Retata nazifascista di fronte al Palazzo Barberini a Roma, marzo 1944 (Bundesarchiv via Wikimedia Commons, CC-BY-SA 3.0)
Retata nazifascista di fronte al Palazzo Barberini a Roma, marzo 1944 (Bundesarchiv via Wikimedia Commons, CC-BY-SA 3.0)

"Quando mio padre sfuggì ai nazifascisti"

Nel 1943, mio padre Giuseppe Mira sfuggì alla retata della "Banda Koch" che stanava ebrei e antifascisti nascosti in strutture della Chiesa a Roma. La memoria va tenuta viva, soprattutto ora

Toni Mira

Toni MiraGiornalista e componente del comitato scientifico de lavialibera

9 gennaio 2024

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Ventuno dicembre 1943

Una delle pagine più drammatiche dell’occupazione nazifascista di Roma e della repressione degli oppositori del regime. Ma anche della storia della mia famiglia. Nella notte di 80 anni fa la famigerata “Banda Koch”, gruppo parapoliziesco di fascisti che operava con le SS per reprimere violentemente antifascisti e ebrei, fa irruzione nel Seminario Lombardo, nel Pontificio Istituto di Studi Orientali e nel Collegio Russicum, in prossimità della basilica romana di Santa Maria Maggiore. La squadraccia fascista, guidata da Pietro Koch, “il genio nero di tutte le rappresaglie poliziesche repubblichine”, cerca chi è stato nascosto in quei palazzi. Infatti, in modo discreto ma non episodico, in quei mesi molti palazzi della Chiesa avevano dato rifugio a ebrei, sindacalisti, politici, intellettuali, garantiti dall’extraterritorialità di quegli edifici. Solo nel Seminario lombardo erano più di cento, accolti sotto falso nome, spesso addirittura indossando l’abito talare. Tra loro anche mio padre Giuseppe Mira, maggiore dello Stato maggiore della Difesa, che dopo l’8 settembre non aveva voluto aderire alla Repubblica sociale, forte anche delle sue convinzioni di cattolico democratico e di scout.

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La Chiesa in soccorso a ebrei e antifascisti

Papà era milanese e da Roma teneva i contatti con le Aquile randagie, tutti suoi fratelli scout, che nel capoluogo lombardo avevano tenuto in vita lo scautismo in clandestinità dopo lo scioglimento imposto da Mussolini. Con lui al Seminario lombardo era nascosto anche il marito della zia, Enrico Ravenna, commerciante ebreo, scampato al rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. L’allora rettore del Seminario, monsignor Giuseppe Bertoglio (dichiarato Giusto tra le Nazioni), venne autorizzato da papa Pio XII ad accogliere tutti i ricercati. Lo sapevano bene SS e fascisti e il rischio di qualche perquisizione era molto concreto. Così il 25 ottobre 1943 la Segreteria di Stato della Santa Sede, grazie all’impegno di monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, mediante un’apposita circolare, trasmise ai superiori di tutti gli istituti un avviso, scritto in italiano e tedesco e firmato dal governatore militare di Roma Rainer Stahel, in cui si dichiarava che l’edificio serviva a scopi religiosi ed era alle dirette dipendenze dello Stato della Città del Vaticano e dunque extraterritoriale, immune cioè da perquisizioni e requisizioni. Un divieto che Koch e la sua sanguinaria banda decisero di violare, anche per mettersi in bella luce coi nazisti.

Erano ben noti i loro metodi. Nel covo in un'ex pensione tenevano i prigionieri fuori da ogni regola e li torturavano perché confessasero i nomi dei partigiani e i luoghi dove si nascondevano gli oppositori. Il 12 dicembre 1943, Koch riuscì così a catturare l’ex comandante della V Armata, il generale Mario Caracciolo di Feroleto, sorpreso in una cella del convento francescano nei pressi delle Catacombe di San Sebastiano sull’Appia Antica sotto le mentite spoglie di fra Mario Santelli. A questo punto decise il colpo grosso, avendo saputo della forte presenza di oppositori nascosti nel Seminario Lombardo e negli altri istituti. Tra loro soprattutto ebrei, militari e sindacalisti, come il comunista Giovanni Roveda, leader della Fiom e membro della direzione nazionale del Pci.

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Laboratorio di coesistenza

Nella clandestinità si creò quel clima di collaborazione che già preludeva alla felice stagione del dopoguerra e che portò alla rinascita del Paese e alla stesura della nostra bellissima Costituzione

Temendo una retata, i responsabili del Seminario avevano messo a punto alcuni stratagemmi, oltre a distribuire falsi documenti: di notte il campanello dell’ingresso veniva collegato ai piani dove si trovavano le persone nascoste, per permettere loro di raggiungere il rifugio segreto in caso di irruzione. Una vita in costante allarme, dunque, ma che non aveva impedito momenti di incontro, dialogo, confronto e approfondimento tra le persone nascoste. Un clima che già preludeva alla felice stagione del dopoguerra, a quella collaborazione che portò alla rinascita del Paese e alla stesura della nostra bellissima Costituzione.

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Tutto venne interrotto la sera del 21 dicembre con l’irruzione violenta della Banda Koch. Ad aprire la strada un sacerdote che, è triste ricordarlo, ne faceva parte. Per fortuna chi aprì la porta riuscì a prendere tempo, permettendo a gran parte degli ebrei di raggiungere il rifugio. Ma Roveda, i militari e altri oppositori vennero arrestati. Koch, ben informato, aveva un elenco di chi avrebbe trovato. E non bastarono i “trucchi” escogitati. Mio padre era con la talare e risultava col nome di don Macchi (era il cognome della madre, mia nonna Virginia), ma nella stanza i fascisti trovarono lettere che iniziavano “caro Mira”, proprio il maggiore che cercavano. L’operazione era riuscita. Decine di arrestati vennero raccolti nel grande refettorio. Qui, in un momento di distrazione dei repubblichini, papà tentò il tutto per tutto, buttandosi sotto il grande tavolo coperto fino a terra dalla tovaglia. Un gesto che, quando me lo raccontavano da bambino, mi faceva molto ridere, perché papà non era una persona atletica. Ma poi negli anni ne ho capito la drammaticità. I fascisti non si accorsero e se ne andarono col resto degli arrestati. Papà prima si nascose dietro l’altare, protetto da un gruppo di suore che stava pregando, poi raggiunse il rifugio. Giunti al loro covo Koch si accorse che mancava il maggiore Mira. Andò su tutte le furie e spedì un gruppo indietro, ma l’auto si ruppe dando così il tempo a papà di mettersi al sicuro.

Tenere viva la memoria, oggi

La memoria va tenuta viva. La memoria di chi pagò con la vita la difesa della libertà, di chi provò ad aiutarli, di chi sopravvisse e costruì la nostra democrazia. Che oggi più che mai dobbiamo difendere

Destino o altro? Il suo racconto si fermava qui, anche perché purtroppo invece lo zio Enrico non ce la fece. Prima deportato a Fossoli e poi il 2 agosto 1944 ad Auschwitz, dove venne ucciso l’8 agosto, malgrado fosse convertito al cattolicesimo e battezzato da venti anni. Ma la “soluzione finale” di Hitler non faceva differenze. Così, quella storia che da piccolo mi divertiva è diventata per me un dramma consumato e uno evitato. Non fosse riuscito a nascondersi papà avrebbe corso il rischio di finire alla Fosse Ardeatine come altri catturati dalla “Banda Koch”, che “offrì” alcuni dei propri prigionieri per raggiungere il numero richiesto dal colonnello Kappler. E ora non sarei qui a ricordare. Perché ancora una volta, soprattutto ora, la memoria va tenuta viva. Anche quella più lontana. La memoria di chi pagò con la vita la difesa della libertà, la memoria di chi provò ad aiutarli, la memoria di chi sopravvisse e costruì la nostra democrazia. Che oggi più che mai dobbiamo difendere.

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