Che fine faranno gli istituti tecnici con la riforma Valditara?

La riforma degli istituti tecnici varata dal ministro Valditara, in vigore già da settembre 2026 dopo tempi strettissimi, solleva proteste di docenti e famiglie per tagli orari, incertezza sui posti di lavoro e una visione della scuola sempre più orientata alle esigenze delle imprese. Un pregiudizio culturale relega tecnici e professionali a scuole di serie B, pur essendo scelti da quasi metà degli studenti italiani

Francesco Rossi

Francesco RossiGiornalista e consulente lavialibera

12 luglio 2026

C'è una banchina esterna della metropolitana
Mi ricorda ogni mattina attesa eterna e la campana
Di un istituto tecnico industriale
Ora la vedo passando dalla tangenziale
Sembra uguale almeno da fuori
Sui muri disegnano i cuori delle "love story"
O capolavori di illegali pittori

Ora come allora all'ora di punta
La valanga dei ragazzi in banda
E forse ce n'è uno sull'ultima panca
Lo sguardo scuro lo protegge
Non dice una parola e quando scrive o legge
Non è mai roba di scuola
Forse non s'impegna al massimo
E i voti si abbassano e ha cuffie che lo staccano
Da genitori che se i soldi non bastano si scannano

(A pugni con il mondo - Articolo 31)

I giorni della maturità (o esame di Stato, che dir si voglia) sono accompagnati da ritualità giornalistiche ormai consolidate, quasi come la celebre canzone di Antonello Venditti, che omaggia la notte prima degli esami. In particolare, il giorno del tema di italiano, sport nazionale è il commento alla traccia, possibilmente il minuto dopo l’apertura delle temute “buste” ministeriali (ma si tratta davvero ancora di plichi che arrivano scortati dalla polizia?). Il giorno seguente, invece, quando gli studenti sono alle prese con la seconda prova scritta, diversificata per tipologie di scuole e indirizzi, i titoli si concentrano sull’annuncio delle materie toccate in sorte ai maturandi. Siccome, però, le variabili sono molte e i caratteri tipografici a disposizione molto pochi, bisogna selezionare. E di solito la scelta ricade sempre sugli stessi indirizzi: i licei. Giù tutti ad elencare gli autori delle versioni di latino o greco del classico, i quesiti di matematica dello scientifico e, quando va bene e c’è spazio, gli argomenti degli elaborati in lingua del linguistico.

Alle altre scuole superiori di secondo grado restano le briciole: relegati in un trafiletto alla fine del pezzo gli istituti tecnici, completamente dimenticati i professionali. Peccato che non si tratti affatto di indirizzi residuali, visto che li frequentano poco meno del 50 per cento degli studenti. Più precisamente, circa un terzo dei ragazzi e ragazze italiani sceglie gli istituti tecnici, cioè percorsi che uniscono basi teoriche e applicazioni pratiche, mentre il 13 per cento opta per i professionali, che hanno un approccio più laboratoriale (ma vanno distinti dai Centri di formazione professionale - Cfp, che durano tre o quattro anni e non permettono l’accesso diretto all’università). Ma torniamo a ciò che accade sui giornali durante la maturità e che è però emblematico di quella che si potrebbe definire una postura culturale: considerare vera scuola solo i licei, retrocedendo in serie B tutto il resto.

Uscire insieme dalle scuole-ghetto

La riforma che non c’è

È forse frutto di questo atteggiamento anche il silenzio che circonda la nuova riforma degli istituti tecnici, varata dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, con il decreto ministeriale 29 del 19 febbraio 2026, che, dando seguito alla legge 175/2022, ridisegna l’intero assetto dell’istruzione tecnica: ridefinendo gli indirizzi di studio, rimodulando il monte ore complessivo e quello spettante alle singole discipline, e riscrivendo gli esiti di apprendimento attesi dai diversi percorsi. Il tutto, a partire già dal prossimo anno scolastico (2026/2027). Proprio i tempi rapidissimi imposti dal ministero rappresentano la prima forte criticità, anche se la motivazioni della corsa appaiono chiare: stare nella tabella di marcia imposta dal Pnrr, che nella Missione 4, Scuola e Ricerca, include proprio la riforma degli istituti tecnici professionali e quella del sistema degli Its. Però la fretta è spesso una cattiva consigliera e crea pasticci. Le preiscrizioni della scuola secondaria di secondo grado si effettuano tra febbraio e marzo (per poi perfezionarsi a luglio, dopo gli esami di fine ciclo, ma con un passaggio che è una mera formalità). Quindi varare una riforma a febbraio per farla entrare in vigore da settembre non sarebbe tecnicamente possibile. Eppure è quello che è successo, generando un’assurda distorsione: molti genitori hanno iscritto i propri figli a un indirizzo di istituto tecnico che, alla riapertura delle scuole dopo l’estate, non esisterà più perché profondamente mutato. “Questo significa violare il patto di trasparenza con le famiglie”, spiega Sabrina di Paola, docente di italiano e storia presso l’istituto Vanvitelli-Stracca-Angelini di Ancona e attivista della Rete degli istituti tecnici, nata proprio per contrastare la riforma. Ed infatti, il malcontento sta montando e molte famiglie, affiancate dalla Flc Cgil, hanno presentato ricorso straordinario al presidente della Repubblica per chiedere l’annullamento della revisione.

Una petizione che unisce, ovviamente, anche i docenti perché il cambio delle regole in corsa rischia anche di impattare negativamente sui posti di lavoro, visto che cattedre e organici sono già stati stabiliti sulla base delle iscrizioni di febbraio e quindi non tengono in considerazione la nuova distribuzione oraria tra le discipline. Che fine faranno gli insegnanti destinati a occupare cattedre tagliate dalla riforma? Emblematico è il caso del nuovo insegnamento per il biennio denominato “scienze sperimentali”, destinato a unificare scienze della terra, biologia, chimica, fisica: non si sa chi dovrà insegnarlo, non si sa come dovranno essere gestite eventuali compresenze, ma si sa che saranno tagliate 231 ore (si passerà infatti dalle 528 complessive delle vecchie materie alle 297 della nuova). Diverse discipline perderanno così delle ore: secondo l’Associazione nazionale insegnanti e formatori (Anief), ci saranno docenti soprannumerari nel 78 per cento degli istituti tecnici, per un totale di 1200 classi coinvolte. Un tema spinoso, che è stato alla base dello sciopero indetto lo scorso 7 maggio e delle due giornate di blocco delle attività aggiuntive (quelle non obbligatorie dedicate alle attività extra curriculari), il 22 maggio e il 21 giugno. Il ministro, probabilmente intuendo di aver compiuto un grave passo falso, è corso ai ripari: con un’apposita circolare ha suggerito alle scuole l’utilizzo di ore che la riforma affida loro come “quota di flessibilità” per far recuperare peso alle materie sforbiciate. Tradotto: viene scaricato su collegi docenti e dirigenti scolastici il compito di salvare posti di lavoro smontando la stessa riforma. Qualche segnale di raffreddamento dello scontro tra Ministero e sindacati della scuola, invece, si è avuto l’8 luglio, a chiusura del tavolo di confronto. Dal dicastero di viale Trastevere, infatti, si sono detti disponibili a lavorare su alcune delle criticità della riforma, cominciando proprio dalla diminuzione del numero di ore di flessibilità lasciate a disposizione delle scuole, a beneficio delle materie di indirizzo, che riguadagnerebbero spazio.

Più povera e meno libera: la scuola secondo Valditara

Una scuola del fare che serve le imprese

Le critiche più profonde alla riforma, però, riguardano proprio l’idea di scuola che si può leggere in controluce. L’impressione è che si sia scelto di premere ancora di più l’acceleratore verso una scuola del fare, un’istruzione tutta orientata a formare lavoratori, facendosi garante delle esigenze delle imprese. Circa 130 docenti del già citato istituto Vanvitelli-Stracca-Angelini lo hanno messo nero su bianco in una mozione di contrarietà al decreto, dove sostengono che la riforma tende “a trasformare la scuola in un terminale sussidiario delle esigenze produttive; (...) tale visione utilitaristica sacrifica la formazione integrale della persona, con il rischio di ridurre il complesso processo educativo a un mero addestramento professionale”.

Un’impostazione che sembra voler importare acriticamente modelli di istruzione tecnica presenti in altri paesi europei, come Francia e Germania, senza curarsi delle specificità che hanno sempre contraddistinto (in meglio) il sistema italiano. “Gli studenti italiani – sottolinea ancora Sabrina Di Paola – sono apprezzati all’estero proprio per la loro formazione teorica”. Quella formazione che la riforma invece mortifica, preferendogli l’orientamento professionale. Al punto da picconare anche uno dei pilastri caratterizzanti gli istituti tecnici, cioè il biennio unificato, con i primi due anni uguali per tutti. Nel nuovo corso, invece, verranno introdotte fin dal primo anno materie di indirizzo, anticipando, di fatto, la canalizzazione degli studenti verso specifici sbocchi professionali. “Ma la professionalizzazione non si può anticipare troppo – sostiene Di Paola –, perché a quell’età non si è pronti per percorsi troppo strutturati e si rischia di perdersi”. Valditara, invece, ha a più riprese rivendicato e difeso questa impostazione, affermando che “il collegamento scuola-impresa è una priorità europea per garantire ai giovani un’occupazione rapida e retribuzioni dignitose”. Anche Cristina Costarelli, dirigente scolastico dell’Itis “Galileo Galilei” di Roma e presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp) del Lazio, intervistata da Tuttoscuola, si è detta convinta che, pur continuando a formare cittadini, la scuola debba porsi “una domanda di connessione con il mondo del lavoro”, visto che “il mondo produttivo chiede determinate figure e, di contro, abbiamo giovani che vorrebbero lavorare ma non riescono, diventando neet (acronimo di “Not in education, employment, or training”, cioè giovani che non studiano, non seguono percorsi formativi e non lavorano, ndr), perché non si intrecciano le loro competenze con quelle del mercato”.

Analfabetismo, frutto di disuguaglianze

In questo quadro, c’è anche un altro tassello che va tenuto in considerazione: l’introduzione, a partire dall’anno scolastico 2024/2025, della sperimentazione del modello 4+2 per la filiera tecnologico-professionale. Si tratta di percorso alternativo rispetto a quello quinquennale che prevede quattro anni di scuola superiore (tecnica o professionale) che possono poi proseguire con due anni di specializzazione ad alta tecnologia presso un ItsAcademy (Istituti tecnici superiori). Il problema, secondo molti docenti, è che alla fine del quarto anno lo studente ha in mano un diploma equivalente a quello quinquennale (il monte ore del quinto anno viene ripartito nei quattro anni precedenti) e nessun obbligo di continuare a studiare.

Viste una accanto all’altra, tutte queste tessere del mosaico danno adito ai sospetti di chi teme che nel futuro si voglia arrivare a creare un’istruzione tecnica iper-specializzata e territorializzata, magari quadriennale e senza più un esame di Stato. Sicuramente, la costruzione di una sinergia tra scuole e territori è il cuore della riforma, tanto che in 14 pagine di decreto il concetto torna almeno una quindicina di volte. Graziamaria Pistorino, della segreteria nazionale Flc Cgil è netta: con questa riforma “l’autonomia differenziata è uscita dalla porta (con la parziale bocciatura della legge Calderoli da parte della Corte costituzionale, ndr) e rientra dalla finestra, ed è una cosa gravissima”. A questo si accorda anche un ampio margine di manovra lasciato alle scuole nella costruzione dei curriculum scolastici. A tendere, tutto ciò potrebbe portare a una polverizzazione dell’istruzione tecnica, con l’unico debole collante affidato alla definizione dei profili formativi posti come obiettivo. Gli istituti tecnici si configurerebbero quindi come delle scuole regionali di avviamento al lavoro. “Si tratta di una scelta di natura ideologica – prosegue Pistorino – una curvatura sul lavoro che si traduce in una diminuzione dell’importanza del valore culturale della scuola e in un ripiegamento delle ambizioni formative”. Una parabola di cui, a onor del vero, Valditara è solo l’ultimo interprete, perché riguarda almeno gli ultimi vent’anni di riforme scolastiche, dalla Moratti in giù (ricordate le tre “i” berlusconiane? Internet, inglese e, appunto, impresa).

La tecnologia bene comune, contro le disuguaglianze digitali

La scuola per chi non ha voglia di andare a scuola

Vent’anni che sembrano attraversati da un pregiudizio: costruire una scuola molto pratica e orientata al mestiere per chi non ha voglia di andare a scuola (o non ne ha le capacità). Detto altrimenti: una scuola working class per chi è figlio della working class. E siccome a pensar male si fa peccato ma, come sosteneva cinicamente Andreotti, spesso ci si azzecca, può essere utile portare questo assunto alla prova dei numeri. E partiamo dai dati sulle iscrizioni ai licei, agli istituti tecnici e a quelli professionali. Come detto in apertura, negli ultimi anni, questi dati si sono stabilizzati: i licei rappresentano circa il 56 per cento degli iscritti, i tecnici il 31 per cento, i professionali il 13 per cento (dati al netto di coloro che scelgono i centri di formazione professionale). Ma vent’anni fa qual’era la situazione? Nell’anno scolastico 2005-2006, gli iscritti ai licei erano “solo” il 42 per cento, seguiti dai tecnici al 33 per cento e dai professionali al 23 per cento. In due decenni c’è stato quindi uno svuotamento dei professionali e un ingrossamento delle file dei licei. In mezzo, gli istituti tecnici, solo apparentemente stabili, in realtà crocevia di un duplice smottamento, come ricostruito da Mario Pomini, docente di economia politica dell’Università di Padova, nel libro La scuola pubblica a rischio. “Poiché non è pensabile un passaggio diretto dalla scuola professionale al liceo – scrive Pomini –, quello che si è verificato è stato un graduale passaggio dalla formazione professionale a quella tecnica, e una analoga dinamica si è verificata da quella tecnica al sistema dei licei”. E forse è per arginare questo slittamento che il ministro Valditara, in una recente intervista, ha dichiarato di voler lavorare nella direzione di una cancellazione della tripartizione della scuola secondaria di secondo grado, conferendo a tutti gli istituti il patentino di liceo.

Ma andiamo oltre e aggiungiamo altri elementi di riflessione. A livello geografico, le statistiche ci dicono che gli istituti tecnici sono più forti al centro nord (il record è il 39 per cento di iscritti del Veneto) e più deboli al centro sud (dove vengono a volte anche doppiati dai licei). Una cartina che sembra ricalcare quella dei territori con il tessuto produttivo più solido. Nelle grandi città metropolitane come Roma e Milano, poi, è significativo notare come la concentrazione di licei sia maggiore nei quartieri centrali, mentre gli istituti tecnici orbitano di più in periferia.

Inoltre, l'Istat rivela che i tecnici attirano molti più ragazzi che ragazze (in rapporto di circa 2 a 1, con i dovuti distinguo tra i vari indirizzi) e una quota maggiore di stranieri rispetto alle altre scuole secondarie (circa il 40 per cento delle preferenze, che porta la presenza di studenti con cittadinanza non italiana al 10,6 per cento, due punti sopra la media generale). Infine, interessante è anche il dato sulla dispersione scolastica. La media nazionale, per la scuola secondaria di secondo grado è del 2,5 per cento, ma il fenomeno è praticamente inesistente nei licei (sotto 1,5 per cento) mentre si fa più marcato nei tecnici (3,5 per cento circa) e preoccupante nei professionali (oltre il 5 per cento).

Alla luce di tutto questo, e senza scadere in generalizzazioni e semplificazioni, qualche conclusione è possibile trarla. Tutto sembra suggerire, infatti, che gli istituti tecnici si rivolgano oggi a una platea di studenti e studentesse che presentano, nella maggior parte dei casi, elementi di fragilità socioeconomica. Un identikit che combacia bene con quello del protagonista di A pugni con il mondo, canzone degli Articolo 31 che racconta di un giovane arrabbiato, figlio di una periferia metropolitana, con alle spalle dinamiche familiari tossiche a cui reagisce chiudendosi nel proprio mondo e perdendo terreno nello studio. Uscendo dalla finzione musicale, tra i banchi degli istituti tecnici, siedono in gran parte figli e figlie della classe lavoratrice medio-bassa. Scelgono i tecnici perché vogliono elevarsi rispetto allo stigma che affossa i professionali, ma temono l’inaccessibilità dei licei. Di fronte, purtroppo, si trovano una scuola che sembra volerli intrappolare nel loro status quo familiare, a replicare le dinamiche e i successi/insuccessi. Una scuola meno teorica e più pratica che avrebbe introiettato un pregiudizio senza neanche accorgersene: si iscrivono ai tecnici perché non hanno voglia di studiare, quindi meglio mandarli a lavorare quanto prima, formandoli come manodopera industriale. Viene però da chiedersi se è questo il senso della scuola.

Per approfondire

  • Identità e percorsi di integrazione nelle seconde generazioni in Italia - Report Istat

  • Rete nazionale istituti tecnici - Sito ufficiale

  • Mario Pomino, La scuola pubblica a rischio. L'autoritarismo fallimentare delle destre al potere, Ombre corte, 2026

  • Michele Arena, Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista, Il Margine

 

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