Andreas Malm: "Sabotare il fossile per salvare il clima"

L'unica via per fermare la crisi climatica è bloccare definitivamente l'economia fossile, sostiene Andreas Malm, professore di ecologia umana. Ne sono sempre più convinti anche i movimenti per il clima, che stanno radicalizzando la loro strategia

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

Natalie Sclippa

Natalie SclippaRedattrice lavialibera

29 luglio 2022

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Sotto il tendone del Climate social camp la maggior parte delle domande dal pubblico sono per lui, Andreas Malm, professore di Ecologia umana all’Università di Lund, in Svezia. È la sera del 28 luglio, l'ultimo appuntamento della cinque giorni sul clima che ha portato a Torino militanti, delegazioni e gruppi da ogni parte del mondo. "Gli attivisti del clima sono rivoluzionari nel senso che sono militanti antagonisti che lottano contro l'economia fossile. E credo che questa sia una tendenza destinata a crescere" sostiene Malm. Uno dei suoi ultimi libri tradotti in Italia, da Ponte alle grazie, si intitola Come fare saltare un oleodotto. Imparare a combattere in un mondo che brucia.

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Malm, anche attivisti e attiviste del clima presenti a Torino sono dei rivoluzionari?

Rivoluzione è una parola enorme, ma di sicuro i giovani dei movimenti sul clima nati in Europa nel 2018-19 sono una grande fonte di speranza. Hanno avuto una battuta d’arresto durante la pandemia, ma ci auguriamo che riprendano di nuovo lo slancio iniziale. I movimenti sono diversi tra loro e di paese in paese. Quello che vedo qui è davvero notevole se messo a confronto con ciò che accade nella nostra nazione, in Svezia. Nella patria di Greta Thunberg, l'attivismo contro il cambiamento climatico è estremamente debole. È diffuso in Germania e Gran Bretagna, meno in Francia, molto ben organizzato in Portogallo. È un panorama molto vario. Ma mentre i nostri governi e le classi dirigenti continuano a espandere l’economia fossile, l’unico nostro appiglio, la nostra speranza più forte, resta il movimento che vi si oppone. Mobilitazione che in Europa è guidata dai giovani, in tutte le declinazioni che conosciamo. 

Come si fa la rivoluzione?

Dipende da cosa intendi per "rivoluzionario". Se lo intendiamo come l'impegno verso un particolare progetto politico, che potremmo definire una rivoluzione ecosocialista, oppure se ci riferiamo a una lotta militante contro le fonti della distruzione della Terra. Lasciami dire che è oramai chiaro che si è definita una tendenza all’interno dei movimenti per il clima, che emerge ogni volta che si discute – come si sta facendo qui a Torino – su quali debbano essere i prossimi passi della lotta: si è diffusa la consapevolezza che ciò che si è fatto fino ad adesso non è sufficiente. Una ragazza, durante un’assemblea al campo, ha detto che è arrivato il momento di andare oltre i conflitti simbolici, per arrivare a quelli fisici, infliggendo distruzioni materiali agli oggetti. Ci sono già degli esempi, come i sabotaggi operati dal gruppo dei Tyre Extinguisher, che a Londra tagliano le gomme ai Suv. Una pratica nata in Gran Bretagna e che si è poi diffusa negli Usa, in Svezia e altre nazioni europee. Si può andare anche oltre, come è successo nella British Columbia a febbraio, quando un gruppo di 20 attivisti ha distrutto il cantiere in cui stavano costruendo un oleodotto che attraversava un fiume. Pensiamo anche alle azioni di massa contro le infrastrutture del fossile realizzate da Ende Gelande in Germania. Che recentemente vengono anche documentate attraverso i video e diffuse su piattaforme online, con l’obiettivo di spiegarne il significato e raccogliere maggiore consenso. In sintesi, gli attivisti del clima sono rivoluzionari nel senso che sono militanti antagonisti che lottano contro l’economia fossile e credo che questa sia una tendenza destinata a crescere. Dobbiamo ancora vedere i risultati di questa radicalizzazione della strategia

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La pandemia ha avuto qualche ruolo in questa evoluzione dei movimenti per il clima?

Credo che la generazione di attivisti nata prima della pandemia, come i Fridays for future ed Extinction rebellion, sia frustrata dai pochi passi in avanti fatti dal fronte delle lotte ecologiste e arrabbiata per i profitti che le multinazionali del fossile riescono comunque a fare. Mentre continuiamo a trovarci in una condizione di emergenza cronica, nel senso che diventerà sempre più profonda e peggiore nel tempo. Il covid-19 è stato solo una prova della ferocia del cambiamento climatico.  

Ha scritto che è il capitalismo, oggi, il vero virus.

Il capitale, oggi, è come un demone che ha il controllo del pianeta, senza alcun rispetto dell'ambiente e del persone. Si continua a fare profitto con il fossile e si reinvestono i proventi in nuove infrastrutture, senza pensare alle conseguenze. Perciò dico che il capitalismo è il vero virus. 

Come ne usciamo? 

Un modo non sufficiente ma necessario è fermare i driver di questa crisi, interrompendo definitivamente l’economia fossile. Non armarsi in un’impossibile battaglia contro l’intero sistema capitalistico, ma concentrarsi su una sua parte importante. Riuscire a fermare quella, innescherebbe cambiamenti a cascata su tutto il resto.

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Il dibattito sull'ecotransfemminismo è stato tra i più seguiti del Climate social camp. Perché il tema non compare in nessuno dei suoi libri?

Perché non sono molto esperto in materia, altri lo affrontano meglio di me. L'intersezionalità è diventata una delle chiavi di lettura principali per capire come funziona il mondo, ma personalmente non sono convinto che sia lo strumento più utile per farlo. D’altro canto, ha permesso ai Fridays for future e, agli esordi, a Extinction rebellion, di arricchire la loro prospettiva e andare oltre le loro distinzioni politiche. In base alla mia formazione credo possa essere più utile focalizzare l’attenzione su come funziona il capitalismo, ovviamente senza sminuire in alcun modo l’importanza della razza e del genere.  

Abbiamo letto che sta facendo ricerca sul ruolo dell'estrema destra nella crisi climatica. Cosa dobbiamo aspettarci in Italia?

Quello che sta accadendo in Italia conferma una delle tesi esposte nel libro White skin, black fuel: on the danger of fossil fascism. Lì parlavamo più della Lega che di Fratelli d'Italia. Nel libro descriviamo una situazione tipo: anche quando le persone sono colpite dagli impatti più severi della crisi climatica, non necessariamente ciò si traduce in una crescita di proposte politiche orientate alle questioni ambientali. Anzi, accade esattamente il contrario. Spesso si assiste alla crescita delle destre che non hanno politiche orientate al contrasto del cambiamento climatico o che addirittura ne negano l’esistenza. 
Non credo che Matteo Salvini o la Lega neghino la crisi climatica, ma non hanno una reale proposta politica di intervento su questi temi. In una situazione come quella italiana, in cui i ghiacci si sciolgono e l’agricoltura è in ginocchio per la siccità, il clima dovrebbe essere al primo posto dell’agenda politica, e ciò si potrebbe tradurre in un declino nel consenso ai partiti che non si curano della questione e una crescita per quelli che lo fanno. Non mi pare che stia avvenendo questo, tuttavia l’Italia non fa eccezione. La stessa situazione si sta verificando in molte altre parti del mondo: è probabile che i repubblicani vincano le prossime elezioni negli Stati Uniti. 

Cosa intende per “fascismo fossile”?

Possiamo definirlo come una difesa aggressiva dei privilegiati che causano la crisi climatica e una violenza sistematica contro chi non è bianco. La combinazione di queste due cose può, in alcuni casi, tradursi in fascismo del fossile. Nel libro infatti non diciamo che il fascismo del fossile esiste, ma che esistono spinte che vanno in quella direzione. Troviamo modi, caratteristiche e aree differenti in cui è possibile identificare questa tendenza: alcune volte si identifica con la destra estrema in sé, altre può concretizzarsi nella militarizzazione dei confini, quando protegge i privilegiati dalla migrazione di chi scappa a causa della crisi climatica.

Greta Thunberg ha deciso di non partecipare al meeting internazionale dei Fridays for future e al Camp di questi giorni. Cosa pensa del suo ruolo nell’ultima stagione di proteste per l’ambiente?

Greta ha giocato un ruolo straordinario. Non penso che alcun attivista della sua generazione abbia avuto tante possibilità di essere "comprato" o cooptato dai grandi del pianeta. Tutti i centri di potere l'hanno invitata e avrebbe potuto fare carriera molto facilmente, ma ha sempre resistito. Invece di cedere alla lusinga ha avviato un processo di radicalizzazione politica, seppure con qualche limite, ma perfettamente chiaro. Lei e le persone che le stanno attorno hanno iniziato a parlare sempre più di colonialismo e di ingiustizia, usando anche slogan come "People, not profit". Rispetto al 2019 si registra una radicalizzazione sia nei discorsi che nell’ideologia: non è necessariamente un’escalation tattica sua o dei Fff, ma è evidente. Non c’è veramente nulla da contestare nei suoi confronti. Le lamentele contro di lei sono il più delle volte ridicole.

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