Marsiglia, 19 marzo 2024. Dei poliziotti sorvegliano La Castellane, quartiere di periferia e base di gruppi di trafficanti di droga (Christophe Ena/Epa)
Marsiglia, 19 marzo 2024. Dei poliziotti sorvegliano La Castellane, quartiere di periferia e base di gruppi di trafficanti di droga (Christophe Ena/Epa)

La mafia esiste anche in Francia

Nel 2022 per il ministro dell'Interno Gérard Darmanin la parola non apparteneva al vocabolario nazionale. Negli ultimi due anni, però, la situazione è radicalmente cambiata

Francesca Vinciguerra

Francesca VinciguerraGiornalista

Aggiornato il giorno 10 ottobre 2024

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Aggiornamento: Domenica 6 ottobre, la procura di Marsiglia ha aperto un'inchiesta per "omicidio volontario premeditato in banda organizzata e associazione a delinquere" dopo l'uccisione di un 15enne e di un tassista 36enne, vittima "collaterale" della violenza legata al traffico di droga.

Che in Francia una criminalità organizzata esista è fuori dubbio. La violenza legata al traffico di droga nelle cités ha raggiunto il parossismo nel 2023 e non accenna a quietarsi. La commissione d’inchiesta parlamentare creata per studiare l’impatto del narcotraffico ha reso delle conclusioni più che allarmanti: l’intera nazione è sommersa dalla droga, fin nelle zone più rurali. La commissione denuncia, dall’altro lato della barricata, un governo deludente e scoordinato, che troppo a lungo ha preso il problema sottogamba. Eventi di estrema violenza possono esplodere ovunque. 

Il 14 maggio 2024, lo stesso giorno della pubblicazione del rapporto della commissione, un commando armato ha attaccato un furgone della polizia penitenziaria tra Rouen ed Evreux, favorendo l’evasione del boss del narcotraffico Mohamed Amra detto “La Mouche” e lasciando a terra due agenti.

A inizio aprile Hélène Gerhards, magistrata in Corsica dal 2011 al 2016, è stata trattenuta in custodia cautelare e poi rilasciata per il suo possibile legame con Yohann Carta, uno dei pilastri finanziari del gruppo criminale insulare Le Petit Bar. Sarebbe indagata in un’inchiesta per associazione a delinquere e per appropriazione indebita di fondi pubblici. La giudice francese è soprattutto conosciuta per i suoi legami con l’attuale ministro della Giustizia Éric Dupond-Moretti e con Bernard Squarcini, a capo dei servizi segreti durante la presidenza di Nicolas Sarkozy. La questione non è banale né aneddotica. In Italia lo sappiamo bene, definire i fenomeni criminali permette di adottare un sistema giuridico adeguato. Oggi la Francia non dispone dei mezzi adatti a combattere organizzazioni di tipo mafioso. E questo comincia a essere un problema.

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Milieu e pègre

La Francia è sempre stata terra di passaggio e di investimenti per i criminali stranieri, nonché meta di latitanza per numerosi mafiosi italiani. Ma che volto ha la criminalità francese? "Né padrini né mafia – scrive il giornalista Jérôme Pierrat nel suo saggio Une histoire du Milieu –. Il malfattore francese lavora da solo". Una definizione che descrive bene la realtà del milieu, o della pègre, come viene definito il crimine tradizionale francese. Almeno fino all’inizio degli anni Ottanta e sul continente. Si tratta di una storia del crimine composta da grandi personalità indipendenti e ambiziose, arricchitesi con il lenocinio, con il racket e poi con il traffico di stupefacenti. Personalità dalla spiccata intelligenza criminale, ma prive dell’ambizione per creare una vera e propria organizzazione. Meteore del crimine.

Negli anni Ottanta cambia tutto. La Francia si è lasciata alle spalle la macchia internazionale della French connection, ma non il traffico di droga. Nel 1981 il Paese è scosso dall’assassinio di Pierre Michel, primo giudice istruttore al tribunale di Grande istanza di Marsiglia, che lavorava con una minuzia senza precedenti sul mondo del narcotraffico francese e sui suoi presunti legami con la mafia palermitana. Ma succede anche altro.

Les cités: i quartieri-ghetto del narcotraffico

Marsiglia, 26 giugno 2023. Il presidente francese Emmanuel Macron parla con gli agenti di polizia durante la visita al cantiere del carcere di Baumettes (Ludovic Marin/Epa)
Marsiglia, 26 giugno 2023. Il presidente francese Emmanuel Macron parla con gli agenti di polizia durante la visita al cantiere del carcere di Baumettes (Ludovic Marin/Epa)
"Ancora oggi, a Marsiglia, la polizia è talmente occupata con il narcotraffico delle cités che non ha neanche il tempo di rendersi conto se il grand banditisme è ancora lì ed è attivo"Stéphane Quéré - Criminologo

La Francia ha chiuso il capitolo della sua storia coloniale e conosce un’ondata migratoria massiccia, proveniente soprattutto da Marocco e Algeria. Spuntano le cités, i quartieri-ghetto nelle periferie delle grandi città, per accogliere i nuovi arrivati. La pègre locale si deve adattare a questa nuova realtà e competere con malviventi più giovani, più ambiziosi, più motivati. Aumenta l’importazione di cannabis e arriva la cocaina. "Negli anni Ottanta assistiamo a uno slittamento – spiega Stéphane Quéré, criminologo e fondatore dell’osservatorio Crim’Org –, ma questo non segna la scomparsa della pègre tradizionale. Ancora oggi, a Marsiglia, la polizia è talmente occupata con il narcotraffico delle cités che non ha neanche il tempo di rendersi conto se il grand banditisme è ancora lì ed è attivo".

Con il tempo, i traffici dei quartieri si sono trasformati in qualcosa di diverso e di ben radicato. "Oggi i giovani delle cités – prosegue Quéré – hanno legami con la ‘ndrangheta calabrese e con la Sacra corona unita pugliese. Non si tratta più di manovalanza di bassa lega, sono criminali con basi solide che investono nell’economia legale".

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Un sistema giuridico obsoleto

Difficilmente il narcotraffico marsigliese può definirsi una mafia: l’assenza di una gerarchia ben definita, il carattere effimero e liquido della sua struttura esulano dalla definizione di associazione mafiosa

Al pari della commissione parlamentare, anche il Service d’analyse du renseignement criminel de la police judiciaire (Sirasco) ha denunciato l’obsolescenza della giurisdizione francese. Nel rapporto annuale del 2023, si sottolinea l’assenza di una definizione di "gruppo criminale organizzato" nel diritto francese, che dal 2004 (legge Perben 2) si limita a distinguere crimine generico e "association de malfaiteurs", lasciandone però i contorni abbastanza vaghi.

"La differenza tra malfaiteurs e mafia è sostanziale – spiega Mario Vaudano, magistrato in pensione ed ex consigliere giuridico all’Ufficio antifrode e anticorruzione della Commissione europea, oggi residente in Francia –. Il reato di associazione di malfaiteurs francese richiede che sia stato prima commesso un reato. Non è applicabile solo per il fatto di appartenere a un’associazione criminale, come per quello italiano di associazione mafiosa".

Difficilmente il narcotraffico marsigliese può definirsi una mafia: l’assenza di una gerarchia ben definita, il carattere effimero e liquido della sua struttura esulano dalla definizione di associazione mafiosa. Qualsiasi sia la definizione che scegliamo di usare per questo fenomeno, quel che è certo è che la Francia ha bisogno di cambiare gli strumenti giuridici per contrastarlo.

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La situazione in Corsica

La Corsica merita un capitolo a parte. Anche sull’isola, le cose cambiano a partire dagli anni Ottanta. Si passa dal grand banditisme tradizionale esportato nel continente a qualcosa di più complesso. La creazione della Brise de mer nel 1981 segna a tutti gli effetti la nascita della mafia sull’île de beauté e per la prima volta il crimine tradizionale corso rimane in Corsica.

Complici di questo cambiamento sono il decentramento della regione nel 1982 e l’esplosione del turismo sull’isola, che portano denaro pubblico e privato. Sono anche gli anni della violenza dei gruppi indipendentisti corsi e lo Stato non riesce a stare dietro a tutto: preferisce perseguire chi mette in discussione la propria autorità che un gruppo di delinquenti che si diletta con rapine e giri loschi. Grazie a questa contingenza, la Brise de mer si ritrova in breve tempo tra le mani un capitale inusitato: comincia a investire nell’economia legale e a trattare con la politica locale. Da banditismo a mafia, il passo è breve.

"Ci siamo dovuti battere con tutte quelle persone che dicevano che la mafia in Corsica non esisteva"Jean-Toussaint Plasenzotti - Fondatore del Cullittivo antimaffia Massimu Susini

Agli occhi del magistrato Mario Vaudano, che viaggia regolarmente in Corsica per lavoro proprio in quegli anni, è già chiaro: "Eravamo nel 1994 – racconta – e il presidente del tribunale di Bastia, che mi aveva invitato, mi raccontò che gli avevano bruciato la porta di casa con una bomba carta. La stessa sorveglianza del tribunale era affidata a complici della Brise de mer. L’impunità era totale e i tassi di assoluzione spaventosi".

Quando la giustizia francese si rende conto del suo errore, ormai è troppo tardi. Nel 2008, l’assassinio di Richard Casanova segna la fine della Brise de mer, ma inaugura una nuova ondata di violenza sull’isola. Molti gruppi e fazioni si scontrano per riempire il vuoto di potere. Una parte della popolazione, però, non ne può più.

L’assassinio di Massimu Susini, giovane militante nazionalista di 36 anni a Cargèse, nel settembre del 2019, è la goccia che fa traboccare il vaso. "La consapevolezza c’era anche prima – racconta Jean-Toussaint Plasenzotti, fondatore del Cullittivo antimaffia Massimu Susini e zio del ragazzo assassinato – muta ma c’era. Quando abbiamo creato il collettivo, abbiamo deciso di farlo pubblicamente. Ci siamo dovuti battere con tutte quelle persone che dicevano che la mafia in Corsica non esisteva".

Quasi nello stesso momento nasce anche A maffia no, a vita jè, la seconda associazione antimafia dell’isola. A partire dal 2019 gli eventi si susseguono in fretta e danno loro ragione. La creazione di due movimenti antimafia permette una prima e fondamentale liberazione della parola. A novembre del 2022, l’Assemblée de Corse si pronuncia per la prima volta sulle "derive mafiose" che soffocano l’isola. Ma ancora "non c’è consenso sul termine mafia", conclude Marie-Antoinette Maupertuis, presidente dell’Assemblée.

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Vedute opposte

A febbraio del 2024, il procuratore della Repubblica di Marsiglia Nicolas Bessone parla senza mezzi termini: "In Corsica la mafia esiste, dobbiamo smetterla di nasconderci dietro un dito". Ma gli specialisti non sono d’accordo: "Per me non c’è una mafia in Corsica – puntualizza il criminologo Stéphane Quéré –, non nel senso italiano del termine, c’è una criminalità organizzata. Questo non vuol dire minimizzare la questione, sono contento che se ne parli e che si sia capito che c’è un problema, anche se manterrei il termine mafia tra virgolette".

Mafia o non mafia, il problema esiste ed è sotto gli occhi di tutti. Anche l’esecutivo sembra aver recepito il messaggio. Il 28 aprile il ministro della Giustizia Eric Dupont-Moretti ha annunciato di voler creare una procura nazionale capace di lavorare sul crimine organizzato ed estendere la legge sui collaboratori di giustizia, prendendo esempio da quella italiana. La misura resta divisiva in Francia: attualmente, avere commesso un crimine di sangue impedisce l’accesso della persona al programma di protezione. Il limite etico elimina, però, dal dispositivo chiunque abbia un certo peso in un’organizzazione criminale. In Italia un tale provvedimento funziona anche perché è parte di un sistema giuridico e penale più complesso, quello del 416-bis, che risponde a una prima esigenza fondamentale: definire chiaramente cosa sia una mafia. In questo senso potremmo dire che l’esecutivo francese si sta muovendo nella direzione giusta. Ma partendo dal punto sbagliato.

Da lavialibera n°27

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