La deputata Maria Carolina Varchi (FdI) ha presentato la proposta di legge per introdurre il reato di apologia mafiosa (Foto di Umberto Battaglia per la Camera dei deputati)
La deputata Maria Carolina Varchi (FdI) ha presentato la proposta di legge per introdurre il reato di apologia mafiosa (Foto di Umberto Battaglia per la Camera dei deputati)

Canzoni, serie e reel criminali. Con il reato di apologia mafiosa, lo Stato criminalizza i sintomi e non cura la malattia

La proposta firmata da Carolina Varchi (FdI) si presenta come una risposta decisa a fenomeni preoccupanti: dagli "inchini" nelle processioni ai video su TikTok e alle canzoni che glorificano i boss ed esaltano la malavita. Dietro l'apparente rigore, però, si nasconde un'operazione inefficace e pericolosa. L'antimafia non si fa con il codice penale allargato

Anna Sergi

Anna SergiProfessoressa di Sociologia del Diritto e della Devianza, Alma Mater Studiorum di Bologna

17 marzo 2026

  • Condividi

Un nuovo reato contro gli "inchini", le canzoni e i video che incensano i boss mafiosi. Il 14 ottobre 2025 la deputata Maria Carolina Varchi (Fratelli d’Italia) ha presentato alla Camera una proposta di legge per introduzio l'articolo 416-bis. 2 del codice penale in materia di apologia e istigazione relative al fenomeno della criminalità organizzata o mafiosa, cioé un nuovo reato di apologia della criminalità mafiosa. La proposta si presenta come una risposta decisa a fenomeni indubbiamente preoccupanti: dagli "inchini" durante le processioni religiose ai video su TikTok che glorificano i criminali, dalle canzoni che esaltano la malavita al "Messina Denaro style". Eppure, dietro l'apparente rigore di questa iniziativa legislativa, si nasconde un'operazione che rischia di essere tanto inefficace quanto pericolosa: la criminalizzazione dei sintomi anziché la cura della malattia; la criminalizzazione dell’ignoranza anziché la propagazione di cultura.

Il brand mafia, tra TikTok e dark web

Punire la rappresentazione, non l'apologia

Il primo e più evidente limite di questa proposta è di natura concettuale. Una legge che ha come target principale le espressioni sui social network, i testi delle canzoni o le serie televisive non colpisce davvero l'apologia di mafia, ma soltanto la sua rappresentazione. È una distinzione tutt'altro che sottile. L'apologia autentica è quella che si traduce in sostegno concreto alle organizzazioni criminali, in fiancheggiamento operativo, in costruzione di consenso funzionale al reclutamento o al radicamento territoriale. Ciò che questa legge intende punire è, invece, un'ombra: l'immagine, lo stereotipo, la narrazione, la "sottocultura" degli "altri" che consideriamo diversi da noi.

Quando un ragazzo pubblica su TikTok un video con l'audio de Il capo dei capi, sta davvero facendo apologia di mafia o sta semplicemente riproducendo un codice espressivo che appartiene alla sottocultura del suo contesto? Quando un cantante neomelodico glorifica la "vita da boss", sta istigando qualcuno a entrare in un'organizzazione criminale o sta vendendo un'illusione? Non si potrebbe trattare di un immaginario fatto di stereotipi e di antistatalismo che affonda le radici in decenni di abbandono istituzionale? Certo possiamo dire che questa narrazione, consolidandosi, aiuti indirettamente a normalizzare un certo discorso pro-mafia, ma non è il ruolo del diritto penale criminalizzare questa narrazione; semmai è una sfida per chi fa cultura, assorbire, capire come integrare le sottoculture di questo tipo.

Mafie in tv, è pur sempre spettacolo

Il miraggio della "mafiosfera"

"La mafiosfera rischia così di diventare un comodo capro espiatorio che assolve lo Stato dalle proprie responsabilità"

Non è un caso che questa proposta di legge si inserisca nel solco della retorica sulla cosiddetta "mafiosfera", concetto introdotto in un report recentemente pubblicato dal gruppo di ricerca guidato dal prof. Marcello Ravveduto dell’Università di Salerno. La mafiosfera si manifesterebbe come un vero e proprio linguaggio culturale autonomo utlizzato sia da mafiosi conclamati, sia dai cosiddetti ‘mafiofili’, utenti che commentano, condividono e diffondono i contenuti degli appartenenti ai clan pur senza appartenervi. Tali concetti, mafiosfera e mafiofilia, si prestano a manipolazioni avendo una limitata chiarezza analitica. Questi termini infatti descrivono manifestazioni culturali senza distinguere se si tratti di un prodotto della presenza mafiosa, di una conseguenza dell'abbandono istituzionale, di una forma di risentimento sociale o di un codice espressivo subculturele autonomo. Questa indistinzione rende impossibile comprendere la direzione causale del fenomeno.

Inoltre, il termine "mafiofilo" sovrappone categorie completamente eterogenee: mette sullo stesso piano chi ha legami concreti con organizzazioni criminali, chi condivide contenuti per emulazione culturale, chi lo fa per provocazione giovanile, chi utilizza quei codici come linguaggio identitario di periferia e chi semplicemente consuma prodotti culturali come serie tv o musica. Questa confusione rende il concetto analiticamente inutilizzabile, troppo ampio per essere operativo e troppo vago per essere esplicativo. L'incertezza della definizione è probabilmente volutamente trascurata, dato che il report di Ravveduto e colleghi si concentra più su aspetti di rappresentazione, comunicazione e diffusione di stereotipi e frame di successo, ancorché inneggianti il mondo criminale, anziché indagarne le cause e le intenzioni di utilizzo. Del resto è quell'incertezza definitoria che è comune agli studi culturali sulla mafia (di cui chi scrive fa parte), a partire dalla mai del tutto superata definizione di "mentalità mafiosa", e dalla vaghezza di alcuni concetti propri al mondo della comunicazione sul tema.

Ed ecco che la mafiosfera è stata evocata dalla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo e ripresa con entusiasmo dai sostenitori della nuova norma. Secondo questa narrazione, i social network sarebbero diventati lo strumento privilegiato attraverso cui le mafie "arruolano" i giovani, trasformando i boss in eroi digitali attraverso "catene, leoni, video fuori dal carcere". Ma il concetto di mafiosfera rischia di diventare profondamente autoassolutorio, oltre che di applicazione "mafiocentrica".

Attribuendo alla mafia la responsabilità esclusiva della propagazione di valori antistatalisti e di modelli culturali devianti, si evita accuratamente di interrogarsi sulle vere cause di questa diffusione: il risentimento stratificato verso istituzioni percepite come assenti, ostili o corrotte, l'abbandono sociale ed economico di interi territori, la mancanza di opportunità, la disuguaglianza crescente, il fallimento delle politiche di inclusione.

La mafiosfera rischia così di diventare un comodo capro espiatorio che assolve lo Stato dalle proprie responsabilità. Non sono le periferie abbandonate a produrre antistatalismo, non è la disoccupazione giovanile a rendere attraente il modello del "boss di successo", non è l'assenza di servizi a far percepire il clan come l'unica forma di welfare territoriale. No, è la mafia che, attraverso i social, "corrompe" le giovani menti. È una lettura che rovescia causa ed effetto, che trasforma il sintomo in malattia e la malattia in un dettaglio trascurabile. Eppure, i valori antistatalisti non vengono inoculati dalla mafiosfera: sono il prodotto di decenni di promesse tradite, di diritti negati, di dignità calpestata e poi certo, si trasformano a volte in responsabilità penali che rimangono personali. Tali valori sono la conseguenza, non la causa. E criminalizzare chi li esprime sui social, anziché affrontare le ragioni profonde che li generano, è un'operazione di cosmesi istituzionale che non intacca minimamente il problema.

Criminalizzare l'ignoranza non è giustizia

"Questa proposta di legge criminalizza il manifestare opinioni che sono soltanto il sintomo di una sottocultura (anche mafiosa) radicata, senza interrogarsi minimamente sulle sue cause"

Il secondo punto critico è ancora più profondo. Questa proposta di legge criminalizza il manifestare opinioni che sono soltanto il sintomo di una sottocultura (anche mafiosa) radicata, senza interrogarsi minimamente sulle sue cause. Si punisce chi indossa una giacca come quella di Messina Denaro, chi costruisce un altarino, chi condivide un post. Ma ci si chiede perché queste persone lo facciano? Ci si domanda cosa significhi crescere in contesti dove lo Stato è percepito come assente o ostile, dove il mafioso è l'unico modello di successo visibile, dove la narrazione sulla forza e sul potere diventa l'unica lingua comprensibile?

Criminalizzare l'ignoranza – che di ignoranza per lo più digitale, ma non solo, si tratta - non è giustizia. È la resa dello Stato di fronte alla propria incapacità di offrire alternative credibili, di presidiare culturalmente i territori, di costruire narrazioni diverse. È più facile punire un adolescente che posta un video che investire nell'educazione alla legalità concreta, nella presenza sociale, nella creazione di opportunità. È più comodo prendere di mira una canzone che interrogarsi sul perché quella canzone abbia tanto successo.

Sintomi scollegati dalla realtà del fenomeno mafioso

Sebbene sia importante riconoscere i sintomi di una cultura mafiosa diffusa, questi non sono collegati in concreto né a come le mafie reclutano realmente i nuovi affiliati, né a ciò che specificamente le aiuta a prosperare. Le organizzazioni criminali non si rafforzano perché qualcuno pubblica un video su TikTok o perché una serie tv ha successo. Si rafforzano grazie alla capacità di infiltrare l'economia legale, di condizionare gli appalti pubblici, di riciclare denaro, di corrompere funzionari, di controllare voti. Il reclutamento mafioso non avviene attraverso l'emulazione di uno "stile", ma attraverso legami familiari, territoriali, economici, attraverso la cooptazione in contesti di marginalità sociale ed economica.

Concentrarsi sui video virali e sulle canzoni significa distogliere lo sguardo dai veri meccanismi di riproduzione del potere mafioso. Significa costruire una narrazione rassicurante per l'opinione pubblica – "stiamo facendo qualcosa" – senza intaccare minimamente le strutture reali del fenomeno.

Giorgia Meloni vuole decidere quali serie tv puoi guardare

Il rischio della censura e della discrezionalità

C'è poi un rischio concreto che questa legge, nella sua formulazione vaga e onnicomprensiva, si trasformi in uno strumento di censura. Cosa significa esattamente "esaltare princìpi propri delle associazioni criminali"? Cosa costituisce un "inequivocabile intento apologetico"? Chi decide se una serie televisiva "mitizza" o semplicemente racconta o informa? Chi stabilisce se una canzone "glorifica" o rappresenta un contesto sociale?

La discrezionalità interpretativa è enorme, e il rischio è che a farne le spese siano proprio le opere culturali che tentano di raccontare la complessità del fenomeno mafioso, di renderlo intelligibile, di sottrarlo alla mitologia per restituirlo alla storia. Il paradosso è che una legge che vuole colpire l'apologia potrebbe finire per silenziare proprio chi la mafia la combatte attraverso la conoscenza e la narrazione critica.

Pif: "Sogno un film per raccontare la mafia di oggi"

Serve cultura, non codice penale

"Questa proposta di legge è l'ennesima dimostrazione di come certa politica preferisca le scorciatoie simboliche al lavoro lungo e faticoso sulla realtà"

L'antimafia non si fa con il codice penale allargato a dismisura, ma con la presenza di uno Stato attento ai bisogni delle comunità, con l'investimento culturale, con la costruzione di alternative. Serve educazione, non reclusione. Servono opportunità, non sanzioni. Serve la capacità di costruire narrazioni diverse, credibili, attraenti per chi oggi vede nel mafioso l'unico modello di riscatto possibile. Anche usando i codici comunicativi delle mafie per mostrarne le debolezze logiche, le fallacie linguistiche.

Questa proposta di legge è l'ennesima dimostrazione di come certa politica preferisca le scorciatoie simboliche al lavoro lungo e faticoso sulla realtà. È più rassicurante criminalizzare i sintomi che affrontare la malattia. Ma i sintomi non sono la malattia. E una legge che li confonde rischia di essere non solo inutile, ma controproducente: un'illusione di lotta alla mafia che distoglie risorse, attenzione e energie dalle vere priorità. L'antimafia vera si fa altrove. Si fa nei territori, nelle scuole, nell'economia, nella politica. Non nei tribunali chiamati a giudicare un post su TikTok.

Crediamo in un giornalismo di servizio di cittadine e cittadini, in notizie che non scadono il giorno dopo. Aiutaci a offrire un'informazione di qualità, sostieni lavialibera
  • Condividi

La rivista

2026 - Numero 37

Riformata

Riformata. Così il governo vorrebbe la magistratura, ma l'obiettivo è solo limitarne il potere

Riformata
Vedi tutti i numeri

La newsletter de lavialibera

Ogni sabato la raccolta degli articoli della settimana, per non perdere neanche una notizia. 

Ogni seconda domenica del mese, Isole, un approfondimento speciale su spazi di educazione e disobbedienza civile

Ogni terza domenica del mese, CapoMondi, la rassegna stampa estera a cura di Libera Internazionale