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26 ottobre 2026
Uno striscione con la scritta “La cura non è reato” sfila tra bandiere, cartelli colorati e musica per le strade di Castel Volturno. “A Ravenna, Bologna, Bari e in tutte le città in cui i medici sono stati perquisiti è stata tracciata una linea rossa”: Stefano Caselli, rappresentante del Laboratorio di salute popolare di Bologna, è uno dei tanti sanitari presenti in piazza il 24 ottobre, dove 20mila persone da tutta Italia hanno marciato per dire no alla costruzione di un centro di permanenza per il rimpatrio (cpr), "né lì né altrove".
A poche ore dall’aggiudicazione dei lavori per la costruzione della struttura da 120 posti a una cordata guidata dalla Ge.Di Group Spa di Altamura, per un valore di 31,4 milioni di euro, alla chiamata della piazza campana hanno risposto associazioni, tra cui Libera, sindacati, centri sociali, ecclesiastici, cittadini e comunità migranti del territorio. Insieme a loro anche diversi professionisti della sanità che denunciano l’attacco all’autonomia dei medici che, firmando certificati di non idoneità, non rilasciano il nulla osta al trattenimento delle persone migranti nei cpr.
L’indagine, partita a Ravenna con l’accusa di falso ideologico per otto infettivologi dell’ospedale Santa Maria delle Croci, si è allargata lo scorso 16 settembre, quando 22 medici in nove città italiane hanno subito perquisizioni locali, personali e informatiche senza alcuna indagine a loro carico. A Nicola Cocco, infettivologo ed esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni e della rete Mai più lager – no ai Cpr, è stato invece contestato il reato di associazione a delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri.
"Le stesse persone che durante il covid venivano chiamate eroi adesso sono trattate come criminali”Andrea Mariano - Laboratorio di salute popolare
Caselli non è l’unico a descrivere questo episodio come un punto di non ritorno. Secondo Andrea Mariano del Laboratorio di Salute Popolare di Bologna, “nei quattro anni di governo Meloni il sistema dei cpr non ha funzionato, e in questo fallimento i medici che non firmano le idoneità sono stati individuati come un collo di bottiglia. Parliamo delle stesse persone che durante il covid venivano chiamate eroi, mentre adesso le trattano da criminali entrando in casa loro alle cinque del mattino e sottoponendole a situazioni molto impattanti anche per la loro salute mentale”.
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Negli ultimi mesi il discorso sulla patogenicità della detenzione amministrativa (il fatto, cioè, che rinchiudere cittadini stranieri senza documenti peggiori le loro condizioni di salute, ndr) è uscito dalle mura degli ospedali, che attualmente sono gli unici luoghi dove può essere richiesto di firmare un certificato di idoneità, e ha raggiunto anche i presidi territoriali di cura dal basso, che proprio la scorsa settimana si sono riuniti in una neonata rete nazionale della salute popolare. È l’effetto del patto Ue sulla migrazione e l’asilo, che – spiega Damiano Borin, attivista di Yabasta e della rete no cpr emiliano-romagnola – produce situazioni di clandestinità: “Lavorando nell’accoglienza ho notato in primis uno svuotamento dei centri di accoglienza straordinaria (cas) per fare posto ai centri per le procedure accelerate di frontiera. Quasi sempre le domande di asilo vengono rigettate e le persone vengono trattenute o lasciate in strada: questo crea una situazione di illegalità e precarietà anche dal punto di vista sanitario, non potendo accedere ai servizi di base se non al pronto soccorso”.
"I cpr logorano lo stato di salute delle persone al loro interno. Un luogo che ti porta a spezzarti una gamba come forma di resistenza è psicopatogeno"Camilla Ponti - psicoterapeuta
Tra chi vive in strada c’è anche chi in cpr è entrato ed è stato poi rilasciato senza documenti, spesso in una condizione di tossicodipendenza sviluppata al suo interno, come ha già raccontato lavialibera. Lo spiega Camilla Ponti, psicoterapeuta della rete Mai più lager – no ai Cpr, che parla di vere e proprie “tossicodipendenze di Stato” quando ricorda che all’interno dei centri vengono spesso somministrate grandi quantità di psicofarmaci senza prescrizione e monitoraggio degli effetti. “I cpr sono luoghi di segregazione che logorano lo stato di salute delle persone al loro interno. Questo può portare a una sofferenza psichiatrica molto importante, con espressioni anche estreme di autolesionismo”, spiega. “Quando il tuo corpo è l’unica cosa che ti rimane per esprimere la tua sofferenza questi gesti diventano delle vere e proprie forme di resistenza, ma è evidente che un luogo che ti costringe a spezzarti una gamba per dimostrare la tua resistenza è psicopatogeno”.
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Lo striscione le passa accanto e diventa lo spunto per allargare lo sguardo al futuro della campagna di sensibilizzazione se, come ipotizzato, il ministero dell’Interno delegherà ai medici militari il ruolo di certificatori per l’ingresso in cpr, eliminando la valutazione imparziale del Sistema sanitario nazionale. “Posso capire perché lo slogan ‘La cura non è reato’ venga usato quando si parla dell’indagine sui certificati, ma può risultare problematico riferendoci al tema della cura in generale. Il rischio è quello di legittimare il binomio della persona migrante buona o cattiva come vittima o criminale e l’idea che certi diritti fondamentali, come la salute o la casa, spettino esclusivamente della prima. Potremmo invece dire che la cura non tortura, non segrega, non è razzista e non è la mano in camice dello Stato”.
Il discorso viene ripreso la mattina successiva durante l’assemblea nazionale del Network Against Migrant Detention. “Bisogna andare al nodo fondamentale della questione, cioè che le persone migranti sono trattate come corpi da respingere attraverso politiche di espulsione e di accoglienza che le riducono a problemi di ordine pubblico”, ha ricordato Nicola Cocco, aprendo uno dei quattro tavoli che hanno animato l’ex asilo Filangieri di Napoli nella giornata di domenica. Diversi partecipanti con esperienze e professionalità diverse, da esponenti di Mediterranea a mediatori culturali e operatrici nei cas, hanno sollevato unanimemente la difficoltà di inserire delle logiche di cura in pratiche che “sembrano disegnate apposta per deumanizzare”, come quelle dettate dal Patto Ue migrazione e asilo.

“Sembra quasi impossibile parlare di persone migranti come persone e non come corpi da remigrare, risorse da sfruttare o soggetti con una storia abbastanza tremenda per essere accolte”, sottolinea Viola, psicologa dell’associazione Open Gates. Si riferisce a una pratica segnalata da diverse persone presenti al tavolo che hanno assistito alle interviste delle commissioni territoriali all’ingresso in Italia: “Chi arriva si trova a dover convincere la commissione che la sua storia personale sia reale secondo categorie predefinite, con coming out forzati, richieste di dimostrare gli abusi subiti e altri processi che tolgono ogni forma di soggettività” spiega Giada, che fa parte del movimento No Name Kitchen e ha lavorato a supporto delle persone in movimento lungo la rotta balcanica.
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Lo screening, ovvero la valutazione delle vulnerabilità, si svolge infatti attraverso un modulo a crocette che gli operatori devono barrare per individuare il livello di assistenza necessario, diffuso all’indomani dell’entrata in vigore del patto come parte delle procedure operative standard, che lavialibera ha visionato. “La persona si trova quasi a dover contrattare la propria esistenza per entrare in una di quelle categorie, togliendo ogni valore alla testimonianza individuale”, commenta Cocco. Chi partecipa al tavolo non parla di soggetti vulnerabili ma “vulnerabilizzati”, resi cioè tali dal viaggio e dal trattamento nel contesto d’arrivo.
"Chi dice di stare bene a volte lo fa solo perché, lungo la tratta migratoria, era l'unico modo per garantirsi la libertà di movimento"
“Non è scontato raccontarsi e vivere quella condizione che ti viene stampata in fronte come portatrice di vulnerabilità”, fa notare Dorra, mediatrice linguistico-culturale che ha partecipato a delle operazioni di soccorso in mare. “Anche perché la salute cambia significato in base a dove ti trovi: lungo la tratta migratoria ti viene detto che ti puoi spostare solo se stai bene, ma appena arrivi la situazione si ribalta e la vulnerabilità è l’unica possibilità di non essere trattenuto. Chi dice di stare bene a volte lo fa solo perché ha subito per molto tempo la pressione di doverlo fare per garantirsi la libertà di movimento”.
Il lavoro è ancora lungo, ma la detenzione amministrativa comincia a essere una categoria troppo stretta per chi si occupa di cura. “Bisogna intervenire sulle componenti sociali che portano le persone a entrare in circuiti di marginalizzazione, perché lo stato di salute è strettamente legato alla quantità di oppressioni che viviamo. Non si tratta di ripoliticizzare il tema della medicina o della salute mentale, perché in primo luogo non è possibile depoliticizzarla”, commenta Ponti. E se la cura non è compatibile con le linee guida delle nuove norme, si dice tra i partecipanti, allora non basta dire che non è reato. Serve un nuovo slogan e una nuova direzione: “La cura non conosce frontiere”, suggerisce qualcuno.
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