Tempa Rossa, uno dei principali poli della produzione petrolifera onshore d'Europa
Tempa Rossa, uno dei principali poli della produzione petrolifera onshore d'Europa

Più petrolio dalla Basilicata, dove il profitto viene prima della salute

Il governo vuole accelerare le estrazioni in Basilicata, da dove arriva circa l'85 per cento del greggio italiano, ma in Val d'Agri e nell'area di Tempa Rossa i tassi di mortalità sono più alti rispetto alla media regionale e servirebbero maggiori tutele per i cittadini

Camilla Galaverni

Camilla GalaverniDottoranda in Scienze politiche e attivista

6 ottobre 2026

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“Non ha senso andare a comprare il petrolio in Qatar se lo abbiamo in Basilicata”. Le parole pronunciate lo scorso 4 settembre a Bari dalla presidente del consiglio, Giorgia Meloni, hanno riacceso la fiamma della contestazione in Val d’Agri, territorio che ospita il più grande giacimento petrolifero onshore (sulla terraferma) dell’Europa continentale.

L'esecutivo punta ad accelerare la ricerca e l’estrazione di idrocarburi sulla terraferma, compresi la perforazione di nuovi pozzi e il rilascio, la proroga o la modifica di permessi e concessioni

La Basilicata è una delle principali aree petrolifere italiane, con l’estrazione del greggio che è iniziata negli anni Novanta e continua tutt'oggi. Nel frattempo, sono stati firmati degli accordi che prevedono royalties e compensazioni ambientali a favore della regione e dei comuni interessati: si tratta di contributi in denaro che le compagnie petrolifere, ad esempio Eni, versano allo Stato e agli enti locali interessati per ogni barile di greggio o metro cubo di gas estratto dal sottosuolo. 

Le estrazioni e le royalties, in teoria, avrebbero dovuto favorire lo sviluppo del territorio, ma ciò non è avvenuto, tant'è che la Basilicata si colloca sistematicamente tra le regioni più povere d'Italia. Come se non bastasse, l’impatto sull'ambiente è evidente e negli anni scorsi non sono mancate le proteste di cittadini e gruppi organizzati, che chiedono maggiori tutele e un monitoraggio sui possibili rischi per la salute.

Tempo limitato

Pochi giorni dopo le parole pronunciate da Meloni, il governo ha approvato il decreto-legge 157/2026 contenente le disposizioni urgenti per contrastare l'aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi e tutelare le infrastrutture energetiche strategiche. L’articolo 2 del decreto, in particolare, punta ad accelerare i procedimenti sulla ricerca e l’estrazione di idrocarburi sulla terraferma, compresi la perforazione di nuovi pozzi e il rilascio, la proroga o la modifica di permessi e concessioni.

In sostanza, se la regione interessata non si esprime entro 45 giorni sulla richiesta di avvio di nuove attività estrattive da parte di una società, il governo assegna un nuovo termine di 60 giorni e se anche questo scade senza risposta e il ritardo rischia di "compromettere il tempestivo svolgimento di attività di interesse strategico nazionale concernenti la sicurezza energetica", il consiglio dei ministri può nominare un commissarioad acta che decide al posto della regione.

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Il termine temporale è uno degli aspetti controversi del provvedimento. Il servizio studi di Camera e Senato rileva, infatti, che il limite dei 45 giorni non trova espresso riscontro nella normativa vigente e si inserisce in un quadro che già prevede procedure più lunghe. Il decreto ministeriale del 7 dicembre 2016 stabilisce, ad esempio, un termine di 180 giorni per il procedimento unico relativo ai titoli minerari.

La corte costituzionale – come nel caso della sentenza 383 del 2005 – ha sottolineato la necessità della leale collaborazione tra governo e regione, e proprio appellandosi al parere della Consulta otto consiglieri regionali lucani di centrosinistra hanno chiesto di verificare la possibilità di un ricorso contro il nuovo decreto.

La risposta della società civile

La risposta da parte delle organizzazioni della società civile è arrivata tempestivamente. Legambiente ha parlato di un atto di forza contro le regioni, mentre il Wwf ha accusato il governo di fare propaganda fossile per ingraziarsi le lobby. Sulla stessa linea il commento di Giorgio Santoriello di Cova Contro, un’organizzazione di volontariato nata nel 2013 per avviare un dibattito sulla questione petrolifera lucana, che raggiunto al telefono ha spiegato come il decreto altro non sia che un'azione di lobbying legata alla richiesta di Eni di perforare altri pozzi in Val d'Agri, così come già denunciato dalla sua organizzazione.

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Un gruppo di organizzazioni locali, tra cui l’Osservatorio popolare per la Val d’Agri, ha chiesto invece alle autorità sanitarie regionali se l'espansione delle attività di estrazione in Basilicata sia compatibile con una politica avanzata di prevenzione e tutela della salute. Dati alla mano, è difficile immaginare che l'autosufficienza energetica italiana dipenda direttamente dall'aumento dell'attività estrattiva. Greenpeace, Legambiente e Wwf hanno osservato che nel 2025 l'Italia ha consumato 63,4 miliardi di metri cubi di gas, mentre la produzione nazionale si è fermata a 3,2 miliardi di metri cubi, appena il 5 per cento del fabbisogno nazionale.

Nel 2025 le estrazioni nazionali di greggio hanno coperto appena l'8,7 per cento della domanda, con 3,9 milioni di tonnellate a fronte di un fabbisogno di 44,6 milioni di tonnellate

Anche il petrolio resta marginale, per cui nel 2025 le estrazioni nazionali hanno coperto appena l'8,7 per cento della domanda, con 3,9 milioni di tonnellate a fronte di un fabbisogno di 44,6 milioni di tonnellate. Per le tre organizzazioni parlare di indipendenza energetica grazie a nuove trivellazioni significa “alimentare una narrazione fuorviante”.

Ciò che denunciano è tuttavia una sorta di cortocircuito per cui, da un lato, la Basilicata rappresenta di gran lunga il principale territorio italiano per l’estrazione di greggio e, dall'altro, mostra una diffusione delle fonti rinnovabili decisamente superiore alla media italiana. Come si legge nel Rapporto 2026 "Italia Rinnovabile" di Legambiente, sul territorio sono stati prodotti circa 4.500 gigawattora di elettricità da fonti rinnovabili, pari a circa il 90 per cento dell’intera produzione elettrica lucana.

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La rilevanza delle rinnovabili emerge anche ampliando lo sguardo oltre il solo settore elettrico e considerando l’insieme dei consumi energetici regionali, compresi quindi trasporti, riscaldamento e altri usi ancora fortemente dipendenti dai combustibili fossili. Secondo il rapporto Ciro 2026 di Italy for Climate, infatti, le fonti rinnovabili coprono circa il 46 per cento dei consumi energetici complessivi della Basilicata, a fronte di una media nazionale intorno al 18 per cento.

Basilicata, il Texas d'Italia

Non c’è dubbio che la Basilicata sia ricca di petrolio, tanto da meritarsi l'appellativo di Texas d'Italia. Sul territorio si trovano due dei principali poli della produzione petrolifera onshore d'Europa: il Centro olio Val d'Agri (Cova) – attivo da trent'anni, che attraversa i comuni di Viggiano e Grumento Nova – e il più recente Tempa Rossa, tra Corleto Perticara e Gorgoglione, attivo dal 2020.

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Numerosi, anche se meno evidenti, sono i pozzi disseminati nei boschi circostanti, alcuni dei quali si trovano all'interno del Parco nazionale dell'Appennino Lucano Val d'Agri-Lagonegrese. Se durante il giorno possono confondersi con il paesaggio, al calare del sole i segnalatori luminosi che si illuminano tra gli alberi li rendono maggiormente riconoscibili. Viggiano, paese principale su cui si estende il Centro olio Val d'Agri, si arrampica sulla collina attraverso piccoli vicoli e scale ripide. Sulla testa ha un prato selvatico, fatto di spighe e papaveri, un alberello e una ringhiera dolce in legno. Da lassù si vede tutto.

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Il Cova, trovandosi nel centro della Valle, spunta con carattere da tutti gli scorci creati dalle gole dei vicoli stretti. Eni e Shell detengono rispettivamente il 61 per cento e il 39 per cento della concessione Val d'Agri. Tempa Rossa, invece, svetta nel cuore dell'alta Valle del Sauro. Anche in questo caso l'agro paesaggio è smorzato dall'impianto petrolifero che, trovandosi a oltre i 1.000 metri di altitudine, risulta ben evidente dai sottostanti paesi. La concessione è qui ripartita tra TotalEnergies, che ne detiene il 50 per cento, Shell e Mitsui, con il 25 per cento ciascuna.

Nel 2025 dalla Basilicata sono stati estratti circa 3,3 milioni di tonnellate di greggio sui circa 3,9 milioni prodotti complessivamente in Italia, incidendo su quasi l’85 per cento della produzione totale del Paese. Le estrazioni sono regolamentate dal decreto legislativo 625/1996, poi modificato dalla legge 160/2019, per cui i giacimenti di idrocarburi presenti nel territorio nazionale sono patrimonio indisponibile dello Stato (articolo 826 del Codice civile), che rilascia le concessioni in favore delle società che possono occuparsi della ricerca di giacimenti e del loro sfruttamento. In cambio, queste versano un compenso riconoscendo allo Stato un corrispettivo per la concessione del bene petrolio.

Nel 2025 dalla Basilicata sono stati estratti circa 3,3 milioni di tonnellate di greggio sui circa 3,9 milioni prodotti in Italia, incidendo su quasi l’85 per cento della produzione totale del Paese

Questo compenso prende il nome di royalties e nel 2025, tra i versamenti relativi alla produzione di petrolio e gas dell’anno precedente e quelli derivanti dalle aste del gas, il gettito complessivo ha superato i 256 milioni di euro. Una quota consistente di queste risorse è destinata alla Regione Basilicata e ai comuni lucani interessati dalle concessioni.

L’arcipelago che resiste

Nonostante negli anni sia diminuita la partecipazione della cittadinanza, resiste un arcipelago di organizzazioni che si oppone alle attività estrattive e ne monitora gli impatti. Al centro di questa rete c'è l'Osservatorio popolare Val d'Agri, che riunisce diverse esperienze attive da anni sul territorio, tra cui il presidio locale di Libera, l’Associazione italiana medici per l’ambiente e il Centro di educazione ambientale e alla sostenibilità Oasi Bosco Faggeto.

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Come racconta Isabella Abate, guida escursionistica del Parco nazionale dell'Appennino lucano e tra le fondatrici dell'Osservatorio, negli anni anche le persone più agguerrite si sono scoraggiate. In altri casi pesa la preoccupazione di mettere in difficoltà un familiare che lavora nell'indotto del petrolio e “quindi piano piano ti tiri indietro perché è molto frustrante fare l’ambientalista qui”. Ricordando l’apertura del Cova, aggiunge: “In quegli anni l’ho vissuto come uno stupro. Fu una cosa talmente pesante da digerire che non lo so poi come ho trovato un equilibrio tra il mio lavoro e questo”.

"Pesa la preoccupazione di mettere in difficoltà un familiare che lavora nell'indotto del petrolio"

Tra le realtà fondatrici dell'Osservatorio c'è anche il presidio di Libera, impegnato da anni in iniziative di sensibilizzazione. Nel 2012, con Dialoghi intorno al pozzo, per un'intera estate, ha montato una tenda su un terreno affittato davanti alla fiamma del Cova, organizzando incontri sui rischi delle estrazioni, sulla salute e il lavoro, sulle energie alternative e sul futuro del territorio.

Il pozzo Tempa D'Emma 1 nel territorio di Corleto Perticara
Il pozzo Tempa D'Emma 1 nel territorio di Corleto Perticara

Come racconta Camilla Nigro, una delle organizzatrici: “Affittai questo terreno e mettemmo una tenda. Sicuramente facevamo tutte le settimane un incontro con qualcuno: con gli operai, con i giovani, poi chiamavamo le varie associazioni, i giornalisti e anche esperti eticamente corretti”. Epidemiologi, medici, antropologi che hanno accompagnato la comunità della Valle e, in alcuni casi, hanno fornito ai cittadini strumenti per interpretare i dati.

Parlando del professor Gianluigi De Gennaro, Nigro dice: “Cominciai a mandargli i dati e lui mi diede la chiave di interpretazione: ci fece capire quali erano gli inquinanti importanti per l’industria petrolifera e che cosa significavano quei numeri”. Dell'Osservatorio fa parte anche l'Associazione italiana medici per l'ambiente, nella quale è attivo Giambattista Mele, medico e già presidente della commissione comunale che ha seguito la Valutazione di impatto sanitario (Vis) per avviare gli studi sugli effetti della presenza del Cova nel territorio. “La Vis l’abbiamo per i cittadini di Viggiano e della Val d’Agri, serviva per capire al più presto quale fosse lo stato di salute dei cittadini”, ricorda Mele.

Sul territorio sono attivi anche il progetto di inchiesta e reportage Mal d'Agri, che documenta gli impatti delle estrazioni in Val d'Agri; il coordinamento No Triv Basilicata, contrario all’espansione delle attività estrattive; e Cova Contro, impegnato nel monitoraggio ambientale partecipato e nella citizen science. A supporto di questo arcipelago si affianca anche il lavoro di organizzazioni come ReCommon e A Sud.

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Nel corso degli anni comitati e associazioni hanno chiesto di conoscere i dati sulla qualità dell’aria, delle acque e dei terreni e sullo stato di salute della popolazione, e quando quei dati non erano disponibili o venivano considerati insufficienti hanno iniziato a produrli autonomamente, attraverso monitoraggi ambientali, autoformazione e il coinvolgimento di esperti. Queste sono pratiche che si inseriscono in un contesto più ampio e che sono da anni oggetto di studio dell'antropologo Enzo Alliegro e, più recentemente, di Anna Berti Suman, che le ha analizzate attraverso il paradigma delle "sentinelle civiche", ossia cittadini che raccolgono informazioni e producono evidenze per sostenere le proprie richieste e sollecitare l’intervento delle istituzioni.

Cosa significa essere una petro-regione

In questi trent'anni in Val d'Agri sono state raccolte numerose segnalazioni dei cittadini, riunite dagli attivisti sotto il cappello, ironico, dei “non incidenti”: rumori sospetti, odori sgradevoli, tremori alle finestre, sfiammate (flaring) e altre attività insolite ricondotte agli impianti petroliferi. L'attenzione si è concentrata allo stesso tempo sul denunciato inquinamento del lago del Pertusillo, una delle principali riserve di acqua potabile del Sud Italia, situato nei pressi del Cova, che è stato oggetto sia di studi scientifici, tra cui un articolo pubblicato su Remote Sensing, sia di monitoraggi civici di Cova Contro sulla presenza di idrocarburi.

La storia dei due centri olio è entrata anche nelle aule giudiziarie. Nel processo Petrolgate, relativo alla gestione e allo smaltimento dei reflui del Cova, nel febbraio 2026 la corte d’appello di Potenza ha assolto Eni e gli altri sette imputati, ribaltando le condanne di primo grado. Nel caso di Tempa Rossa, si era parlato di presunte pressioni esercitate nell’esproprio dei terreni necessari alla costruzione dell’impianto, ma anche questo processo si è concluso con l'assoluzione definitiva degli imputati.

Sul fronte sanitario, nel giugno 2026 sono stati presentati i primi risultati dell'epidemiologia geografica del progetto LucAS – Lucania, Ambiente e Salute, finanziato con 25 milioni di euro nel quadro degli accordi aggiuntivi tra la Regione Basilicata e TotalEnergies, Eni, Mitsui e Shell. Lo studio prevede il monitoraggio approfondito di otto aree considerate a maggiore rischio, incluse la Val d'Agri e la Valle del Sauro che "ospitano" i due grandi centri petroliferi.

"Per quanto riguarda le malattie tumorali, emergono delle aree a rischio maggiore nelle zone della Val d’Agri e di Tempa Rossa e nell’area di Melfi"

I dati sono preoccupanti, seppur preliminari, e restituiscono un profilo regionale non omogeneo. “Per quanto riguarda le malattie tumorali, emergono delle aree a rischio maggiore nelle zone della Val d’Agri e di Tempa Rossa e nell’area di Melfi”, ha spiegato Annibale Biggeri, a capo del progetto, che ha poi aggiunto: “Questi dati richiamano un’attenzione molto particolare rispetto alla presenza di sostanze cancerogene nel territorio.

Facendo i conti, nell’area della Val d’Agri ci sono 34 decessi in più all’anno rispetto alla media regionale, che significa un decesso in più ogni undici giorni”. Entrando nel dettaglio, in Val d'Agri emergono eccessi nella mortalità generale, nei tumori maligni e nelle malattie del sistema circolatorio per entrambi i sessi, oltre che nelle malattie respiratorie per gli uomini.

Nell’area di Tempa Rossa si registrano eccessi nella mortalità generale, nei tumori linfoematopoietici e nelle leucemie mieloidi per gli uomini, mentre per entrambi i sessi emergono eccessi per tutti i tumori maligni e le malattie circolatorie. Commentando i dati sulla mortalità, Isabella Abate dice: “Non siamo certo felici di questi dati, a morire sono i nostri amici, i nostri parenti, noi stessi ci ammaliamo”.

"Nell’area di Tempa Rossa si registrano eccessi nella mortalità generale, nei tumori linfoematopoietici e nelle leucemie mieloidi per gli uomini. Per entrambi i sessi emergono eccessi per tutti i tumori maligni e le malattie circolatorie"

Gli impatti denunciati riguardano anche il settore socio-economico. Secondo le organizzazioni intervistate, attorno alle attività estrattive si è costruita una struttura di dipendenza che riguarda sia l’occupazione, sia le finanze degli enti locali. Come ricorda ReCommon: “Quando sei una petro-regione, gran parte dei bilanci regionali, dei bilanci comunali si basano fondamentalmente sulle royalties”. L'Osservatorio denuncia inoltre che “non c'è un capitolato di spesa a parte che tracci l'uso delle royalties”. La dipendenza investe anche le prospettive lavorative e, come afferma Mele, “non è che tu hai un'altra possibilità qua, l'unica industria è quella, o diretta o indiretta nell'indotto”.

Zona di sacrificio o zona sacrificabile?

“Con quale coraggio ci vengono ancora a chiedere sacrifici? – domanda Santoriello – tutta questa situazione ci porta a pensare che allora siamo noi i sacrificabili”. In effetti, con il termine "zona di sacrificio" si indicano territori nei quali i costi ambientali e sanitari di attività industriali si concentrano sulle comunità residenti, mentre i benefici economici ed energetici si distribuiscono su scala più ampia. Ma è davvero corretto parlare di sacrificio? Il termine in sé richiama una certa propensione al sacrificio, una componente intenzionale da parte di chi lo compie. Più che una zona di sacrificio allora la Val d’Agri sembra essere diventata una zona sacrificabile.

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In Val d'Agri restano accese questioni politiche e collettive, che richiedono dati accessibili, istituzioni disponibili al confronto e spazi nei quali le comunità possano intervenire. Allo stesso modo, le domande sul futuro della Basilicata si moltiplicano e le organizzazioni legano il tema alla possibilità di investire i proventi delle royalties in campagne di prevenzione. Come spiega Mele: “Noi non abbiamo più bisogno di altri numeri, noi abbiamo bisogno che i decisori prendano una volta per tutte la decisione di fare politiche serie di prevenzione primaria, altrimenti qui non resterà più nessuno”.

Eva Pastorelli (ReCommon) conclude: “A un certo punto il petrolio finirà, in parte sta già finendo. Che tipo di regione, di comuni e di territori resteranno? Quali prospettive avranno queste comunità quando, per esempio, non ci saranno più le entrate fiscali derivanti dalle royalties? Saranno riuscite a costruire un altro sistema energetico, sociale ed economico che non sia basato sul petrolio?”.

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