Roma, l'ingresso di Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei deputati (Foto di Simone Ramella da Flickr, CC BY 2.0)
Roma, l'ingresso di Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei deputati (Foto di Simone Ramella da Flickr, CC BY 2.0)

Isaia Sales: "La legge sugli scioglimenti per mafia ha fatto il suo tempo"

Uno strumento diventato arma di lotte politiche, anziché contro la criminalità. Un utilizzo molto discrezionale, un divario enorme tra Nord e Sud e uno scarso sostegno alle amministrazioni commissariate. Per queste e altre ragioni lo storico Isaia Sales ritiene sia giunto il momento di aggiornare la normativa per sciogliere i consigli comunali infiltrati dalle mafie

Isaia Sales

Isaia SalesProfessore di Storia delle mafie

7 settembre 2026

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La normativa sullo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose ha fatto il suo tempo e andrebbe completamente ripensata. Ha perso tutta la spinta propulsiva nel contrastare le mafie, spinta che la caratterizzò quando fu varata nel 1991 e che ha mantenuto almeno per un quindicennio. Poi è diventata tutt’altro. Quando si arriva a sciogliere amministrazioni rette da sindaci al di sopra di ogni sospetto di relazioni o di rapporti diretti con mafiosi, camorristi o ‘ndranghetisti (come è avvenuto in alcuni degli ultimi casi) la legge allora si espone a una delegittimazione degli scopi che ne mina nel profondo la credibilità. E quando, poi, in alcuni comuni si arriva al terzo, quarto e addirittura quinto scioglimento, che fiducia si può avere in uno strumento che non riesce minimamente a sradicare quel malaffare che viene denunciato nelle relazioni prefettizie? 

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Strumento di lotta politica, non antimafia

Non siamo così ingenui da pensare che la norma potesse eliminare da sola la presenza mafiosa dai comuni, ma che almeno ne riducesse gli spazi

Sempre più spesso la norma viene usata nella lotta politica piuttosto che nella lotta alla mafia: quando la destra è al governo si sciolgono di più amministrazioni di sinistra e viceversa. Non siamo così ingenui da pensare che la norma potesse eliminare da sola la presenza mafiosa dai comuni, che facesse scomparire in pochi mesi radicamenti mafiosi che durano in alcuni casi da decenni se non da secoli, ma che almeno ne riducesse gli spazi, il consenso, le attività finanziate dal comune, e che dopo il commissariamento si creassero condizioni migliori per i nuovi eletti così da potere amministrare senza il peso e la continuità degli interessi mafiosi. E, invece, ciò quasi mai avviene.

Certo, molti sforzi sono stati fatti per applicare al meglio la norma, eppure sempre più spesso sembra di trovarsi di fronte non a uno strumento di prevenzione (scopo per cui è nata) ma piuttosto a uno strumento di repressione con caratteristiche abbastanza discrezionali: più per sanzionare urbi et orbi la mafiosità di quel comune che per una presa in carico da parte dello Stato dei problemi di quella collettività o un aiuto per ridurre o eliminare il controllo mafioso sugli amministratori, sui funzionari comunali e sui servizi erogati; per offrire, insomma, una sponda agli amministratori che resistono.

Un uso improprio della legge deriva anche dalla eccessiva discrezionalità che consente. La sua applicazione è affidata a mani diverse, a diversi prefetti, e quindi produce esiti diversi. Dal prefetto di ferro e dal prefetto morbido non si potranno ottenere gli stessi risultati, e ciò può essere considerato un dato fisiologico, ma a livello ministeriale si usano criteri differenti per situazioni simili: ad esempio non si sciolgono capoluoghi di provincia (escluso Reggio Calabria) o grandi comuni politicamente protetti, anche se lì sono state assunte decisioni compromettenti allo stesso modo dei piccoli e medi comuni per cui si è stata applicata la legge.

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Un divario tra Nord e Sud

È evidente una forte resistenza politica a sciogliere comuni dell’area centro-settentrionale anche in presenza di reati simili a quelli dei comuni meridionali

Un’ultima considerazione. Colpisce il numero bassissimo di scioglimenti di comuni del Centro-Nord, la sproporzione netta tra le indagini della magistratura, l’allarme degli organi di sicurezza e le decisioni dei prefetti e del Ministero degli interni.

Solo un numero ristrettissimo di amministrazioni comunali è stato interessato fuori dalle regioni di insediamento storico delle mafie, nonostante ormai tutti gli organi istituzionali che si occupano della materia parlano di una “nazionalizzazione” riuscita delle mafie, di un loro controllo di ampi settori dell’economia locale nel Centro-Nord.

Ad oggi, dei 402 provvedimenti di scioglimento dei comuni (a cui vanno aggiunte 7 aziende ospedaliere) ben 389 si collocano al Sud (compresi quelli per cui c’è stato un annullamento o un’archiviazione o quelli sciolti più volte) e solo 9 effettivi nel Centro-Nord. Se gli approfondimenti delle varie Commissioni parlamentari antimafia (a partire da quella presieduta da Rosy Bindi) permettono di delineare un quadro preoccupante dell’insediamento mafioso nell’area centro-settentrionale dell’Italia, come mai non c’è poi un riscontro effettivo nell’applicazione della norma?

In Lombardia un solo comune è stato sciolto su 1509 complessivi. Nelle regioni del Sud a tradizionale insediamento si è arrivati, invece, a 129 comuni sciolti su 404 in Calabria (più del 30%), 91 su 390 in Sicilia (quasi il 25%), 117 su 550 in Campania, (più del 20%) e 26 su 258 in Puglia (il 10%). In Emilia-Romagna, regione oggi a forte radicamento di ‘ndrine calabresi, c’è un solo comune sciolto su 328; in Piemonte, regione anch’essa a vivace presenza ‘ndranghetista, solo 3 comuni su 1181; in Liguria ci sono stati tre scioglimenti (ma due sono stati annullati) su 234 comuni. In Valle d’Aosta 1 su 74. Nel Centro Italia solo il Lazio ha conosciuto due scioglimenti (e tre archiviazioni) su un totale di 378 comuni.

Vuol dire, forse, che gli allarmi sono stati sopravvalutati? O che siamo di fronte a due pesi e a due misure? È evidente una forte resistenza politica a sciogliere comuni dell’area centro-settentrionale anche in presenza di reati simili a quelli dei comuni meridionali nei quali è stata applicata ampiamente la misura.

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Non sempre le gestioni commissariali coincidono con il buongoverno

Lo Stato in luoghi di mafia deve dimostrare generosità più che diffidenza, mettere i suoi uomini migliori a disposizione

Peraltro, e questo è un altro elemento da non trascurare, non sempre le gestioni commissariali coincidono con il buongoverno. Nella maggioranza dei casi i commissari sono presenti per poche ore alla settimana e non raggiungono risultati di “pulizia” all’interno del comune di cui debbono occuparsi. Escludendo casi esemplari di impegno, la funzione dei commissari si limita al disbrigo di incombenze burocratiche; essi sono considerati dalla popolazione come dei corpi estranei, e fanno spesso tutto il possibile per esserlo.

D’altra parte, la vicenda dei plurimi scioglimenti (ben 89) è la dimostrazione dell’inefficacia degli strumenti di contrasto. Studiare i duplici, i triplici e i quadrupli scioglimenti (quintuplo nel caso di Marano) appare di fondamentale importanza, soprattutto per le conseguenze sul tessuto democratico. In alcuni paesi, sciolti più volte, non si trovano candidati per le elezioni comunali e questo dato la dice lunga sul senso di abbandono provato dagli abitanti. Non è facile amministrare la cosa pubblica in quei luoghi e sempre più persone degne si allontanano dall’impegno civile nel timore di poter commettere errori per inesperienza e pagarli a caro prezzo.

Lo Stato in luoghi di mafia deve dimostrare generosità più che diffidenza, mettere i suoi uomini migliori a disposizione (e non qualche giorno a settimana) formarli, prepararli, e alla fine del periodo di supplenza pretendere che si scriva nelle relazioni finali come si è operato da parte loro per rimuovere quelle cause che sono state segnalate come motivo dello scioglimento. Lo Stato si deve fare “amare” in questi luoghi difficili e, soprattutto, deve aiutare quelli che resistono sulla linea incerta e difficile che separa il condizionamento mafioso dall’impotenza o inesperienza amministrativa.

A luglio di quest’anno è stata presentata la relazione sull’argomento della Commissione parlamentare antimafia, che offre molti spunti interessanti e proposte concrete. In particolare, l’affiancamento dello Stato all’amministrazione “con un pericolo accertato” di condizionamento mafioso potrebbe essere una prima modifica radicale, così come la decadenza del singolo consigliere (se accertati i suoi collegamenti con la criminalità) al posto dello scioglimento dell’intero Consiglio. Deve, poi, prevalere il principio che per mandare a casa un’amministrazione non bastano da sole le parentele con mafiosi, ma la dimostrazione che per il tramite familiare si siano alterate effettivamente le decisioni amministrative. Giusta anche l’indicazione dell’obbligo della sospensione cautelare dei funzionari di cui vengono accertati i legami con ambienti criminali (oggi la decisione è solo facoltativa).

La legge sullo scioglimento dei comuni è una misura straordinaria di intervento dello Stato, non un metodo ordinario. E come tale andrebbe usata: solo in casi estremi e solo in funzione di sostegno. Questa finalità non andrebbe mai dimenticata.

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