Foto di M. Winkler/Unsplash
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Disarmare il linguaggio della guerra che normalizza i conflitti

Nel suo ultimo libro, Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio, Federico Faloppa spiega come i termini, gli slogan e la retorica mediatica utilizzati durante le guerre facciano parte di una precisa strategia che prepara il terreno alla violenza reale

Livio Santoro

Livio SantoroScrittore

27 aprile 2026

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Sotto venti di guerra che spirano sostenuti, lo spostamento del nostro quotidiano verso un vivere pervaso dalla militarizzazione è un argomento con cui dobbiamo fare i conti, anche se non sentiamo raffiche di mitragliatrice nelle nostre strade né vediamo droni abbattersi sui nostri condomìni, come invece accade altrove. I conflitti armati, che non capitano così all’improvviso, come un terremoto imprevisto, vengono infatti gradualmente preparati, giustificati, edulcorati e così imposti dall’alto nei modi più diversi, anche e soprattutto dove le armi restano silenti e dove probabilmente vengono prodotte.

Dimmi come parli e ti dirò chi sei

E ciò avviene con strategie che talvolta, se non spesso, coinvolgono chiunque abbia facoltà di parola in un’inconsapevole alleanza con chi le guerre le decide o le avalla. Perché, sempre più immersi nello spirito mamertino che ci aleggia attorno, tutti noi rischiamo di farcene ignaro amplificatore, subendo l’influenza di un lessico che ci passa attraverso ma che non è affatto neutro.

Contrastare la guerra e tutte le sue dimensioni è un’azione da intraprendere anche svelando le derive che ci portano a scegliere una parola piuttosto che un’altra, facendoci adeguare alle subdole retoriche marziali

Contrastare la guerra e tutte le sue dimensioni è allora un’azione da intraprendere anche svelando (ed evitando) le derive che ci portano a scegliere una parola piuttosto che un’altra, facendoci adeguare inconsapevolmente alle subdole retoriche marziali. È questa, per grandi linee, la presa di posizione da cui Federico Faloppa, professore di Language and discrimination presso il dipartimento di Lingue e culture dell’Università di Reading, sembra muovere nel suo nuovo libro Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio, edito da effequ.

Iran, la guerra attraverso la lente di un fotoreporter

Scritto per “mettere in luce la progressiva normalizzazione di meccanismi e pratiche che armano non soltanto le nostre società, ma anche il nostro lessico quotidiano e il nostro immaginario”, Disarmare il discorso è un libro che ci aiuta a comprendere quanto abbiamo subìto e stiamo subendo tale normalizzazione. Per accompagnarci nella sua analisi, in cui la guerra è intesa come “gigantesco meccanismo culturale” e “non solo come fatto militare”, Faloppa ripercorre alcune tappe della storia recente in cui le parole sono state usate come armi, o come loro giustificazione.

Il peso delle parole

Si prenda la retorica tesa a occultare la violenza utilizzata nel ’90-’91, durante il primo conflitto del Golfo, quando, anche grazie all’utilizzo di immagini spettacolari diffuse dalle gerenze militari Usa, la guerra stessa diventò un più digeribile “intervento” e i bombardamenti si fecero “attacchi chirurgici”, mentre la morte dei civili fu derubricata a “danno collaterale”.

Annegare in un mare di input superflui

O si prenda il lessico caritatevole che ha accompagnato, pochi anni dopo, i conflitti nei Balcani e in Somalia, ammantati, sotto l’avallo dell’Onu, dell’aura umanitaria del peacekeeping e delle “truppe di pace”. O ancora, per fare un esempio più recente, si prenda quanto avvenuto in Russia solo un anno fa, con la pubblicazione del Dizionario esplicativo della lingua di Stato della Federazione Russa, un dizionario vincolante per le pubbliche amministrazioni scritto presso l’Università di San Pietroburgo, con la supervisione del ministero della Giustizia e il benestare della chiesa ortodossa, in cui l’autoritarismo è descritto come “la forma di governo più efficace nei periodi difficili di un paese”, mentre la democrazia “viene presentata come pratica svuotata, dominata da élite influenti e incapace di tutelare la cittadinanza”.

Le parole di Lucarelli: colore

Per non parlare di quanto avvenuto e sta avvenendo durante il genocidio in Palestina, dove, con il più classico doppiopesismo, alle vittime israeliane “trucidate” durante il 7 ottobre si affiancano quelle palestinesi (ben più numerose) semplicemente “morte”, e dove torna di gran carriera l’attributo “terrorista” esteso anche ai bambini di Gaza, esasperando uno schema nato per giustificare il conflitto in Afghanistan mosso dagli Usa dopo l’11 settembre 2001.

Nel genocidio in Palestina alle vittime israeliane “trucidate” durante il 7 ottobre si affiancano quelle palestinesi semplicemente “morte”

Tuttavia, sottolinea Faloppa, non è solo durante le guerre che il lessico viene stirato dai governi e dalla maggior parte della stampa a uso delle anime belligeranti. Le retoriche marziali hanno infatti inondato la comunicazione (e dunque l’immaginario) anche in relazione a eventi che nulla hanno a che fare con le armi. È il caso del vocabolario utilizzato durante la pandemia di Covid 19, quando la metafora bellica si è impadronita del governo di un fatto sanitario: tutti in proposito ricordiamo i “medici in trincea”, gli “infermieri in prima linea”, le “zone rosse”, il virus descritto come “nemico invisibile”.

Shrouq Aila e Roshdi Sarraj, giornalisti nella Striscia

Retorica che, nella sua ricaduta pratica, ha giustificato (oltre alla nomina di un generale come commissario straordinario) l’adozione di norme securitarie, oggi sdoganate, che solo pochi anni fa parevano distopiche. Come pure sdoganata è l’immagine dello straniero come soggetto ostile da cui “difendersi”, e quella delle migrazioni come “minaccia e invasione” da ricacciare indietro, con tutto il corollario di disumanizzazione dell’altro che ne consegue.

È necessario rendersi conto degli effetti di un simile linguaggio per superarlo e renderlo inefficace

La conclusione è allora una sola: la necessità di rendersi conto degli effetti di un simile linguaggio per superarlo e renderlo inefficace. Perché non esistono “guerre giuste” o “preventive”, né esistono “armi intelligenti”: queste, infatti, non sono altro che espressioni ripetute allo sfinimento con il solo scopo di occultare la caratteristica principale dei conflitti, ovvero il sangue che scorre e lo strazio nella carne delle vittime.

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