(Andrew Neel/Unsplash)
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South working, il lavoro "smart" e sostenibile che valorizza persone e territori

Il south working, letteralmente "lavorare dal Sud", è un fenomeno esploso con la pandemia ma destinato a restare nel tempo. Molti dipendenti di aziende del Nord Italia hanno scelto di andare a vivere al Sud, lavorando in smart working. La tendenza può rappresentare un'opportunità per le aziende, per i dipendenti (soprattutto le donne) e per i territori. L'importante, però, è che il south working non sia lasciato al caso

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27 maggio 2022

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7 marzo 2020, poco prima della mezzanotte, le stazioni Garibaldi e Centrale di Milano vengono prese d’assalto da centinaia di persone che cercano un treno per uscire dalla Lombardia e tornare a casa, prevalentemente al Sud. Da pochi minuti, infatti, si è diffusa la notizia che la regione è destinata a diventare zona rossa, a causa della diffusione del Covid-19, e che quindi nessuno potrà più muoversi da lì per chissà quanto tempo. Perciò, chi a Milano ci si trova solo per motivi di studio o di lavoro tenta di ricongiungersi ai propri familiari, per vivere con loro il preannunciato lockdown.

Le immagini di quella fuga, rimbalzate sul web e trasmesse a ciclo continuo in tv, sono diventate in breve tempo uno dei simboli della pandemia, perché capaci di contenere una pluralità di suggestioni e di temi, soprattutto legati alla dimensione fisica del lavoro. Nei mesi seguenti, infatti, l’Italia si è ritrovata a dibattere di lavoro da remoto e di smart working, in netto ritardo rispetto a gran parte del resto del mondo. È in seno a questa discussione che si è fatta largo un’espressione nuova: south working.

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Cosa si intende per south Working

Una sintetica definizione di south working, sufficiente per delimitare i contorni del fenomeno, la si può rintracciare nella versione online della Treccani, che recita testualmente:

“lavoro da remoto per aziende fisicamente collocate nell'Italia del Nord, svolto da casa o in regime di smart working da persone che abitano nell'Italia del Sud”.

Una variante del lavoro da remoto e dello smart working, quindi, caratterizzata dalla connotazione geografica, che si esprime nella differente collocazione tra azienda (nord) e dipendente (sud). La definizione della celebre enciclopedia, però, non coglie il fenomeno nella sua interezza. Parla, infatti, solamente di persone originarie del Sud Italia che hanno approfittato dei vantaggi del lavoro agile per tornare a vivere nella loro terra. Il south working, invece, interessa anche quei lavoratori che, nati e cresciuti in altre regioni d’Italia, scelgono di trasferirsi al Meridione, magari lontano dalle metropoli, per trovare un nuovo equilibrio tra attività lavorativa e tempo libero. Per molti south worker, la pandemia ha rappresentato la scintilla da sfruttare per cambiare vita, facendo leva su una maggiore propensione delle aziende a concedere di lavorare a distanza. Resta da vedere quanto resterà di questo boom dopo la completa normalizzazione post-Covid. Difficile, però, che tutto torni come prima, visto che durante il lockdown lo smart working è diventato la normalità per quasi 7 milioni di italiani (erano poco più di 500mila all’inizio del 2020). Per confermare la tendenza, però, servirebbe di scattare una fotografia aggiornata di questo “ritorno al Sud”, mentre gli ultimi dati ufficiali, targati Svimez, risalgono alla fine del 2020 e parlano di circa 45mila dipendenti di grandi aziende del centro-nord in south working, con prevalenza di profili con qualifiche medio-alte e contratti a tempo indeterminato. Un censimento che sta provando a fare South working, associazione di promozione sociale fondata nel marzo 2020 da Elena Militello e Mario Mirabile e promossa dalla Fondazione con il Sud, con l’obiettivo di indagare e promuovere questa possibilità.

I pilastri su cui costruire il south working

Ed è proprio l’Associazione, nel suo lavoro di analisi del fenomeno, a indicare i tre pilastri su cui è necessario investire affinché il south working diventi realtà per un numero maggiore di lavoratori: 

  • infrastruttura digitale;
  • mobilità;
  • presidi di comunità. 

Il tema della digitalizzazione è piuttosto intuitivo. Non esiste smart working, infatti, senza una connessione ad alta velocità sufficiente per supportare i device di lavoro. Altrettanto cruciale, però, è la rete di trasporti, che deve rendere possibile raggiungere in poco tempo snodi di traffico sensibili, come gli aeroporti o le stazioni ferroviari. Lo smart worker, infatti, non è un lavoratore completamente isolato e chiuso nelle mura domestiche, ma una persona che può scegliere in modo consapevole ed efficiente da dove svolgere la sua attività, muovendosi tra più spazi. Mantenere la dimensione sociale è di primaria importanza. Da qui, la centralità del terzo elemento, quei presidi di comunità che si risolvono in una vera e propria infrastruttura sociale, e sono rappresentati da spazi di coworking e simili. Luoghi dove i lavoratori possono continuare ad incontrarsi, pur non recandosi in azienda, e dove possono condividere le dotazioni necessarie per il lavoro di ufficio.

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Permettere alle persone di lavorare da casa, aiuterebbe a rigenerare territori marginali, altrimenti destinati a un lento e inesorabile spopolamento. Tornerebbero a svilupparsi servizi e opportunità, innescando un circolo virtuoso

La necessità di agire lungo queste tre linee direttrici rende chiaro come il south working sia qualcosa che va alimentato, costruendo un ambiente adatto al suo sviluppo. Ma vale la pena investire in questa direzione? Secondo i suoi teorizzatori, sì. Soprattutto se si assume a valore di riferimento l’urgenza di costruire modelli di lavoro sostenibile, dal punto di vista umano, sociale e ambientale. Se ben congeniato, in determinati contesti, il south working può davvero rivelarsi una situazione win-win, in cui tutte le parti in causa guadagnano qualcosa. 

Ricorrendo in modo strutturato e sistematico al lavoro smart, infatti, le aziende opererebbero un netto taglio dei costi legati alla gestione delle sedi fisiche. Inoltre, come ha rivelato anche un’indagine condotta sempre da Svimex e Fondazione con il Sud proprio tra le imprese, i dipendenti impiegati da remoto sono mediamente più motivati e produttivi. Ancor più ovvi ed evidenti sono i vantaggi per i lavoratori, che hanno l’opportunità di conciliare meglio attività professionale e vita privata e si liberano dello stress e dei costi legati, ad esempio, agli spostamenti. In quest’ottica, il south working potrebbe anche rivelarsi una leva per rilanciare l’occupazione femminile, particolarmente colpita dalla pandemia, mettendo le donne in condizione di avere uno stile di vita più lento e sostenibile. Infine, permettere alle persone di lavorare da casa, trasferendosi in zone lontane dalle grandi metropoli, aiuterebbe a rigenerare territori marginali, altrimenti destinati a un lento e inesorabile spopolamento. Nelle cittadine di media e dimensione e nei piccoli borghi, soprattutto al Sud, tornerebbero a svilupparsi servizi e opportunità, innescando un circolo virtuoso capace di generare altra occupazione.

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Non è tutto oro quello che è smart

Tutto bene, quindi; lo smart working è davvero il segreto di Re Mida. Purtroppo, no, non è proprio così. Come ogni medaglia, anche il south working ha la sua faccia scura, soprattutto se non viene governato. Perché siano realmente attrattivi, infatti, i territori periferici devono essere preparati all’arrivo dei tele-lavoratori e non ci si può affidare solamente a salvifici meccanismi di autoregolamentazione, a un’invisibile mano capace di concatenare tutto alla perfezione. Come già sottolineato, serve un’adeguata copertura della rete internet. Ma servono anche servizi di prossimità qualitativamente adeguati, come quelli sanitari o scolastici. E bisogna evitare anche che la scelta dello smart working si riveli un boomerang per il dipendente, costretto ad accollarsi costi eccessivi per essere in condizione di lavorare da remoto (device aggiornati, software, eccetera) o a rinunciare alle opportunità di carriera. Altrimenti il lavoro dal Sud rischia di trasformarsi solo nell’ennesima mancata occasione di sviluppo per il Meridione.

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