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1 ottobre 2026
Un tesoro nella camera di un albergo di Cinisello Balsamo, nell’hinterland di Milano. Forse neanche se lo immaginavano, gli investigatori della Guardia di finanza. "C’erano mazzette di denaro sul divano, valigie e scatole piene di contanti, poi banconote sparse per terra, venti telefoni in funzione e due macchinette contasoldi", racconta Francesco Cavuoto, comandante della tenenza di Senigallia (Ancona). In totale, più di un milione di euro. Avevano appena scoperto una banca clandestina gestita da una coppia di cittadini cinesi, fulcro di un sistema illecito intorno cui ruotano società “cartiere”, scatole vuote intestate a prestanome, create soltanto per emettere fatture false, evadere il fisco, nascondere i guadagni di attività illecite e trasferire milioni di euro in Cina. Le indagini Fast & Clean e Cash back, coordinate dalla procura di Ancona, hanno smantellato finora 433 società che hanno emesso fatture false per un volume di affari di cinque miliardi di euro, a cui corrisponde l’evasione di circa un miliardo di euro al fisco italiano.
Sempre più spesso, in tutta Italia, le indagini rivelano sistemi simili. "Analisi condotte con alcune controparti europee hanno rivelato l’esistenza di un vero e proprio money laundering as a service (servizio di riciclaggio del denaro sporco, ndr) operato da organizzazioni criminali specializzate, guidate da soggetti provenienti dalla Repubblica popolare cinese e strutturate in diversi nuclei territoriali nel nostro Paese – si legge nell’ultimo rapporto dell’Unità di informazione finanziaria, l’autorità italiana antiriciclaggio –. È possibile che attraverso tali sistemi vengano riciclati i proventi di illeciti commessi da altre organizzazioni criminali, sia italiane, sia estere". Diverse indagini antimafia hanno rivelato che gruppi criminali italiani e albanesi si avvalgono delle prestazioni finanziarie dei circuiti delle banche clandestine per riciclare il denaro sporco, frutto del narcotraffico o delle truffe. Ma a loro si rivolgono anche imprenditori che vogliono evadere il fisco, o bancarottieri che vogliono giustificare la spogliazione delle aziende.
È un fenomeno globale. Negli ultimi anni anche gli Stati Uniti hanno puntato i riflettori sulle organizzazioni cinesi che offrono questo servizio ai narcos messicani: "Sono diventate più diffuse e ora sono tra i principali attori del riciclaggio di denaro a livello professionale negli Stati Uniti e nel resto del mondo", si legge in un rapporto del dipartimento del Tesoro del 2024.

L’indagine che ha portato alla scoperta della banca clandestina a Cinisello è nata da un dettaglio strano. Fuori da un centro commerciale, vicino a Senigallia, un uomo di nazionalità cinese stava riempiendo il suo suv, un Volkswagen Tiguan, con numerose confezioni di carta igienica. Una pattuglia si è insospettita. Seguendolo, i militari sono arrivati in un capannone a Corinaldo, nel distretto tessile marchigiano. Lì, durante un controllo di notte, hanno scoperto un laboratorio con dipendenti in nero, immigrati irregolari. Era la sede di tre ditte amministrate da una donna cinese chiamata Giulia, ditte che operano per conto terzi per alcuni marchi di abbigliamento, anche di alta moda.
I committenti "pagano dei prezzi alti per l’attività manifatturiera, perché queste imprese sono veloci nel realizzare i capi, e forniscono loro tutta la materia prima. Così per le ditte l’imponibile è alto: non hanno spese per le forniture, hanno una manodopera a basso costo, spendono soprattutto per magazzini e utenze", spiega il comandante Cavuoto. Tuttavia tra i documenti contabili gli investigatori trovano un gran numero di fatture emesse da società italiane amministrate sempre da cittadini asiatici. "Erano fatture per cessioni di merce e manufatti o la fornitura di servizio. Erano sospette e abbiamo iniziato a indagare", prosegue. Si trattava di fatture false, o meglio “per operazioni inesistenti”. Per pagare meno tasse sui redditi, i terzisti "costituivano nei loro stessi laboratori altre imprese intestate a familiari o dipendenti", società che in gergo vengono definite “cartiere”, perché producono “carta”, quella delle fatture emesse per giustificare dei costi fittizi dell’azienda e abbassare gli utili, su cui pagare meno imposte.
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Per gli imprenditori cinesi, invece, l’underground bank offre anche un altro servizio: trasferisce capitali in Cina simulando l’acquisto di merce che non arriverà mai. Alcuni milioni di euro sono partiti così verso le banche di Pechino, Shanghai e Shenzen
La prassi era questa: a fronte delle fatture false delle cartiere, la ditta di Giulia effettuava un bonifico, i destinatari ritiravano ai bancomat i contanti e li restituivano a Giulia tenendo per sé una percentuale. La procedura è cambiata intorno al 2022, quando l’impresa di Giulia ha fatto ricorso ai servizi di altre società, sempre intestate a cittadini cinesi, ma con sede nel nord Italia. Stando alle indagini, erano 15 le cartiere a cui l’imprenditrice – arrestata nell’aprile 2023 – si è rivolta per ottenere fatture false dal valore complessivo di 150 milioni di euro, con una corrispondente evasione dell’Iva per 33 milioni di euro e un ulteriore risparmio fiscale sulle imposte dirette per 28 milioni. Tra la documentazione di queste cartiere sono state trovate anche fatture false emesse a favore di imprenditori italiani, tra cui uno di Fano (Pesaro), che davanti agli investigatori ha confermato il modus operandi per avere quei "pezzi di carta", come diceva lui.
Il rapporto è basato sulla fiducia. Si arriva al gestore di una cartiera tramite il passaparola. Instaurato il contatto, le modalità d’azione sono semplici: tramite un messaggio su Whatsapp, l’imprenditore chiede a chi gestisce la cartiera una fattura falsa di un certo importo per beni o servizi vari, ma pur sempre inerenti alla sua attività, per non destare sospetti. In risposta, riceve la fattura pro-forma e l’iban su cui effettuare il bonifico. Dopo il versamento, la cartiera carica la fattura sul cassetto fiscale all’Agenzia delle Entrate, così che risulti in regola, e manda i suoi corrieri a consegnare, nel luogo e all’ora previsti, i contanti all’imprenditore, pari all’importo pagato meno una percentuale per il servizio. Lui tiene l’auto con i finestrini aperti, loro si avvicinano con lo scooter e lanciano nell’abitacolo un pacchetto con le mazzette di banconote. Oltre a ridurre l’importo delle tasse da pagare, l’uomo può contare su una somma di denaro liquido, i cosiddetti “fondi neri”. Per gli imprenditori cinesi, invece, l’underground bank offre anche un altro servizio: trasferisce capitali in Cina simulando l’acquisto di merce che non arriverà mai. Alcuni milioni di euro sono partiti così verso le banche di Pechino, Shanghai e Shenzen.
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L’inchiesta dei finanzieri di Senigallia e della procura di Ancona è andata avanti e nel gennaio 2024 ha una seconda fase, con la scoperta di altre 140 imprese, soprattutto in Lombardia (diverse con sede in palazzi della Chinatown di Milano), per un giro di fatture di 1,7 miliardi di euro. Seguendo il percorso dei corrieri di denaro, i militari sono arrivati alla banca clandestina. La gestiva una coppia: S.L.W. e H.C., detta Jessica, quarantenni, entrambi giunti in Italia alla metà degli anni Novanta.
Nel loro appartamento a Sesto San Giovanni (Milano) c’era un ufficio nascosto a cui si accede da un’intercapedine nel sottotetto. Dentro c’erano documenti delle cartiere (di cui 30 costituite soltanto il 14 gennaio, pochi giorni prima delle perquisizioni) e quelli dei prestanome, i bancomat con codici pin di alcuni conti online, un router e 500mila euro in contanti. Altri 1,08 milioni di euro in contanti sono stati trovati nell’ufficio che i due avevano allestito nella stanza di un albergo a Cinisello Balsamo, dove avevano spostato il grosso dell’attività per cautela: dopo una lite tra i condomini del palazzo di Sesto San Giovanni, la coppia temeva i controlli. "Avevano chiesto ai gestori dell’albergo di non pulire la camera", ricorda il comandante Cavuoto.
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"Solo per rendere l’idea dell’enorme disponibilità di denaro da parte degli indagati, appare il caso di evidenziare che una filiale di un qualsiasi istituto di credito di una cittadina di provincia avente una popolazione di circa 50/60mila abitanti dispone giornalmente di una somma in contanti pari a un massimo di 150mila euro"
In totale, la coppia disponeva di più di 1,5 milioni di euro in contanti: "Solo per rendere l’idea dell’enorme disponibilità di denaro da parte degli indagati – si legge in un atto della procura anconetana – appare il caso di evidenziare che una filiale di un qualsiasi istituto di credito di una cittadina di provincia avente una popolazione di circa 50/60mila abitanti dispone giornalmente di una somma in contanti pari a un massimo di 150mila euro". Gli accertamenti hanno permesso di calcolare che, tramite i conti di un loro prestanome titolare di alcune cartiere, avevano bonificato su conti cinesi quasi 52 milioni di euro per finti acquisti.
La coppia è stata sottoposta a fermo ed è finita in carcere per omessa dichiarazione dell’Iva, false fatturazioni e autoriciclaggio. Quello di Ancona non è l’unico procedimento in cui sono coinvolti. L’uomo è sotto inchiesta anche a Verona e Vicenza. Il 27 giugno 2023 era stato fermato dalla polizia stradale per un controllo: a bordo di una Mercedes nascondeva 108 mila euro in contanti e gli atti costitutivi di tre cartiere. Sei mesi più tardi, il 21 dicembre, la scena si è ripetuta allo svincolo autostradale di Peschiera del Garda (Verona): questa volta su un’Audi intestata a una delle società cartiere attribuite a un prestanome, gli agenti hanno scoperto altri 97mila euro in contanti, di cui 70mila nel vano della ruota di scorta. Le cronache registrano molti casi simili in tutta Italia.
Ai poliziotti che lo hanno fermato, S.L.W. ha spiegato di averli nascosti per paura di essere rapinato, come gli era già successo tempo prima. "Hanno il timore delle rapine da parte dei connazionali delle organizzazioni concorrenti", racconta Cavuoto. Agguati che possono essere violenti: "Un corriere arrestato aveva un tutore al ginocchio perché, nel corso di una rapina a Prato, i connazionali non hanno trovato i soldi e lo hanno picchiato con una spranga", spiega. Jessica nel dicembre 2025 è invece finita ai domiciliari nell’ambito di un’altra inchiesta, questa volta condotta dalla polizia di Stato e coordinata dalla procura di Brescia, sempre per reati fiscali e riciclaggio in combutta con alcuni connazionali e due imprenditori bergamaschi. Gli avvocati della coppia non hanno risposto alle domande de lavialibera.
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La Direzione distrettuale antimafia di Ancona ha cominciato a occuparsi dei servizi di riciclaggio forniti da alcune società dei principali indagati a uomini legati alla criminalità organizzata calabrese, già coinvolti in altre inchieste
Come una matrioska – o meglio scatole cinesi –, una ne nasconde altre, e lo stesso avviene anche per i prestanome e le società. Così l’indagine è proseguita e nel febbraio 2026 si è giunti a un’altra serie di perquisizioni e sequestri di società “apri e chiudi”, contanti e conti bancari, immobili, imprese, auto e beni di lusso. In totale, l’inchiesta anconetana ha fatto luce sulle attività di ben 433 cartiere (di cui 391 in Lombardia, 18 in Toscana e otto in Veneto) che hanno emesso fatture per un totale di cinque miliardi di euro.
A usufruire dei servizi illeciti ben 60mila imprese italiane di tutti i settori. "Queste società sono anomale: hanno un volume d’affari enorme, anche 30 milioni di euro al mese di fatturato, ma nessun dipendente, nessun contratto d’affitto, nessun ordine per forniture...", nota il comandante. Una aveva effettuato pochissimi acquisti, quelli di pregiate opere d’arte asiatica vendute da alcune case d’asta europee. "Il gestore, residente vicino a Bassano del Grappa (Vicenza), aveva allestito nella sua villa un museo con oggetti artistici, opere in avorio, pelli di tigre. Aveva anche una cantina piena di vini pregiati – conclude Cavuoto –. Era un modo di riciclare, investire e ostentare".
Altre imprese, per evitare i controlli automatizzati, comprano beni con il regime fiscale dell’esenzione dell’Iva: nel solo 2022, alcune hanno speso più di otto milioni di euro nei negozi della Rinascente di piazza Duomo, a Milano, per borse e gioielli di marchi d’alta moda. La Guardia di finanza ha calcolato l’evasione di 620 milioni di Iva. In totale, gli indagati sono 281, di cui 235 di origine cinese e 29 italiani. Molte delle cartiere, create grazie al lavoro di centri servizi e commercialisti cinesi e di studi notarili italiani, sono state cancellate dal registro delle imprese della Camera di commercio e le partite Iva chiuse. Nella primavera 2026 due persone sono state condannate dal Tribunale di Ancona, mentre altre aspettano la chiusura dell’indagine. L’inchiesta ha anche aperto un nuovo scenario. La Direzione distrettuale antimafia di Ancona ha cominciato a occuparsi dei servizi di riciclaggio forniti da alcune società dei principali indagati a uomini legati alla criminalità organizzata calabrese, già coinvolti in altre inchieste.
Sempre più spesso le indagini scoprono in negozi cinesi e case private basi per servizi che offrono false fatture, contanti e trasferimenti non tracciati a trafficanti, evasori e truffatori. A volte con la complicità di professionisti italiani. Ecco gli ultimi casi.
Napoli, 22 luglio 2026 – Sequestrati 21 milioni di euro a 16 aziende di un circuito di underground bank. A gennaio cinque uomini erano stati sottoposti a diverse misure cautelari perché accusati di aver organizzato una banca clandestina che, dopo aver ricevuto bonifici per le fatture false emesse dalle 16 cartiere, restituiva il denaro in contanti trattenendo una percentuale. Secondo gli investigatori con queste modalità sono stati trasferiti all’estero ben 134 milioni di euro.
Chiari (Bs), 15 giugno 2026 – La Guardia di finanza ha scoperto nel comune bresciano un ufficio da cui venivano gestite 41 società cartiere per l’emissione di fatture per operazioni inesistenti per 200 milioni di euro a favore di diverse società clienti. Circa 200 milioni di euro sono stati trasferiti all’estero, spesso “triangolando” le operazioni attraverso paesi europei e sfruttando degli Iban virtuali (codici temporanei che indirizzano i fondi su un conto principale) per nascondere i veri beneficiari e rendendo difficile tracciare il flusso di denaro. Tra gli indagati figura anche un commercialista italiano, incaricato della gestione amministrativa e contabile delle cartiere.
Prato, 15 giugno 2026 – La polizia di Stato ha rivelato l’esistenza di una banca clandestina gestita fin dal 2021 da un cittadino cinese, Keke Pan, detto Luca, pregiudicato per sfruttamento della prostituzione. Offriva a narcotrafficanti albanesi e mafiosi italiani canali sicuri per pagare partite di droga senza muovere denaro e senza lasciare tracce grazie al metodo dei fei ch’ien, basato su una rete di intermediari fiduciari in tutta Europa. Secondo gli inquirenti, questo sistema ha movimentato tra gli 80 e i 100 milioni di euro all’anno per almeno un triennio.
Milano, 15 maggio 2026 – Una banca occulta dentro un appartamento, con oltre 120mila euro in contanti e diverse macchine conta-soldi di ultima generazione. Era il perno di un’infrastruttura finanziaria illegale intorno a cui ruotavano cartiere intestate a prestanome italiani e stranieri, che aveva emesso fatture per un valore di oltre 134 milioni di euro. Sono circa 80 i milioni di euro trasferiti all’estero. Nel luglio scorso sono scattate le misure cautelari per sette indagati, tra cui un commercialista.
Rovato (Bs), 13 maggio 2026 – Un emporio cinese è finito sotto sequestro insieme a 24 cartiere gestite da un ufficio del capoluogo: era il sistema utilizzato per camuffare operazioni di riciclaggio, la illecita raccolta di contanti da negozianti asiatici di Brescia, Veneto ed Emilia-Romagna e la rimessa all’estero del denaro (circa 40 milioni di euro trasferiti in Cina). Altre inchieste della procura di Brescia hanno rivelato i legami tra banche clandestine cinesi e gruppi criminali albanesi o calabresi.
Padova, 27 aprile 2026 – Sequestrata una banca clandestina attiva almeno dall’aprile 2025 nella zona industriale di Padova. Era video-sorvegliata, dotata di casseforti e macchine conta soldi, e ci si poteva accedere dopo essersi fatti riconoscere. Offriva prestiti a tassi usurai, la conversione in criptovalute e pagamenti in nero. Tra i clienti, c’erano anche alcuni italiani: uno, domiciliato a Dubai, è finito ai domiciliari per aver riciclato circa 600mila euro.
Verona, 4 settembre 2025 – Lo chiamavano “il Capo”: era il cittadino cinese alla testa di un sistema di raccolta illecita dei risparmi dei connazionali da trasferire in Cina tramite il meccanismo del fei ch’ien. A raccogliere fisicamente il denaro era un adolescente. Secondo gli investigatori, l’ammontare complessivo delle illecite transazioni è stato stimato in quasi 16,5 milioni di euro, in circa due anni e mezzo
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