Un coffeeshop di Amsterdam (Martijn Baudoin/Unsplash)
Un coffeeshop di Amsterdam (Martijn Baudoin/Unsplash)

Legalizzazione della cannabis: l'alternativa al proibizionismo passa per l'autoregolazione

Il dibattito sulla legalizzazione della cannabis e delle droghe leggere sta conoscendo, in Italia, una nuova popolarità, sulla scia della recente proposta di referendum. Nell'opinione pubblica si allarga il fronte di chi preme per una svolta antiproibizionista e propone alternative, come le strategie di autoregolazione e i Cannabis Social Club. A dargli forza alcuni dati statistici provenienti dal resto del mondo che smentiscono il presunto collegamento tra legalizzazione e aumento dei consumi

Francesco Rossi

Francesco RossiGiornalista e consulente lavialibera

10 febbraio 2022

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Il dibattito pubblico sulla legalizzazione delle droghe leggere, in Italia, è vecchio ormai di quasi 50 anni. E da altrettanto tempo il pendolo delle posizioni politiche sul tema oscilla tra due opposti: liberalizzazione e proibizionismo. Ne scaturisce un braccio di ferro oggi vinto quasi completamente dalle istanze securitarie. Questa polarizzazione estrema, però, spesso alimentata da slogan e pregiudizi, lascia in ombra molte sfumature che potrebbero invece alimentare un confronto più sano e scientificamente fondato. Ad esempio, troppo poco si parla di autoregolamentazione e controllo del consumo di cannabis, nonostante l’argomento sia al centro di numerosi studi e ricerche, come il progetto New approaches in harm reduction policies and practices (Nahrpp, 2018), finanziato dall’Unione europea e coordinato dal Forum Droghe. Eppure, proprio il concetto di autoregolamentazione si propone come il grimaldello capace di scardinare l’approccio proibizionista, a favore di una visione critica e matura del consumo di droghe leggere (e soprattutto dei consumatori).

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Autoregolazione e controllo nel consumo di cannabis

Per attivare un sistema di autocontrollo, secondo il Forum Droghe è necessario superare l’opzione proibizionista e virare verso la legalizzazione, senza considerare il consumatore come una persona debole e impotente

L’idea cardine che sta dietro il concetto di autoregolazione nell’uso delle droghe leggere è che esista la possibilità di un consumo “normale” di queste sostanze. E per normale si deve intendere non patologico, non dannoso. Secondo la percezione comune, nell’approccio alla cannabis esistono solo due tipi di persone: quelli che si astengono e quelli che ne sono dipendenti. I primi non toccano uno spinello neanche per fare un tiro, i secondi si beccano tutti gli effetti nocivi (veri o presunti) di un massiccio ricorso al THC. E se invece esistesse anche la via di mezzo? Se esistessero, cioè, donne e uomini di ogni età in grado di consumare cannabis in quantità tale da non subirne le contrindicazioni, né immediate, né di lungo termine? In realtà, esistono queste persone e sono state proprio loro l’oggetto di studio del progetto Nahrpp, con l’obiettivo di decodificare le strategie e le modalità che utilizzano per attuare un consumo di cannabis funzionale, sotto controllo e a basso rischio. Vale per le droghe leggere, quindi, ciò che vale già per l’alcol: esistono delle regole sociali non scritte, figlie di una stratificazione culturale avvenuta nel tempo, che fissano i limiti di quanto è normale bere e stigmatizzano gli eccessi (l’ubriacatura), soprattutto quando rischiano di provocare danni (come nel caso della guida in stato di ebbrezza, sanzionata dalla legge). 

Per attivare questo sistema di autocontrollo, però, secondo il Forum Droghe, è necessario superare l’opzione proibizionista e virare verso una convinta legalizzazione. Mantenere la cannabis illegale, infatti, significa considerare il consumatore come una persona debole e totalmente impotente di fronte allo strapotere della sostanza da cui inevitabilmente dipende. Un soggetto da difendere anche contro la sua volontà, invece che un individuo a cui fornire le corrette informazioni per autodeterminarsi e controllare il proprio consumo. In sostanza, il proibizionismo criminalizza e patologizza.

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La dimensione sociale dell’autoregolazione e i cannabis social club

Ragionare sull’autoregolamentazione del consumo di cannabis e su politiche che possano incentivarlo significa anche far emergere un altro elemento chiave, cioè la dimensione sociale che incide su tale controllo. Il contesto sociale in cui si muovono i consumatori, infatti, è fonte di riti e abitudini che si tramutano in controlli condivisi e che vengono meno se l’uso delle sostanze è bollato come illegale (e quindi relegato in un cono d’ombra). Proprio al recupero di questa dimensione sociale puntano i cannabis social club, sperimentati già in diversi stati. Si tratta di associazioni di consumatori che si uniscono con lo scopo di coltivare collettivamente la cannabis per uso personale. I vantaggi, oltre che dal punto di vista della socializzazione del consumo, si registrano soprattutto sul fronte della qualità e della sicurezza delle sostanze, molto più controllabili in contesti del genere che sul mercato nero, con ovvie ricadute positive per la salute dei consumatori.

I cannabis social club sono ampiamente diffusi fuori dall’Europa, in tutti i paesi che hanno già legalizzato il consumo e la coltivazione a scopo personale della cannabis. Nel vecchio continente, invece, la situazione è molto più complicata. Ad oggi, i cannabis social club sono presenti nei Paesi Bassi e in Spagna (soprattutto a Barcellona, anche se con qualche recente grana) dove sono nati approfittando di lacune nella legislazione. Qualche esperimento è stato tentato anche in Italia, ma rigorosamente con cannabis a scopo terapeutico. C’è però un paese che ha scelto di fare breccia in questo muro. Si tratta Malta, il cui governo ha varato una legge che prevede la legalizzazione dell’uso e della coltivazione di cannabis per scopo personale (fino a quattro piantine) e che dà il via libera alla nascita dei cannabis social club sul territorio dell’isola mediterranea.  

La cultura del consumo si costruisce anche sul web

I cannabis social club, però, non sono l’unica dimensione di scambio e condivisione che permette la formazione di una nuova e diversa cultura del consumo. Una menzione in tal senso va fatta anche del web e delle sue potenzialità. Infatti, laddove i club creano delle comunità reali consumatori che si confrontano e si controllano a vicenda in modo non esplicito, i forum online e i siti di informazione raggiungono lo stesso risultato ma in una dimensione virtuale. D’altra parte, la necessità di una corretta informazione sui temi delle droghe leggere è quanto mai urgente, sempre in un’ottica di tutela della salute.

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Dopo tutto questo ragionare di cultura del consumo, di autoregolamentazione, di corretta informazione e quindi di legalizzazione della cannabis, può sorgere nitida una domanda: come se la stanno cavando i paesi che hanno già imboccato questa strada. I detrattori della legalizzazione sostengono che dove si avvia questo processo, i consumi di droghe leggere conoscono un’impennata e finiscono fuori controllo. Ma è davvero così? In realtà, se guardiamo ad esempio al Canada, Stato che ha abbandonato il proibizionismo appena tre anni fa, il trend smentisce questa tesi. Infatti, dopo un piccolo balzo in avanti fatto registrare nel primo anno (2020 su 2019), i consumi di cannabis sono addirittura diminuiti, attestandosi ai livelli pre-liberalizzazione. Detto in percentuali: le persone che hanno fatto uso di cannabis almeno una volta nell’anno sono state il 27 per cento nel 2020 e il 25 per cento nel 2021. Un calo registrato soprattutto tra i minorenni: nella fascia di età 16-19 anni, la quota dei consumatori è scesa dal 44 per cento al 37 per cento, mentre nella fascia 20-24 anni è passata dal 52 al 49 per cento e negli over 25 è calata dal 24 al 22 per cento. In ribasso anche i dati sul consumo frequente, tornati ai livelli del 2019 (17%). L’unico dato in salita, quindi, è quello del ricorso alle fonti di approvvigionamento legale, scelto dal 72 nel 2021, contro il 43 per cento del 2019. Un risultato indubbiamente positivo.

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