A Roma Est continuano a esplodere bombe: 15 da settembre. Dietro, l'ombra dei clan che si riorganizzano

Due nuove esplosioni nelle prime ore del 2 novembre nella periferia Est della capitale. Da settembre sono 15 gli ordigni deflagrati, molti contro attività commerciali di persone legate alla criminalità, altri in edifici residenziali. Dopo vari arresti contro il clan Senese, i gruppi criminali si stanno riorganizzando, ma la società civile reagisce e chiede misure contro la povertà

Elena Aquilanti

Elena AquilantiGiornalista praticante

2 novembre 2026

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Da settembre, il quadrante orientale di Roma è diventato il teatro di una sequenza di esplosioni. Quindici ordigni che in poche settimane hanno tracciato una mappa della tensione che attraversa quartieri come Centocelle, Don Bosco, Cinecittà, Alessandrino, Casilina, Borghesiana, La Rustica, fino a sfiorare il comune di Ciampino. Le deflagrazioni hanno sventrato le saracinesche di autonoleggi, vinerie, sale slot e centri scommesse, ma hanno colpito anche i portoni e i cortili di palazzine residenziali, come quelli di Casal Bruciato e Torre Gaia, in cui sono avvenute due esplosioni alle prime ore del 2 novembre.

Camminando nei quartieri di Roma Est la vita appare quella di sempre. I residenti affollano i mercati rionali, passeggiano lungo le vetrine dei negozi e popolano i bar. Sotto questa apparente normalità si avverte però un allarme costante, segnato dal continuo passaggio delle forze dell'ordine: volanti della polizia e gazzelle dei carabinieri pattugliano le strade principali.

A Roma, dopo Mafia capitale "abbiamo ricostruito i meccanismi delle criminalità", spiega un pm

Tra la popolazione la percezione oscilla tra una triste abitudine alla criminalità di strada e lo sgomento per la frequenza dei boati. Una giovane residente di Cinecittà descrive così la situazione: "Qui lo sappiamo tutti che c'è la mafia, le piazze di spaccio, siamo abituati. Non sono cose nuove in queste zone, basta vedere i negozi che ogni sei mesi cambiano gestione. Però devo dire che io ero a casa l'altro giorno e con mia madre ci siamo prese un colpo, il botto si è sentito fortissimo e mia madre ha detto: questa sicuro è una bomba. Così fa effetto".

Siamo all'uscita dalla parrocchia del quartiere Don Bosco. È la stessa chiesa salita alle cronache per il funerale di Vittorio Casamonica, celebrato con tanto di petali di rose lanciati da un elicottero, e in passato abitualmente frequentata dai bambini della famiglia Senese. Qui, una signora anziana conferma l'apprensione: "Ormai non si parla d'altro, anche perché tutte queste bombe in due mesi è una roba che non si era mai vista. Penso ci sia preoccupazione tra la gente e, come vedi, in questi quartieri adesso girano molte più macchine dei carabinieri".

L'escalation della violenza

"Tutte le bombe tranne una hanno colpito attività che hanno come proprietari esponenti della criminalità o comunque gente coinvolta nello spaccio"Giampiero Cioffredi - Ufficio di presidenza di Libera

"La bomba dentro casa è comunque una bomba dentro casa. All'attività commerciale alla fine sì, è di tizio, pensi che siano affari suoi. Ma nel palazzo tutti si sono sentiti colpiti, tutti si sono sentiti vulnerabili". A parlare è Pasquale Grosso, presidente di Antimafia Pop Academy. Ci descrive il cambio di passo delle azioni criminali, sottolineando come non fosse mai avvenuta un’esplosione, seppur circoscritta, all’interno di un palazzo. È d’accordo anche Gianpiero Cioffredi dell’Ufficio di presidenza di Libera contro le mafie: "In questo quadrante una quantità di bombe così non c’è mai stata. È un salto di qualità, perché prima ci sono stati spari, gambizzazioni, tutti attacchi mirati. Ora le bombe non colpiscono solo il singolo criminale, ma lo spazio pubblico, la strada, i palazzi".

La scia di ordigni non risponde a gesti casuali o a vandalismo di strada, ma colpisce bersagli ben precisi. Infatti, quasi tutte le attività bombardate sono direttamente riconducibili a soggetti con precedenti, legati a famiglie storiche del crimine romano, primi tra tutti quella di Michele Senese, il boss della camorra a Roma. "In quasi tutti i casi c'è un riferimento dei proprietari alla criminalità organizzata – sottolinea Cioffredi –. Tutte le bombe tranne una hanno colpito attività che hanno come proprietari esponenti della criminalità o comunque gente coinvolta nello spaccio, con nomi importanti come a Centocelle i Calì e i fratelli Costantino".

L'episodio più emblematico riguarda proprio le bombe e gli incendi che hanno distrutto i locali e i mezzi degli autonoleggi gestiti dai fratelli Emanuele e Alessio Costantino tra la via Casilina, la Borghesiana e via dei Platani a Centocelle. I due fratelli sono figli di Andrea Costantino, detto “Er Verdura”, condannato in passato per usura ed estorsione insieme al clan Pagnozzi. Nel 2021 i Costantino erano scampati a un tentato omicidio ordinato dal boss Giuseppe Molisso ed eseguito dal killer Gustavo Alejando Musumeci (conosciuto anche come Raul Esteban Calderon), presunto killer di Fabrizio Piscitelli, detto "Diabolik", ex capo ultras della Lazio. A questa rete si affianca la figura di Antonino Calì, zio materno dei Costantino, condannato a trent'anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti e considerato dagli inquirenti un broker fondamentale della droga a Centocelle, da sempre in bilico tra la contiguità ai Senese e l'autonomia gestionale.

Sembra esserci, invece, un intento estorsivo nella bomba messa davanti a una vineria del quartiere Don Bosco, il cui titolare ha raccontato agli investigatori che soltanto tre giorni prima dell'attacco si erano presentate nel locale persone sconosciute chiedendogli in modo pressante se fosse intenzionato a cedere l'attività.

Omicidio Diabolik, arrestati i presunti mandanti. Tra di loro, il boss Michele Senese

Il dominio dei Senese e il vuoto di potere dopo i blitz

L'improvvisa sequenza di esplosioni potrebbe essere la diretta conseguenza di una ridefinizione degli equilibri criminali. Per oltre trent'anni il quadrante orientale della Capitale è stato il feudo incontrastato del clan Senese, organizzazione di matrice camorristica guidata dallo storico boss Michele Senese, noto come “O Pazzo”. Per decenni la struttura centralizzata dei Senese ha garantito una regìa unica capace di comporre i contrasti tra le diverse “batterie” locali, evitando che le rivalità sfociassero in faide.

Anche durante i lunghi periodi di detenzione, Michele Senese ha continuato a dirigere il clan dal carcere attraverso i tradizionali “pizzini”, mantenendo saldo il controllo sulle piazze di spaccio e sulle estorsioni. Negli ultimi tre anni, tuttavia, una serie di inchieste condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma ha smantellato l'intera linea di comando dell'organizzazione.

Operazioni come Affari di Famiglia e Cacher hanno azzerato i vertici operativi e le reti finanziarie del gruppo, portando tra l'altro alla latitanza di Emanuele Selva, indicato dalle carte giudiziarie come il reggente del clan Senese. A questo quadro si sono aggiunti i recenti provvedimenti cautelari per l'omicidio di “Diabolik”, freddato nel 2019 al Parco degli Acquedotti. L'individuazione dei mandanti ed esecutori dell'agguato ha spalancato le porte del carcere a figure di primissimo piano come lo stesso Senese (che già scontava altre pene), Leandro Bennato e Alessandro Capriotti. La contemporanea carcerazione dei capi storici, che facevano riferimento alla famiglia Senese, ha creato un vuoto di potere. In galera ci sono anche Angelo e Vincenzo – rispettivamente fratello e figlio di 'O Pazzo – che fino a qualche anno fa fungevano da referenti naturali del boss, aiutandolo a gestire gli affari direttamente dalla cella.

Roma è diventata la Capitale delle disuguaglianze

Le seconde linee, i giovani clan e l'uso degli ordigni artigianali

"O ci sono le seconde linee di questi capi che litigano tra di loro e si mettono le bombe, oppure ci sono i nuovi arrivati che vogliono scalzare le vecchie gerarchie"Massimiliano Vucetich - Colonnello dei carabinieri in congedo

L'impatto di questo vuoto di potere sulle strade di Roma Est viene chiarito dal colonnello Massimilano Vucetich, in congedo dall'Arma dei carabinieri, ma che nella sua carriera ha visto da vicino le dinamiche criminali e mafiose della Capitale: "Le bande criminali strutturate sono state disarticolate, spazzate via negli ultimi anni da diverse operazioni nostre e della polizia, quindi non c'è più il presidio sul territorio di questi capi – spiega a lavialibera –. I casi sono due: o ci sono le seconde linee di questi capi che litigano tra di loro e si mettono le bombe, oppure ci sono i nuovi arrivati che vogliono scalzare le vecchie gerarchie".

Vucetich fa notare come questi nuovi gruppi, affiancati talvolta da manovalanza straniera (come le fazioni composte da persone che vengono dal Maghreb, attive a Tor Bella Monaca e al Quarticciolo), agiscano con modalità violente ed estemporanee.

La conferma di questo scontro arriva anche da Cioffredi: "Sono clan emergenti, sono le file più spregiudicate e meno intelligenti. In alcuni casi i capi hanno quarant'anni, ma sono stati sempre nelle retrovie". Il rappresentante di Libera spiega che gli attacchi rispondono a una duplice matrice: "Da un lato ci sono i gruppi giovani che cercano autonomia, dall'altro c'è il tentativo del clan Senese di dimostrare che è ancora operativo e di coprire la percezione di vuoto".

Indizi in questo senso arrivano anche dalla tipologia di ordigni usati, per lo più bombe carta. "È più facile procurarsi il materiale per fare una bomba artigianale in ferramenta che non una pistola. Il livello tecnico può essere veramente basso, ma serve a dare un segnale – osserva l’ex colonnello, che aggiunge –. Questo è coerente con l’ipotesi che siano gruppi di giovani spregiudicati e senza molti mezzi". In un contesto privo di regole condivise, l'ordigno rudimentale diventa così il mezzo più rapido ed economico per marcare il territorio e avvertire i rivali.

Questo quadro di frammentazione trova riscontro nei documenti ufficiali. Nella relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, la Procura generale di Roma descrive la presenza di una capillare "galassia di gruppi criminali" attiva in quartieri come Tor Bella Monaca, Don Bosco, Centocelle, Cinecittà e Casilina, che gestisce le piazze di spaccio alternando accordi a conflitti cruenti. A sua volta, la relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia conferma che ogni qualvolta l'azione giudiziaria disarticola i vertici di un clan dominante, si innesca una fase di profonda instabilità territoriale, in cui le seconde linee e le nuove leve scatenano scontri per conquistare l'egemonia sui traffici illeciti della Capitale, proprio quello che sembra stia accadendo adesso.

A Tor Bella Monaca, lo spaccio come welfare sociale

La mobilitazione della cittadinanza

Roma, 14 ottobre 2026. Un momento della manifestazione antimafia in piazza Malatesta, a cui hanno partecipato cittadini, istituzioni e oltre 90 realtà tra associazioni, sindacati, partiti e movimenti (Foto dalla pagina Facebook di Libera Roma)
Roma, 14 ottobre 2026. Un momento della manifestazione antimafia in piazza Malatesta, a cui hanno partecipato cittadini, istituzioni e oltre 90 realtà tra associazioni, sindacati, partiti e movimenti (Foto dalla pagina Facebook di Libera Roma)
"L'antimafia sociale non si fa con quattro video sui social, bisogna metterci i corpi e stare nei territori"Pasquale Grosso - Presidente di Antimafia Pop Academy

Il pericolo che la situazione possa degenerare ulteriormente è concreto. Cioffredi lancia un allarme relativo alla mancanza di un vertice criminale in grado di contenere le violenze: "In passato c'era sempre qualcuno in grado di ricomporre i conflitti, come tra Pagnozzi e Casamonica o tra Mazzarella e Senese. Adesso manca un'autorevolezza criminale e c’è quindi il rischio che il livello di scontro in questo quadrante possa alzarsi".

Di fronte a questa scia di intimidazioni, i cittadini di Roma Est hanno scelto di scendere in piazza con le manifestazioni promosse dal Municipio VII e da Libera a Don Bosco, Centocelle e piazza Malatesta. Sia Pasquale Grosso, sia Gianpiero Cioffredi sottolineano la necessità di una vera risposta sociale. Come sintetizza efficacemente il presidente di antimafia Pop Academy: "L'antimafia sociale non si fa con quattro video sui social, bisogna metterci i corpi e stare nei territori". La sicurezza non si garantisce blindando le strade, ma assicurando welfare, lavoro dignitoso, apertura pomeridiana delle scuole, presidi di salute e diritti di prossimità in periferie per troppo tempo lasciate scoperte dallo Stato.

La risposta delle istituzioni non può limitarsi all’ordine pubblico, perché la criminalità organizzata a Roma affonda le sue radici nel disagio sociale ed economico delle periferie, dove le mafie riescono a costruire consenso sostituendosi ai servizi dello Stato. Come sottolinea ancora Grosso, le organizzazioni criminali offrono una rete: "Le mafie agiscono generando welfare: io pago cinquanta spacciatori, cento pali, dieci magazzini... girano un sacco di soldi e si crea consenso. La gente ci mangia, ci paga le bollette – prosegue Grosso –. Per questo la politica non deve aspettare le bombe per parlare di mafia, deve capire come intervenire nelle fragilità, nella mancanza di servizi, nei diritti, nella casa, nel lavoro e nell'istruzione. Chi governa deve prendersi la responsabilità di usare la parola mafia".

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