
Cosa prevede il nuovo regolamento Ue sui rimpatri



21 aprile 2026
“I porti sono uno dei principali punti di accesso dei traffici illeciti, a partire dal narcotraffico, ma anche della contraffazione, del contrabbando, del riciclaggio. Non solo. Sono luoghi in cui si manifestano forme di corruzione, dove si giocano partite economiche e politiche rilevanti, dove si costruiscono relazioni e poteri. È per questo che, nel solco dell’impegno di Libera, questo lavoro non vuole criminalizzare, ma illuminare. Non vuole alimentare paure, ma costruire consapevolezza”. Lo dichiara Francesca Rispoli, co-presidente nazionale di Libera, presentando la terza edizione di Diario di bordo. Storie, dati e meccanismi delle proiezioni criminali nei porti italiani e oltre, curato da lei insieme a Marco Antonelli e Peppe Ruggiero.
Lo studio (disponibile a questo indirizzo), compiuto a partire dalla rassegna stampa Assoporti e da varie relazioni istituzionali, registra una crescita degli episodi di criminalità avvenuti nei porti italiani pari al 14 per cento rispetto al 2024 (131 casi sono avvenuti nel 2025) e un aumento degli scali marittimi coinvolti (dai 30 del 2024, ai 38 del 2025). Tra il 1994 e il 2024 sono stati censiti 113 clan attivi in attività illegali e legali in 71 porti italiani. Il rapporto, però, si concentra anche sulla situazione di Livorno e – attraverso alcune interviste a magistrati brasiliani e francesi – approfondisce due casi internazionali, come il porto di Santos, in Brasile, da cui partono grosse quantità di cocaina verso l'Europa, e quello di Marsiglia, città segnata negli ultimi anni dalla violenza dei narcotrafficanti.
Porti, traffici illeciti e affari mafiosi
Il numero più alto di casi criminali si registra nel porto di Civitavecchia, con 14 episodi criminali rispetto ai quattro registrati nel 2024. Seguono i porti di Ancona e Gioia Tauro con tredici casi ciascuno e Genova con 12 casi. A livello regionale, sono le Marche la ragione in cui si contano più episodi (16), seguite da Calabria, Lazio, Sardegna e Liguria (15 ciascuna), mentre Puglia e Sicilia si attestano a 14. L’ordine cambia se si valuta un periodo più ampio: in questo caso, Genova è lo scalo in cui sono stati scoperti più casi, seguito da Livorno e Ancona, e a livello regionale la Liguria è la regione in cui si concentra la quota più alta (circa il 16%) di eventi criminali, seguita dalla Sicilia e dalla Campania.
La maggior parte dei casi (56%) riguarda attività illegali nell’importazione di merci o prodotti, mentre il 10 per cento concerne le esportazioni illegali. Se prendiamo in considerazione solo i business illegali, il traffico di stupefacenti rappresenta la fattispecie più ricorrente, con 40 eventi (circa il 31,5% del totale), seguito dal traffico di prodotti contraffatti, con 34 casi (26,8%) e dal contrabbando, che conta 29 eventi (circa 22%).
Le mani delle mafie sui porti d'Italia
Tra il 2018 e il 2024 sarebbero avvenuti 45 episodi di corruzione nelle Autorità di sistema portuale. Il dato emerge dall’analisi delle relazioni dei responsabili della trasparenza e della prevenzione della corruzione pubblicate sui siti di tutte le sedici Autorità di sistema portuale. Il monitoraggio ha dunque riguardato 16 enti pubblici per un arco temporale di otto anni, per affari come contratti, concessioni, ispezioni e altro. Si tratta però di dati parziali, che riguardano soltanto i casi di dipendenti, dirigenti o vertici politici delle autorità e non include chi, nel settore pubblico o privato, opera dentro gli scali.
“Dove c’è opacità, dove mancano trasparenza e controllo, le mafie trovano spazio – aggiunge Rispoli –. Questo lavoro ci dice che la risposta non può essere solo repressiva. Serve una strategia più ampia: più trasparenza nei processi decisionali, più strumenti di prevenzione della corruzione, più cooperazione internazionale, più formazione e tutela per chi lavora nei porti. E serve soprattutto una cultura della legalità che coinvolga istituzioni, operatori economici e cittadini. Fare luce, oggi, significa assumersi una responsabilità collettiva. È questo il senso del Diario di bordo: trasformare dati e analisi in consapevolezza, e la consapevolezza in impegno. Perché i porti non siano più spazi opachi, ma luoghi vissuti secondo legalità, diritti e giustizia”.
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“Il porto di Livorno è diventato, nel tempo, un nodo centrale nelle dinamiche criminali nazionali e internazionali, in particolar modo nel mercato internazionale della cocaina"
In questa edizione di Diario di bordo, un approfondimento è dedicato al porto di Livorno, tra i primissimi porti commerciali in Italia. “Dagli inizi degli anni Duemila fino alla fine del 2025, sembra emergere una prevalenza dell’utilizzo del porto labronico per la conduzione di traffici illeciti”, spiega Libera. In particolare, sembra essere diventato un crocevia per il narcotraffico: dal 2011 al 2024 sono state sequestrate 7.818 kg di cocaina pari al 74 per cento del totale sequestrato in tutta la Toscana. Nel 2020 è stato palcoscenico del sequestro più ingente dell’anno e uno dei maggiori degli ultimi decenni (circa 3.300 kg di cocaina), ed è risultato il secondo scalo, dietro Gioia Tauro, per l’ammontare complessivo della cocaina intercettata nell’arco dell’anno solare.
“Il porto di Livorno – commenta Rispoli – è diventato, nel tempo, un nodo centrale nelle dinamiche criminali nazionali e internazionali, in particolar modo nel mercato internazionale della cocaina. L’analisi delle fonti istituzionali e giudiziarie mostra uno scalo utilizzato non solo come punto di arrivo, ma anche come spazio di transito e sperimentazione operativa. Emergono reti criminali transnazionali flessibili, capaci di adattarsi alle opportunità offerte dalla logistica portuale e di intrecciarsi con segmenti della filiera legale. Al centro di queste dinamiche vi sono l’accesso allo spazio portuale, il ruolo degli intermediari e la professionalizzazione delle squadre di recupero”.
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Nel rapporto si sottolinea uno degli aspetti più influenti, cioè "la crescente internazionalizzazione, che riguarda sia i traffici sia la composizione degli attori coinvolti": intorno al porto di Livorno agiscono sia uomini legati alla ‘ndrangheta, referenti per l’organizzazione di importazioni dal Sud America, e gruppi albanesi attivi in funzioni di coordinamento operativo e di recupero della merce. "Il traffico di cocaina che attraversa Livorno non si presenta infatti come un fenomeno omogeneo, né riconducibile a un unico modello operativo – è l'analisi di Libera –. Le rotte di provenienza, le tipologie di merci utilizzate come copertura, le tecniche di occultamento e i quantitativi movimentati variano sensibilmente, adattandosi di volta in volta alle condizioni logistiche, alle risorse disponibili e al grado di controllo percepito. A questa pluralità di modalità corrisponde una molteplicità di attori coinvolti, collocati lungo una filiera che intreccia segmenti legali e segmenti criminali, e che richiede competenze differenziate in ogni fase del traffico".
“I risultati della ricerca suggeriscono che le politiche di prevenzione e contrasto non possano essere limitate a un controllo puntuale dello spazio portuale, ma debbano tenere conto dell’intera rotta delle merci e delle vulnerabilità che si producono lungo l’interfaccia tra porto, retroporto e filiera logistica globale – si legge nel rapporto –. In conclusione, il porto non appare solo come un luogo di transito delle merci, ma come uno spazio sociale e istituzionale in cui si concentrano vulnerabilità, responsabilità e possibilità di intervento. Comprendere queste dinamiche diventa quindi un passaggio necessario per rafforzare strategie di prevenzione e contrasto che siano all’altezza della complessità dei traffici contemporanei".
Nel corso della presentazione a Firenze, Giulia Bartolini, referente di Libera Toscana, ha affermato che "le istituzioni e le forze dell'ordine devono continuare ad indagare, devono continuare a fare il lavoro che stanno facendo. La Toscana non è una terra di mafia ma è una terra dove la mafia fa i propri investimenti. I dati su Livorno ci dicono che ci sono dei fenomeni corruttivi all'interno delle autorità portuali e di chi lavora all'interno del porto". La vicepresidente della Regione Toscana Bintou Mia Diop ha aggiunto che "il problema del porto di Livorno tocca tutti i luoghi portuali, che possono essere terreno fertile per le organizzazioni criminali".
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