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La mafia prospera dentro il sistema

La criminalità organizzata fa meno notizia non perché sia sparita, ma perché assomiglia sempre di più a ciò che consideriamo normale o chiamiamo economia

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

1 ottobre 2026

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"Ipocrita", così è l’antimafia che concentra i suoi sforzi solo sui reati violenti e frena le indagini che riguardano gli affari e l’area grigia. La definizione appartiene al procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ed è contenuta nell’intervista che pubblichiamo su questo numero de lavialibera. Melillo sostiene che per capire cosa stanno diventando le organizzazioni criminali bisognerebbe utilizzare la lente della "letteratura distopica". E ascoltando quel che racconta non pare un’esagerazione. Utilizza due parole che aiutano a capire più di altre: guerre e narcotraffico.

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Nessuna war on drugs ha mai avuto successo, e neppure senso, per fermare la produzione, il trasporto, lo stoccaggio e lo smercio di stupefacenti, che sempre e ancora oggi si presentano come la vera e più importante ricchezza delle mafie su scala planetaria. Il mercato della droga non è solo un gigantesco traffico illegale, ma un fattore geopolitico in grado di finanziare conflitti e destabilizzare interi paesi, come sta facendo in alcune regioni dell’Africa. L’altro grande mercato sono le guerre che, a dire di Melillo, "creano le condizioni ideali" per lo sviluppo e l’affermazione delle organizzazioni criminali che, cessati gli scontri, riciclano uomini e mezzi militari nei loro mercati.

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La mafia sparisce se il contesto peggiora

Perché le mafie dovrebbero fare notizia se assomigliano sempre di più all’imprenditoria rapace? Perché parlarne se la violenza e l’abuso di potere sono normalizzati?

Di tutto questo si parla poco. La mafia ridotta a questione di ordine pubblico rimane fuori dalle priorità della politica e fa sempre meno notizia. Questo governo ha limitato gli strumenti per contrastare i reati dei colletti bianchi, ha compresso l’uso delle intercettazioni nei procedimenti per corruzione e riciclaggio e scelto di concentrare l’antimafia sui reati violenti lasciando prosperare le alleanze tra mafie, impresa e politica. Intanto decine di miliardi di euro scompaiono nei circuiti offshore o nei sistemi bancari clandestini, mescolando i proventi mafiosi ai fondi delle evasioni e delle frodi fiscali degli imprenditori made in Italy. Perché le mafie dovrebbero fare notizia se assomigliano sempre di più all’imprenditoria rapace? Perché parlarne se la violenza e l’abuso di potere sono normalizzati?

Eppure l’arroganza mafiosa è anche e ancora carne viva, presente, nella disperazione di alcuni commercianti palermitani, ad esempio. Siamo tornati nel capoluogo siciliano per documentare la ricomparsa dei colpi di kalashnikov contro le saracinesche, le bottiglie di benzina davanti ai locali della movida, gli spari di pistola tra ragazzini nei quartieri abbandonati. Anche i minori di undici anni maneggiano le armi con disinvoltura, ci dice la procuratrice per i minorenni Claudia Caramanna.

A Palermo si spara di nuovo

Ma non è camorrizzazione, precisano i magistrati palermitani: è Cosa nostra che sfrutta i vuoti lasciati dall’azione repressiva e arruola una manovalanza giovane e disperata che in altri tempi non avrebbe mai assoldato. Minori abbandonati dallo Stato, che cercano affermazione e riconoscimento parlando la lingua della forza, che è anche la più in voga sulla scena pubblica. In tutt’Italia, le istituzioni sempre più lontane dai cittadini, la propaganda violenta e la miseria economica e culturale apparecchiano una forma di insicurezza diffusa, di cui abbiamo deciso di provare a tenere insieme i fili: il narcotraffico e le guerre, le lavanderie cinesi e i kalashnikov di Palermo, i comuni sciolti e i ragazzini armati. Perché la mafia prospera dentro il modello che abbiamo scelto, e lo fa così bene che ormai è difficile distinguerla da tutto il resto.

Da lavialibera n° 41

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