Roma, 30 settembre 2025. Da sinistra, la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo e l'allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (Foto Umberto Battaglia da Camera.it)
Roma, 30 settembre 2025. Da sinistra, la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo e l'allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (Foto Umberto Battaglia da Camera.it)

Per Delmastro il ristorante col prestanome dei Senese è solo "un'imperdonabile leggerezza"

L'ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, insieme ad altri politici di Fratelli d'Italia, aveva costituito una società con la figlia di Mauro Caroccia, condannato quale prestanome del clan Senese. Davanti alla commissione antimafia ha cercato di difendersi, ma le opposizioni hanno sollevato dubbi sulle sue azioni e quelle dei colletti bianchi

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

26 maggio 2026

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“Un’imperdonabile leggerezza”. L’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, non sapeva di essere in affari con un prestanome del clan Senese. Non sapeva chi fosse Mauro Caroccia, ristoratore romano legato al clan. E nessuno l’aveva avvisato di questi rapporti pericolosi, neanche i notai e il commercialista, tenuti a fare controlli antiriciclaggio particolarmente severi quando di mezzo ci sono “persone politicamente esposte”. Lo ha ribadito il deputato di Fratelli d’Italia davanti alla commissione parlamentare antimafia martedì 26 maggio: “Ho visto che bastava digitare. È stata un’imperdonabile leggerezza politica che ha portato alle mie dimissioni. Se avessi googlato, non avrei fatto la società, non avrei perso dei soldi e non mi sarei dimesso”. Questo, in estrema sintesi, è il succo delle sue dichiarazioni sulla vicenda che ha portato alle sue dimissioni da ruoli di governo. Un'audizione "evasiva" per i rappresentanti del Pd, "incredibile" per Elisabetta Piccolotti di Avs. "Che Delmastro sia uno sprovveduto non ci crede nessuno", aggiunge Raffaella Paita di Italia Viva.

Il caso della Bisteccheria d’Italia

Riepiloghiamo. Il 18 marzo scorso il giornalista di inchiesta Alberto Nerazzini pubblica sul Fatto Quotidiano una notizia: il 16 dicembre 2024 davanti a un notaio di Biella l’allora sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e altri esponenti biellesi di Fratelli d’Italia (l’assessora regionale Elena Chiorino, il consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà e l’assessore comunale a Biella Cristiano Franceschini) hanno costituito una società – la 5 Forchette srl – insieme a Miriam Caroccia. Si tratta della figlia, all'epoca 18enne, di Mauro Caroccia, prima imputato e poi condannato in via definitiva per intestazione fittizia (cioè quando ci si intesta falsamente la titolarità di beni altrui, per evitare sequestri a queste persone) e riciclaggio in concorso con Angelo Senese, fratello del boss della camorra Michele Senese, detto O’ Pazz, nella gestione dei ristoranti Da Baffo e Da Baffo Fish. Secondo quanto appurato, il fratello del boss aveva attribuito a Caroccia la titolarità dei ristoranti "per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione, essendo già stato sottoposto a processo e condannato per il reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti”. Angelo Senese investiva denaro nell’attività di Caroccia e partecipava, attraverso suo figlio, alla gestione del ristorante Da Baffo fino al marzo 2018.

Alla commissione antimafia, Delmastro ha spiegato di aver cominciato a frequentare il locale ignaro dei guai giudiziari del gestore. Entrato in confidenza con lui, “Caroccia disse che voleva avviare sua figlia a questa attività in un contesto più piccolo, che quel locale”, cioè il ristorante Da Baffo, “era troppo grande". Al politico sembra un'occasione e lo propone ad alcuni amici biellesi: “Anche a loro sembrava una buona idea fare un piccolo investimento tutti assieme”. 

Il pranzo è servito, nei ristoranti dei boss

La condanna definitiva arriva il 19 febbraio scorso. A quel punto Delmastro, venuto a conoscenza della questione, e gli altri politici hanno ceduto le quote societarie.  “Il 27 febbraio ero fuori dalla società. Non appena ho avuto notizia vi è stata una precipitosa fuga mia e di tutti i soci da quel contesto societario”, perdendo gli investimenti fatti, ha spiegato ai colleghi onorevoli. Il 18 marzo Il Fatto pubblica lo scoop. Il sottosegretario si difende, ma il 26 marzo – dopo i risultati del referendum sulla riforma della giustizia – è spinto alle dimissioni.

Nel frattempo, le direzioni distrettuali antimafia di Roma e di Torino (competente sul territorio di Biella nel caso in cui ci fossero reati di mafia) aprono delle indagini e la guardia di finanza avvia gli accertamenti per verificare, in primo luogo, la natura del denaro utilizzato dai Caroccia per costituire le società. A Roma padre e figlia vengono indagati: i pm ipotizzano reati di riciclaggio e intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver favorito la mafia. “Da una verifica documentale possiamo escludere che qualsiasi somma di denaro proveniente dalla camorra sia stata mai utilizzata nella operazione della società Le 5 Forchette Srl e la famiglia Senese non ha nulla a che fare con questa storia né prima, né dopo le dismissioni delle quote societarie ad opera dei legittimi detentori”, spiegava il difensore, l’avvocato Fabrizio Gallo. In contemporanea, si muove anche la commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo (FdI), sia su spinta dell'opposizione, sia su impulso di Giorgia Meloni, che vuole un'indagine ampia sulle infiltrazioni criminali nella politica.

L’audizione in commissione antimafia

Molti parlamenti del centrodestra sembrano fornire a Delmastro assist per affermare che non poteva conoscere Mauro Caroccia e le sue pendenza con la giustizia. “Può avere accesso allo Sdi (sistema di indagine, una banca dati delle forze di polizia, ndr) quanto entra in un locale?”, gli chiede il senatore leghista napoletano Gianluca Cantalamessa. “L’accesso allo Sdi non l’ho io e non l’hanno neanche le forze dell’ordine per questa attività – risponde Delmastro –. Se avessi saputo, non ci sarei andato più immediatamente. La precipitosa fuga dalla società, appena ne ho avuto contezza, lo testimonia. Non ci siamo serviti di prestanome o scatole cinesi perché non avevo contezza della necessità di schermare la mia presenza perché non avevo contezza di chi fosse questa persona”. Qualcuno ricorda le frasi minacciose intercettate ai mafiosi e i suoi provvedimenti presi dal sottosegretario per limitare le comunicazioni dei detenuti per mafia e terrorismo verso l’esterno: limitazione delle attività culturali per i detenuti dei circuiti di Alta sorveglianza, la schermatura dei penitenziari per evitare l’uso di telefonini introdotti illegalmente e via dicendo. 

Il capogruppo Pd Walter Verini gli ricorda che “basta avere accesso alla rassegna stampa quotidiana per sapere che i fratelli Caroccia erano coinvolti negli affari del clan Senese. Com’è possibile che un uomo di Stato, un sottosegretario del ministero della Giustizia, gli apparati che lavoravano con lei e quelli del ministero non avessero gli strumenti?”, domande. Delmastro, ancora, gioca in difesa: “Mi sento vittima anche io di un meccanismo che non ha messo in campo evidentemente tutto quello non che si doveva, ma si dovrà mettere in campo, me lo auguro per tutti noi e tutti voi”, dice con una sorta di monito ai colleghi. Il politico racconta di aver frequentato il ristorante suo e di Caroccia insieme ad funzionari del ministero e funzionari della polizia penitenziaria: “La maggior parte del Dap, perché era consuetudine ogni tanto fare delle cene conviviali – ha detto –. Ognuno pagava per sé, tranne se qualcuno aveva qualcosa da festeggiare”.

Deborah Serracchiani, deputata Pd, ricorda che “non è necessario accedere allo Sdi. Penso si potesse accedere ai verbali del Gom e del Nic”, cioè delle due sezioni della polizia penitenziaria, il Gruppo operativo mobile e il Nucleo investigativo centrale. E sembra proprio una frecciatina a quando Delmastro passò al coinquilino Giovanni Donzelli dei verbali sulle visite in carcere dei parlamentari Pd, durante le quali incontrarono alcuni detenuti per mafia e l'anarchico Alfredo Cospito, documenti usati da Donzelli per delle dichiarazioni in parlamento e costati a Delmastro una condanna a otto mesi – in primo e secondo grado, il 20 maggio scorso – per rivelazione di segreto d’ufficio. “Trattandosi di persone con dinamiche processuali e ingressi in carcere non era difficile assumere informazioni dal sistema della polizia penitenziaria per sapere se quelle persone con cui lei aveva in mente di fare una società avessero dei problemi – afferma la deputata, che nota anche un’altra stranezza –. Ho avuto una tutela (un servizio di scorta, ndr) come lei, anche più soft, ma in quella circostanza le persone che mi accompagnavano, prima di farmi andare in un posto, mi informavano su dove si stava andando e mi hanno anche fermato dal fare alcune foto. Sono stupisce molto che nessuno l’abbia avvertita. Per la qualità della scorta che lei aveva penso che non si possa parlare di poca accortezza”.

Infine tocca un altro punto rilevante: “Lei è una persona politicamente esposta (definizione che definisce le persone con cariche pubbliche, su cui i controlli antiriciclaggio sono più intensi, ndr) e noi ogni qualvolta facciamo qualunque azione, dall’apertura di un conto corrente all’acquisto di un’auto usata, ci fanno firmare carte su carte, ci chiedono di tutto, i notai bloccano gli investimenti. A lei non è successo”.

Qualcun altro non vuole credere che Delmastro sia stato tanto sprovveduto. “Mi ostino a considerare Delmastro una persona intelligente”, premette Raffaella Paita (Italia Viva) chiedendo l’audizione de commercialista dell’ex sottosegretario che non ha inserito le quote della società 5 Forchette srl nella dichiarazioni dei redditi da rendere pubblica per la trasparenza degli eletti.

Prima di passare alla parte segretata dell’audizione, la presidente Chiara Colosimo sottolinea un aspetto: “Segnalo che in una risposta l’onorevole Delmastro ha citato almeno quattro magistrati (distaccati al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ndr) oltre al capo del Gom, che avevano una tutela e non sono stati avvisati che quel locale fosse frequentabile”. Vuole affermare che anche loro, che avevano una scorta o erano nella condizione di avere informazioni, non sono stati informati sul ristorante che frequentavano. La questione di Delmastro, però, va oltre la semplice frequentazione sporadica di una trattoria.

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I legami tra criminalità e Fratelli d'Italia

A chi gli chiede se nelle sue frequenti visite al carcere di Biella da sottosegratario abbia mai incrociato detenuti legati al clan Senese, o se il suo studio legale gli abbia mai difeso uomini legati a Michele O' Pazz, Delmastro risponde negativamente: “Escludo di aver assistito qualsivoglia clan per scelta personale ed etica”, afferma.

Il senatore M5s Roberto Scarpinato ricorda quanto emerso nell’indagine Hydra della Dda di Milano, dove due imputati, referenti del clan Senese in Lombardia, erano in contatto con politici di Fratelli d’Italia: c'era Giancarlo Vestiti, ora collaboratore di giustizia, che voleva un club del partito di Giorgia Meloni, e c'era Gioacchino D’Amico che aveva incontrato una deputata e una senatrice di FdI. “Non conosco D’Amico e Vestiti, non intrattengo rapporti con loro... ormai non escludo di averli incrociati qualche minuto”.

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