raho, obiettivo con il senatore M5s Roberto Scarpinato di una specifica proposta di legge, poi “giustamente naufragata”. Le minoranze ricordano che, al momento dell’insediamento quale Pnaa, De Raho ha stabilito delle regole sull’utilizzo delle sos e ha dato le deleghe al procuratore aggiunto.

“L’aspetto più critico sotto il profilo istituzionale”, si legge nel documento, è “l’indebita sovrapposizione con l’indagine della magistratura”. Quelle sull’operato delle procure di Roma e Perugia, coinvolte nelle indagini, appaiono “valutazioni critiche – che per diversi aspetti appaiono pretestuose”, si legge ancora. Tutti fattori che mettono in discussione la separazione dei poteri, l’indipendenza del potere giudiziario, il diritto di difesa e la presunzione di non colpevolezza delle persone coinvolte nelle indagini: “Appare un distorto uso politico di parte dei poteri della commissione, come un tribunale che emette sentenze e condanne in contumacia e senza appello”, scrivono i parlamentari. 

Un complotto contro il governo?

L’opposizione affronta poi un retropensiero della maggioranza, cioè il timore di un complotto contro la maggioranza. “È ben difficile immaginare che questi magistrati abbiano omesso di svolgere in maniera adeguata le indagini, cosa che certamente è accaduta, per proteggere i loro colleghi che avevano orchestrato un complotto in danno di quella maggioranza di governo, con la quale hanno coltivato e coltivano rapporti di piena collaborazione”.

Alcuni magistrati criticati dalla maggioranza hanno legami con questo governo. Ad esempio, Russo è stato nominato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio quale direttore del Diparimento dell’amministrazione penitenziaria, che gestisce le carceri. La pm che ha svolto l’indagine a Roma, Antonia Giammaria, anche lei criticata dalla commissione, è stata nominata da Nordio quale direttrice del Dipartimento per gli affari di giustizia. Laudati, il procuratore aggiunto, “ha collaborato in anni passati con il ministro Alfano nel governo presieduto da Silvio Berlusconi” e fu trasferito dalla procura di Bari perché aveva rallentato alcune indagini su Berlusconi e, in parlamento, fu difeso Alfredo Mantovano, attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti.

Il generale Zafarana, infine, terminata la sua carriera nella Guardia di finanza è stato nominato nel 2023 presidente dell’Eni (società partecipata dallo Stato) dall’attuale governo Meloni.

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Il "mercato nero dei dati"

Una delle mancanze dell’indagine della commissione Colosimo è l’aver ristretto il suo focus soltanto sul caso Striano, senza allargare gli approfondimenti a quanto denunciato da Melillo e Cantone nelle loro audizioni: il “mercato parallelo di informazioni riservate”, quello emerso dall’inchiesta Equalize (a Milano) o sulle attività della “Squadra Fiore” (a Roma), con personale delle forze di polizia che vendono a investigatori e società private informazioni ottenute dalle banche dati istituzionali. L’inchiesta penale ha rivelato che Striano aveva passato – apparentemente senza guadagni – informazioni riservate a detective privati e società di cybersicurezza. 

Per i principali partiti dell’opposizione, la commissione parlamentare antimafia avrebbe dovuto approfondire un tema – la vulnerabilità delle infrastrutture digitali – “magari creando una inedita collaborazione con il Copasir”, cioè il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. “Sarebbe stato uno sviluppo certamente opportuno e illuminante, ma che la conduzione dei lavori della commissione ha nei fatti impedito”, denunciano. 

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