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30 luglio 2026
Nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) è la visita medica a decidere, di fatto, chi può entrare e chi no: quando le autorità di pubblica sicurezza dispongono il trattenimento di un cittadino straniero in attesa di espulsione, il medico è chiamato a valutare se la persona è "idonea" dal punto di vista sanitario. Come abbiamo raccontato nell’inchiesta del numero Stanze Segrete, molti operatori subiscono pressioni per concedere il nullaosta, anche a costo di piegare la deontologia alle esigenze di ordine pubblico. Il nodo è esploso con il caso di Ravenna, dove alcuni medici sono stati indagati con l’accusa di falso ideologico per aver rilasciato molti certificati di inidoneità.
Ora la questione torna di attualità. Le linee guida del ministero dell'Interno per attuare il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo definiscono le modalità di svolgimento dello screening sanitario anche per i richiedenti asilo sottoposti alle cosiddette "procedure di frontiera". Tra le indicazioni operative, quella di condurre le visite nei locali della polizia e di affidarle anche a medici non specialisti per velocizzare l'iter.
Nuovo Patto Ue: se la salute diventa questione di ordine pubblico
Per questo motivo, diverse associazioni del mondo sanitario hanno lanciato un nuovo appello “contro la securitizzazione della cura”. Lo scorso 10 luglio, anche la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) ha approvato un ordine del giorno in questo senso: “Il medico deve tutelare la salute della persona, non può essere trasformato in un ausiliario dell’ordine pubblico”, si legge nel testo. Ne abbiamo parlato con Guido Giustetto, membro del comitato centrale della Fnomceo e presidente dell’ordine provinciale di Torino.
Giustetto, com’è andata la sottoscrizione dell’ordine del giorno? C’è stato dibattito interno?
L’abbiamo sottoscritto all'unanimità, molti di noi l’avevano già visto ed esaminato. Il problema è la sovrapposizione, secondo noi scorretta, tra l’atto medico e un atto amministrativo securitario: la visita deve essere condotta con la finalità di curare la persona, non di scrivere un certificato utile solo a validare la possibilità di stare in Cpr o in altri luoghi di detenzione.
Eppure la direzione delle nuove politiche migratorie nazionali ed europee sembra proprio questa. Come vivete il vostro ruolo di medici in questo momento storico?
Qui entriamo nel dibattito sul significato della visita di idoneità per l'ingresso nei Cpr: spesso si pensa, anche in cattiva fede, che l’obiettivo sia valutare che la persona abbia le caratteristiche per stare in comunità, cercando di escludere che sia portatrice di malattie infettive. Noi riteniamo che bisogni capovolgere il discorso: la visita deve stabilire che il posto dove la persona va a finire non sia patogeno per lei, che può voler dire sia che la faccia stare male, sia che peggiori una sua condizione di salute che non può essere curata all’interno.
Lei ha parlato di patogenicità della detenzione amministrativa: cosa possono fare i medici davanti a forme di detenzione che generano o peggiorano malattie in chi le subisce?
"Quello della detenzione amministrativa è un sistema che non funziona e sarebbe meglio abbattere, ma finché resta in piedi l'impegno del medico è quello di fare le visite con scrupolo"
È difficile dare una risposta su questo, l'unica cosa che viene in mente è l'inidoneità. Quello della detenzione amministrativa è un sistema che non funziona e sarebbe meglio abbattere, ma finché resta in piedi l'impegno del medico è quello di fare le visite con scrupolo. La mia preoccupazione principale è che questo incarico venga preso sotto gamba. Il primo passo è avere consapevolezza di cosa si sta facendo, essere formati e poi agire in scienza e coscienza.
Cosa significa fare le visite con scrupolo?
Il medico deve mettersi a disposizione: per poterlo fare bisogna riuscire a capirsi ed entrare, per quanto possibile, nella cultura della persona migrante. Un mediatore preparato è importante tanto quanto alcuni strumenti diagnostici di base. C’è poi il tema della competenza specifica di chi fa questo tipo di visite. I medici dovrebbero avere una formazione in medicina delle migrazioni e in etnopsichiatria, per interpretare quelli che a noi possono sembrare aspetti psichiatrici, ma non necessariamente lo sono. Lo strumento ideale sarebbe una visita pluridisciplinare, che tenga insieme competenze psichiatriche, di medicina delle migrazioni e di mediazione culturale.
Abbiamo abbastanza persone formate per far fronte a questa richiesta?
Il problema del numero non sussiste. Nel nostro ordinamento non esiste una specialità in medicina delle migrazioni, ma ciò non toglie che chi si occupa di questo non possa fare una settimana di formazione full time per acquisire le competenze, perché poi le malattie sono le stesse, ma serve un altro sguardo sul modo in cui vengono presentati i sintomi. È come avere una lente di ingrandimento diversa da quella che utilizzi di solito. Potrebbero essere anche gli stessi ordini a organizzare dei momenti formativi per chi svolge certe mansioni.
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Dopo i fatti di Ravenna, la Fnomceo ha proposto di slegare la valutazione clinica dell'idoneità dall'autorizzazione all’ingresso in Cpr, lasciando cioè che a dire l’ultima parola siano comunque le autorità di pubblica sicurezza.
La separazione dei due momenti è tutt'ora la nostra proposta, perché non si è trovata un'altra soluzione. È un tentativo per dire che il medico fa il suo lavoro, se è chiamato a dare un parere sullo stato di salute può farlo, ma non è una sua responsabilità come quel parere si trasformi in un giudizio sul trattenimento. Bisogna riuscire a dividere l'atto medico dall'atto securitario.
"Bisogna separare l'atto medico da quello securitario: il medico dà un parere sullo stato di salute, ma non è sua responsabilità il giudizio sul trattenimento"
Nella bozza del Ddl Immigrazione si legge la possibilità di effettuare la visita entro 24 ore dall'ingresso in Cpr e alcuni membri della maggioranza hanno proposto di affidarla a medici militari e della Polizia. In questo scenario, la proposta di separare la valutazione clinica dalla decisione sul trattenimento non rischia di ridurre la prima a una semplice consulenza che si può tenere o meno in considerazione, “lavandosene le mani” come categoria professionale?
Bisognerebbe conoscere un'alternativa, ma non ce l’abbiamo. Dal punto di vista di salute il medico può dire che chi ha delle patologie necessita di una serie di cure che in un Cpr non possono essere garantite, quindi non può entrare. Se invece non ci sono situazioni acute, allora non spetta a noi decidere se metterla in Cpr oppure no, la valutazione va fatta dal sistema securitario. In questo senso proponiamo la separazione: se io dico che questa persona non ha dei problemi particolari di salute questo non deve implicare nulla rispetto al suo ingresso in Cpr.
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Quindi varrebbe come veto solo per chi ha dei problemi non curabili o che potrebbero peggiorare.
O per chi immaginiamo che lì dentro starebbe ancora peggio, non solo persone con problemi già molto evidenti, ma anche quelli che potrebbero venire fuori.
E invece le persone che stanno apparentemente bene ma rischiano l'insorgenza di una nuova patologia, visto che abbiamo parlato di luoghi patogeni?
Lì bisogna che sia molto monitorato lo stato di salute all'interno del Cpr. Bisogna introdurre dei monitoraggi da parte del sistema sanitario nazionale e non solo dei medici degli enti gestori, certo. E servirebbe della formazione anche per chi lavora nei Cpr: i bandi dovrebbero indicare chiaramente l’obbligo per i medici interni di avere una preparazione specifica in medicina delle migrazioni.
E il ministero della Salute?
Non credo che abbia preso una posizione su questo, ma dovrebbe farlo, rivendicando la sua parte rispetto al Viminale. Sta proprio qui la confusione tra la definizione di salute e quella di sicurezza.
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