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2 settembre 2026
A San Luca, comune di meno di quattromila abitanti in provincia di Reggio Calabria, la vera sfida delle elezioni amministrative del 2027 non sarà scegliere il candidato o il programma migliore. Sarà trovare qualcuno disposto a candidarsi a sindaco. Possiamo fin d’ora prevedere che i più superficiali osservatori esterni analizzeranno la questione con trite considerazioni sul controllo soffocante che la 'ndrangheta eserciterebbe sui poteri locali. Ma la realtà è ben diversa. Per i sanluchesi stessi, ormai, "fare il sindaco di San Luca è la più grande bestemmia (fiastìma)". Con le parole di alcuni di loro: “Qui solo un pazzo farebbe il sindaco”, come ci è stato detto innumerevoli volte durante un periodo di soggiorno al paese ai fini di un progetto di ricerca sociale tra luglio e agosto 2026.
Questa desertificazione democratica va compresa, non stigmatizzata, muovendo da un’analisi delle fragilità istituzionali e normative che bloccano questo e altri territori marginali e vittimizzati.

La spiegazione dell’assenza – per ora – di aspiranti candidati che più frequentemente capita di ascoltare tra i cittadini è semplice: "Tanto ci scioglierebbero", con riferimento ai ripetuti scioglimenti del Comune per infiltrazione mafiosa. Siamo giunti al terzo ormai, e tuttora l’amministrazione comunale di San Luca è commissariata. Questa affermazione riflette una percezione concretamente avallata dall’esperienza di innumerevoli inchieste sull’amministrazione comunale e di un triplice commissariamento. Fermarsi a questo aspetto sarebbe però riduttivo. Dietro il disincanto sulle candidature a San Luca vi è anche un problema strutturale: il rapporto tortuoso, spesso conflittuale, tra amministratori locali e norme vigenti.
Qualsiasi amministratore di piccoli (e grandi) comuni conosce bene il problema. Ogni scelta politica si traduce in atti amministrativi proiettati all’interno di un labirinto normativo stratificato, confuso, spesso contraddittorio, di incerta e ambigua interpretazione. Procedure, vincoli, responsabilità e sanzioni rendono ogni scelta potenzialmente rischiosa. Deve ricredersi chi si è illuso che l'abrogazione dell'abuso d'ufficio, cartina di tornasole per indagini su reati ben più gravi (leggi qui), o l’alleggerimento delle potenziali sanzioni contabili (leggi qui) avrebbe alleggerito il problema: innumerevoli altre responsabilità potenziali di ogni tipo e natura incombono sul volenteroso sindaco o assessore, con un effetto paralizzante, amplificato dalla fragilità della struttura amministrava – tipica di San Luca come di molti altri Comuni collocati in aree marginali.
Il paese di San Luca cerca un'immagine diversa
Spendere e investire le (poche) risorse pubbliche disponibili per provare a risolvere i problemi della comunità impone l’assunzione di serie responsabilità, nella consapevolezza che ogni atto verrà probabilmente assoggettato a un livello iperbolico di scrutinio, per giunta nella ricerca di sfuggenti sintomi di “mafiosità”
A San Luca però si aggiunge un fattore ulteriore: è facile previsione che ogni atto dell'amministrazione sarà vivisezionato attraverso una lente di ingrandimento particolare, condizionata dalla storia criminale del territorio. Non si tratta tanto di una presunzione di colpevolezza a livello individuale, quanto piuttosto di presunzione di mafiosità “del contesto” che influenza l'intera percezione pubblica, nonché natura e intensità dei controlli.
Questo produce un paradosso destabilizzante. Chi amministra sembra poter imboccare solo due strade. Da un lato quella dell'immobilismo – esemplificato dall’espressione “paura della firma” – che si converte nel fare il minimo indispensabile, evitare qualsiasi azzardo, ridurre i rischi. Una scelta di cautela che espone l'amministratore a minori pericoli di inciampi burocratici o giudiziari, ma frena o impedisce qualsiasi cambiamento di cui il paese avrebbe tremendamente bisogno.
Dall’altro lato quella dell’attivismo politico a proprio rischio e pericolo: spendere e investire le (poche) risorse pubbliche disponibili per provare a risolvere i problemi della comunità impone l’assunzione di serie responsabilità, nella consapevolezza che ogni atto – l’assegnazione di un appalto, una concessione, una licenza, un’autorizzazione, etc. – verrà probabilmente assoggettato a un livello iperbolico di scrutinio, per giunta nella ricerca di sfuggenti sintomi di “mafiosità” (come ad esempio una inevitabile parentela).
Qui nasce il timore che genera il più forte effetto deterrente. Se si scava abbastanza in profondità, qualche irregolarità amministrativa la si trova quasi sempre – fosse pure nel più virtuoso comune alto-atesino, figurarsi alle pendici dell’Aspromonte. La tortuosa complessità dell’amministrazione pubblica a livello locale ha ormai raggiunto livelli tali che piccole irregolarità formali o interpretazioni “elastiche” esposte a contenzioso sono più la norma che l’eccezione. Questo succede ovunque. Ma mentre in altri contesti territoriali questi errori sono considerati parte della “fisiologia” amministrativa, corretti o archiviati, a San Luca rischiano sempre di venire interpretati come campanelli d’allarme del condizionamento criminale o anche solo dei legami parentali con soggetti di spessore mafioso.
Chi in un simile scenario decidesse di governare verrà visto come una creatura che unisce in sé i tratti del pazzo e dell'eroe, sicuramente con una venatura masochistica. Ogni individuo sano di mente non può che starsene alla larga da un ruolo in cui in cambio di una fascia tricolore da indossare nelle cerimonie ufficiale si corre il rischio che ogni minuzia amministrativa male interpretata distrugga la reputazione e sfoci in indagini.
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Le persone più qualificate e motivate, che a San Luca esistono e potrebbero fornire un contributo allo sviluppo del paese, non possono che seguire questo orientamento generalizzato di disillusione e distacco, anche i più giovani non maturano alcuna motivazione all’impegno e alla mobilitazione civica
Viene così alimentato un circolo vizioso socialmente devastante. I cittadini di San Luca assistono passivamente a scioglimenti ricorrenti del proprio Comune per infiltrazione mafiosa, spesso accompagnate da inchieste giudiziarie che travolgono i propri amministratori – salvo a volte proscioglierli dopo diversi anni e gradi di giudizio – in un contesto in cui i servizi pubblici sono percepiti come degradati. Quasi tutti finiscono così per convincersi che dedicare qualsiasi attenzione alla politica – non solo candidandosi, ma anche solo prendendosi la briga di andare a votare – "non serve a niente".
Le persone più qualificate e motivate, che a San Luca esistono e potrebbero fornire un contributo allo sviluppo del paese, non possono che seguire questo orientamento generalizzato di disillusione e distacco, anche i più giovani non maturano alcuna motivazione all’impegno e alla mobilitazione civica. Amministrazioni fragili e delegittimate finiranno poi per accentuare quella stessa sfiducia che è alla radice del problema.
I suoi cittadini hanno bisogno di amministratori che non si sentano abbandonati nei labirintici meandri di un’amministrazione ostile, vittime di uno Stato distante
Invocare una maggiore “legalità” come soluzione ai mali dell’amministrazione di San Luca è astrattamente corretto, ma rischia di essere fuorviante. Spezzare il meccanismo che genera e riproduce sfiducia istituzionale, cattiva amministrazione e disincanto richiede un approccio radicalmente diverso da parte delle istituzioni pubbliche. La soluzione non è certo un allentamento dei controlli, o consentire “eccezioni” ai principi di legalità sostanziale – per quanto in questa direzione vadano diverse scelte governative. A San Luca occorre non soltanto più Stato, ma soprattutto uno Stato diverso. Non uno Stato distante, che, come un supervisore occhiuto e distaccato dalla realtà locale, interviene di tanto in tanto per fare le pulci e punire severamente “a valle”. Piuttosto, uno Stato che “a monte” dei processi decisionali accompagni e sostenga gli amministratori, soprattutto nei territori più complessi come quello di San Luca.
Occorre rafforzare un approccio fondato su una cultura della cooperazione interistituzionale, attraverso procedure simili alla vigilanza collaborativa, il modello virtuoso con cui l’Autorità nazionale anticorruzione ha disinnescato il rischio corruzione in tanti appalti “sensibili”. Un’amministrazione comunale che debba affrontare procedure particolarmente complesse, approvare atti “delicati”, gestire richieste “familistiche”, dovrebbe poter contare su un supporto “collaborativo” degli organismi di volta in volta capaci di fornirlo, in virtù delle proprie competenze e robustezza amministrativa: dalla Prefettura all'Anac, dagli uffici tecnici e amministrativi della Regione e dello Stato agli altri enti che, per ambito di attività, possono contribuire a garantirne la correttezza dell’iter di volta in volta seguito.
A questo potrebbero aggiungersi un contributo consultivo da parte di esperti, volontariamente a servizio di comitati e gruppi di cittadini. Non si tratterebbe di creare una sorta di amministrazione parallela, né di sostituire gli amministratori comunali, bensì di accompagnarli e sostenerli nell’assunzione delle responsabilità connesse al loro ruolo. Questo porrebbe gli amministratori politici di realtà fragili e “complicate” – proprio come San Luca – nelle condizioni di operare con più efficacia a favore della propria comunità, potendo contare su una sorta rete di sicurezza istituzionale nel difficile esercizio delle loro funzioni.
L’adozione di un simile modello avrebbe come desiderabili effetti collaterali un contenimento della palpabile “paura di governare” e la generazione di un minimo di fiducia istituzionale. Il problema di San Luca non investe soltanto la pericolosità intrinseca di ogni attività amministrativa: riguarda la disponibilità di persone di buona volontà a candidarsi. San Luca, come ogni altro ente pubblico, richiede trasparenza e legalità nelle scelte pubbliche, ma prima ancora i suoi cittadini hanno bisogno di amministratori che non si sentano abbandonati nei labirintici meandri di un’amministrazione ostile, vittime di uno Stato distante che sembra ricordarsi di loro solo quando mostra la propria faccia repressiva.
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