Meda (MB). Lo stabilimento della Icmesa da cui il 10 luglio 1976 fuoriscì una nube di diossina che investì Seveso e parte della Brianza (Foto di Marta Abbà)
Meda (MB). Lo stabilimento della Icmesa da cui il 10 luglio 1976 fuoriscì una nube di diossina che investì Seveso e parte della Brianza (Foto di Marta Abbà)

Seveso, cinquant'anni dopo: il disastro ambientale che cambiò la legge

Il 10 luglio 1976 un incidente nello stabilimento chimico di proprietà della multinazionale svizzera Givaudan causò la fuoriuscita di una nube tossica di diossina. L'evento ebbe grande risalto internazionale e rivoluzionò la normativa per gli impianti industriali considerati a rischio

Marta Abbà

Marta AbbàGiornalista e fisica dell'ambiente

Laura Fazzini

Laura FazziniGiornalista

9 luglio 2026

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Via Icmesa è piccola, passa davanti ad alcune case monofamiliari, un ciclodromo che si appoggia su un muro di mattoni e finisce contro un cancello grigio di un’associazione sportiva. È il confine tra Meda e Seveso. La via prende il nome da un’industria chimica – la Icmesa (Industrie chimiche Meda società) – che tra il 1947 e il 1976 produsse tonnellate di diserbanti e prodotti di chimica grezza, fino a un sabato di luglio del 1976, in cui un guasto al reattore trasformò quella produzione in un incidente che avrebbe cambiato per sempre quattro comuni, da Seveso a Cesano Maderno, e il resto del mondo.

Quel giorno una nube acre si sprigionò veloce dal tetto dell’azienda Icmesa, di proprietà della multinazionale svizzera Givaudan, controllata dalla Hoffmann-La Roche

“Avevo sei anni, ricordo bene gli uomini tutti scafandrati con tute bianche che perlustravano i campi mentre noi giocavamo in braghette corte a pochi metri da loro. Ci sembravano marziani accaldati“, racconta il sindaco di Cesano Maderno, Giampiero Bocca. Gli uomini alieni erano i tecnici pagati dalla Regione Lombardia per recuperare le carcasse degli animali selvatici morti a seguito della nube di diossina che si sprigionò dopo l’incidente.

Voltare pagina

In vista del 10 luglio 2026, quelle carcasse sono diventate terreno sotto il Bosco delle Querce, un omaggio verde alla popolazione che dovette lasciare casa, campi e vita per proteggersi da quella nube imprevista. Le due amministrazioni che oggi si dividono l’eredità dell’Icmesa raccontano una storia comune: quella di un territorio che dopo mezzo secolo vuole smettere di essere definito solo dalla tragedia.

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“È un libro che si scrive da cinquant’anni e questa pagina è arrivata all’ultima riga“, spiega la sindaca di Seveso, Alessia Borroni in vista della giornata che coincide con la visita del presidente Sergio Mattarella e con il trentesimo anniversario del Bosco delle Querce. È un voltare pagina che passa anche dal modo in cui i due sindaci parlano oggi di salute: Borroni, che ha una formazione da fisica, rivendica un approccio scientifico al tema più delicato: “Non si muore di diossina, non c’è una correlazione uno a uno“.

La stessa lettura attraversa il comune confinante, Cesano Maderno, dove alla fine degli anni Ottanta si scoprì che le vecchie vasche dell’Icmesa avevano inquinato la falda. Il sindaco Giampiero Bocca racconta come da quella scoperta sia nato un equilibrio tra sviluppo industriale e tutela ambientale che ha portato all’insediamento di gruppi come Basf e Bracco, oggi tra i principali datori di lavoro del territorio.

Anche Bocca si affida al lavoro dell’epidemiologo che da cinquant’anni segue la popolazione esposta: “Alla mia domanda se la diossina abbia causato un incremento sostanziale dei tumori rispetto ad altre zone d’Italia, la risposta di chi si era preso cura di noi a livello sanitario, in primis il professor Paolo Mocarelli, è stata no“.

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Se sul passato la convergenza tra i due sindaci è quasi totale, anche il presente li tiene impegnati sullo stesso fronte, quello della Pedemontana Lombarda, l’autostrada che attraversa la tratta B2 e che ha imposto un piano di bonifica sugli otto siti contaminati lungo il tracciato, completato per circa l’80 per cento, con alcuni sforamenti proprio di diossina. Bocca, coordinatore dei sindaci della tratta, ha istituito un tavolo di confronto con ambientalisti, Arpa, Ats e la concessionaria: “È diventato importante calmierare eventuali dubbi interpretativi sui dati, prima che vengano fraintesi dalla cittadinanza“.

Per il sindaco, il vero nodo politico non è più la diossina ma il pedaggio previsto sulla nuova tratta, su cui rivendica una battaglia. Finora, però, non ha ottenuto risposte dalla Regione per l’azzeramento della tariffa ai residenti. Anche per Borroni il cantiere della Pedemontana è stato terreno di trattativa, su un fronte diverso. Per bonificare due ettari di bosco – non querce monumentali ma robinie – la concessionaria ha dovuto confrontarsi con il comune di Seveso, ente gestore del parco. Il taglio degli alberi ha portato in cambio fondi di compensazione ambientale e viabilistica che la sindaca ha destinato interamente all’ampliamento del Bosco delle Querce, compreso un ponte ecologico largo 25 metri che scavalcherà la superstrada Milano-Meda, collegando le due porzioni di parco: “Sarà come continuare il parco“, dice Borroni.

Il disastro del 10 luglio 1976

Meda (MB). Un cancello all'ingresso dello stabilimento della Icmesa (Foto di Marta Abbà)
Meda (MB). Un cancello all'ingresso dello stabilimento della Icmesa (Foto di Marta Abbà)

Quel ponte verde, il bosco cresciuto su una fossa comune di animali, le bonifiche ancora aperte lungo la Pedemontana: tutto nasce da un solo sabato di luglio del 1976. Sono le 12.37 nella Brianza lavoratrice, dove ci si ferma solo per pranzare, nel caldo umido tipico dell’estate. Alcuni bambini e gli animali da cortile stanno giocando nei piccoli giardini delle case monofamiliari: nessuno si accorge di una nube acre che esce veloce dal tetto dell’azienda Icmesa, di proprietà della multinazionale svizzera Givaudan, controllata dalla Hoffmann-La Roche.

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Carlo Galante sta pranzando: dalla sera prima si gode il riposo del fine settimana come capoturno dell’impianto B, in un’azienda che assume soprattutto gente arrivata dal Sud. Abita a pochi passi dal lavoro, ha moglie e figlie giovani. Gli basta guardare fuori dalla finestra per capire che quella nube è roba sua, è chimica. Si alza di scatto e in poco tempo è dentro l’impianto, senza neanche indossare le protezioni. Sa benissimo cosa fare: il guasto è al reattore A101, che conosce perfettamente. Ma sa anche che il suo gesto non basta: vede pezzi del disco di sicurezza sparpagliati sul pavimento, l’esplosione è stata forte.

Quello che il reattore stava lavorando è tossico, il triclorofenolo è un intermedio a base di cloro per la produzione di diserbanti e disinfettanti. La ditta svizzera lo vende a tonnellate: è lo stesso componente di base dell’agente Arancio usato in quegli anni nella guerra del Vietnam. Galante sa che non esistono metodi di contenimento delle fuoriuscite: la società non ha mai investito in sistemi di protezione né per gli operai né per l’ambiente.

Negli anni Settanta, in Italia come in Europa, non vi erano norme che obbligavano i produttori di chimica a stare attenti, e l’Icmesa non faceva eccezione

Negli anni Settanta, in Italia come in Europa, non ci sono norme che obbligano i produttori di chimica a stare attenti, e l’Icmesa non fa eccezione. Anzi, da quando si è trasferita da Napoli a Meda, subito dopo la seconda guerra mondiale, ha dovuto più volte rimborsare i residenti che citofonavano direttamente in via Icmesa tenendo in mano i cadaveri degli animali da cortile.

Piccole fughe di gas tossici, piccole morti e piccoli reclami che andavano avanti da trent’anni, fino all’esplosione contenuta da Carlo Galante quel sabato di luglio 1976. Il capoturno avvisa subito il vice responsabile della produzione, Clemente Barni, spiegandogli della rottura del disco e della nube, e chiedendo come procedere. Barni avvisa i suoi superiori: il direttore Herwig Von Zwehl e il direttore di produzione Paolo Paoletti decidono di chiudere l’impianto, impongono il silenzio a Galante e lo mandano a casa. Come ogni fine settimana, da sabato all’una alle quattro del lunedì mattina l’Icmesa si ferma: c’è solo il gruppo di manutenzione.

Ma il silenzio che cala su Meda non arresta le chiamate tra i dirigenti svizzeri, che organizzano una spedizione di tecnici da Basilea per effettuare prelievi nell’impianto B. Bisogna capire di cosa è fatta quella nube. Solo nel pomeriggio di domenica 11 luglio la direzione avverte il sindaco di Meda, Francesco Rocca, che a sua volta avvisa i carabinieri per chiedere di capire meglio cosa sia successo.

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Amedeo Argiuolo è un fuochista che lavora in fabbrica da una decina d’anni. Quando inizia il solito turno delle quattro del mattino di lunedì trova l’impianto B sigillato e non può accadervi. Chiede come mai, ma i colleghi non sanno nulla. Il suo compito è gestire l’energia prodotta internamente, può lavorare negli altri impianti ma sa che quella chiusura è anomala. Durante la giornata i quasi 170 operai si alternano tra i vari reparti, ma nessuno accede al reparto del reattore A101. Argiuolo fa parte dei 14 delegati che dal 1970 costituiscono il consiglio di fabbrica interno e, alla fine del turno, decide di chiedere spiegazioni alla direzione: “Non vi dovete preoccupare, c’è stato un guasto e stiamo verificando. Continuate a lavorare negli altri reparti“, è la risposta.

La stessa cosa viene ripetuta nei giorni successivi, fino alla riunione nell’ufficio del sindaco di Seveso di giovedì, che insieme al collega di Meda ha convocato carabinieri, dirigenti Icmesa e l’ufficiale sanitario di Meda. Le denunce di animali morti, inclusi gli uccelli selvatici, e i ricoveri al pronto soccorso aumentano: dall’ospedale di Seveso arrivano segnalazioni di 13 casi di cloracne tra i bambini, un’eruzione cutanea grave causata dal contatto con idrocarburi alogenati come la diossina.

All’ospedale di Seveso arrivarono segnalazioni di 13 casi di cloracne tra i bambini, un’eruzione cutanea grave causata dal contatto con idrocarburi alogenati come la diossina

È la nube di cinque giorni prima che, spinta dal vento, ha invaso i cortili dove animali e bambini giocavano. “I nostri campionamenti indicano una fuoriuscita dal reattore di 300 grammi di diossina“, spiega il dirigente Herwig Von Zwehl. Nessuno, in quel momento, sa davvero cosa sia la diossina, perché non è un prodotto dell’Icmesa: si forma spontaneamente quando la temperatura aumenta dentro il reattore. I due sindaci emettono subito un’ordinanza che vieta il consumo di uova, ortaggi e frutta provenienti dagli orti vicini all’industria, e i carabinieri aprono un’indagine per inquinamento ambientale.

Ma per la dirigenza svizzera l’Icmesa può continuare a lavorare e a produrre. A fermare definitivamente gli impianti ci pensano gli operai, sei giorni dopo l’incidente. Il consiglio di fabbrica, dopo aver sentito la parola “diossina” pronunciata dal capo svizzero, organizza un’assemblea aperta la sera di venerdì 16 luglio. I lavoratori sanno che bisogna coinvolgere la comunità: in quel momento sono tutti esposti e devono restare compatti. Sul posto arriva anche la stampa locale e regionale: per entrare nelle case di tutti serve anche l’informazione, che ha anche il compito di rivolgere domande dirette ai vertici di un’azienda che finora ha chiesto e ottenuto silenzio.

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Il giornalista del Giorno Mario Galimberti è presente all’assemblea ed è il primo a scrivere dell’incidente: con i suoi articoli e le sue foto comunica al mondo quello che è destinato a diventare il più grave disastro chimico della storia italiana. L’assemblea serale è partecipata e si chiude con una scelta precisa, provocatoria e innovativa: parte lo sciopero, nessun operaio entrerà più negli impianti finché non arriverà una risposta chiara dalla società svizzera. I sindaci di Meda e Seveso emanano ordinanze che vietano il consumo di uova, ortaggi e frutta della zona colpita, e arriva l’esercito a perimetrare quella che il 18 luglio diventerà la zona A, la più contaminata.

La mattina del 19 luglio rimarrà nei ricordi di tutti i sevesini. L’esercito decide di evacuare oltre 200 persone, accompagnandole in diversi hotel, fino a Milano. Le fotografie del Giorno mostrano una popolazione stanca e spaventata, con in mano una piccola valigia piena di oggetti personali. I bambini vengono spediti in colonia sul lago Maggiore per due settimane, mentre si organizzano gli abbattimenti di animali da cortile: in pochi mesi ne verranno abbattuti circa 80mila, sepolti in zona A. Come gli animali anche le case vengono distrutte, e con loro tutti gli oggetti personali dei residenti.

I sindaci di Meda e Seveso firmarono ordinanze che vietavano il consumo di uova, ortaggi e frutta della zona colpita

Il materiale viene custodito prima in alcuni spazi del comune di Seveso, poi trasferito nei magazzini della Regione Lombardia, dove resterà per anni prima di trovare una sistemazione definitiva. Se il territorio intorno alla fabbrica si svuota e si ridisegna, gli operai e i medici, che si prenderanno cura della loro salute, iniziano a scrivere una pagina di storia sanitaria particolare. Nei giorni seguenti lo sciopero nasce il Comitato tecnico scientifico popolare, una costola esterna del Servizio di medicina degli ambienti di lavoro (Smal) che i sindacati interni ad Icmesa avevano ottenuto pochi anni prima.

Un gruppo di giovani medici, tra cui il professore di medicina Giulio Alfredo Maccacaro, fondatore di Medicina Democratica, decidono di raccogliere dati e testimonianze, lavorando in parallelo alle istituzioni che avevano dato mandato Paolo Mocarelli, giovane primario dell’ospedale di Desio, di analizzare il sangue di tutti gli esposti e capire i possibili rischi sanitari. Nasce quindi una contro informazione, legata anche al movimento di lotta proletaria tipica di quegli anni, che arriva direttamente nelle mani dei sevesini con il periodico Sapere.

Oltre a denunciare il metodo di separazione della zone colpite, la mancata presa in carico sanitaria e la mancata bonifica, il Comitato parla anche del tema spinoso dell’aborto, condannato all’epoca dal nostro sistema penale. Nell’estate del 1976 diversi medici propongono alle donne incinte nella zona A l’interruzione volontaria di gravidanza, praticata presso la clinica Mangiagalli di Milano, ricevendo il placet del governo guidato da Giulio Andreotti.

Nuove norme

È l’inizio di un lungo percorso che, insieme alla raccolta firme dei Radicali, porterà al referendum del 1978 e alla legge 194. Al netto del racconto pubblico del disastro, il caso Icmesa ha lasciato un segno duraturo anche nella giurisprudenza italiana, aprendo la strada a principi che oggi sembrano scontati ma che all’epoca furono il frutto di anni di battaglie nei tribunali. A ricostruirli è l’avvocato Claudio Zucchellini, che individua due passaggi chiave: il riconoscimento del danno morale come autonomo rispetto al danno biologico, e quello del diritto del sindacato a costituirsi parte civile nei procedimenti ambientali.

Il primo principio arriva tardi, nel 1992, quando la cassazione a sezioni unite civili si pronuncia su una delle numerose cause civili legate all’incidente. È la prima volta che viene affermato in modo esplicito il cosiddetto “danno da paura”: il diritto a un risarcimento per la sofferenza psicologica patita anche in assenza di un danno biologico accertato. Per anni, racconta Zucchellini, i cittadini esposti alla diossina erano stati sottoposti a controlli sanitari periodici senza sapere se e quando si sarebbero manifestate conseguenze sulla loro salute: “Hanno passato anni in ambascia“, sintetizza l’avvocato.

Il caso Icmesa ha lasciato un segno duraturo anche nella giurisprudenza italiana, aprendo la strada a principi che oggi sembrano scontati ma che all’epoca furono il frutto di anni di battaglie nei tribunali

Il principio, però, non resta isolato: negli anni successivi la stessa Cassazione interviene più volte per delimitarne i confini, dopo che alcuni legali avevano iniziato a utilizzarlo in modo speculativo, anche attraverso cause pretestuose - come quelle, ricorda Zucchellini, intentate contro l’Enel da chi sosteneva di aver perso una partita della nazionale a causa di un blackout.

Il secondo precedente è più antico e arriva in sede penale: nel 1983 il tribunale di Monza, in primo grado, riconosce per la prima volta al sindacato il diritto di costituirsi parte civile in un processo per disastro ambientale, anche in assenza di un lavoratore direttamente leso nella propria integrità fisica. La tesi sostenuta dai legali del sindacato, assistiti dal giuslavorista Carlo Smuraglia, è che la chiusura dello stabilimento avesse privato l’organizzazione sindacale del proprio consiglio di fabbrica, inteso come articolazione territoriale del sindacato stesso.

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Il tribunale accoglie la tesi e riconosce un risarcimento di 30 milioni di lire, una cifra che Zucchellini paragona a quella ottenuta nello stesso periodo da una famiglia di quattro persone evacuate, con un bambino colpito da cloracne, costretta a lasciare casa e lavoro: 20 milioni di lire, riconosciuti in primo grado come provvisionale. La sentenza di Monza viene poi riformata in appello, ma il principio resta, e negli anni successivi viene ripreso da altri sindacati in tutta Italia in procedimenti per disastri ambientali.

La direttiva Seveso

Ma l’esplosione di Icmesa colpisce direttamente l’intero sistema giuridico del vecchio continente. La comunità europea, politica, non rimane impassibile davanti alle immagini pubblicate dal Giorno, i visi mangiati dalla diossina, gli animali morti seppelliti dall’esercito e gli sfollati. Nel 1982 nasce la direttiva Seveso, entrata in vigore in Italia nel 1988: è la prima legge europea che impone alle aziende chimiche di tutelare i territori dai possibili incidenti rilevanti.

“La direttiva ha generato una battaglia tra mondo industriale e mondo lavorativo. Dire che uno stabilimento era nella lista Seveso era apporgli un marchio di infamia, generava un fortissimo rifiuto a livello locale. Ha comportato forti attriti che hanno chiesto un cambio di passo anche culturale.” spiega Edoardo Galatola, che si occupa da oltre trent’anni dell’applicazione della direttiva nelle imprese.

Nel 1982 nasce la direttiva Seveso, entrata in vigore in Italia nel 1988: è la prima legge europea che impone alle aziende chimiche di tutelare i territori dai possibili incidenti rilevanti

L’Europa chiede alle industrie di analizzare il rischio, quello che nasce dalla presenza di sostanze pericolose in ogni sito produttivo e chiede di collaborare con le istituzioni per tutelare la popolazione che può subire l’incidente. Questo primo, fondamentale, passo normativo crea un elenco di quasi mille industrie chimiche solo in Italia ed è l’inizio di un percorso normativo che avanza nel 1996, con l’entrata in vigore di una seconda versione della normativa.

Seveso II ha l’obiettivo di prevenire l’incidente, non solo di curare, con l’ottica di far parte di una collettività esterna al sito che monitora essa stessa cosa succede negli impianti. Si parla di pianificazione, coordinamento con gli enti pubblici che redigono un piano di emergenza firmato e attuato dai vigili del fuoco”, spiega il chimico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) Matteo Guidotti.

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Oltre alla prevenzione viene inserita anche la lista di sostanze che si possono autoprodurre nel sito, come successe ad Icmesa. “Paradossalmente con la prima versione Seveso avremmo avuto lo stesso la tragedia, perché la diossina si era autogenerata. Ora, anche grazie alla terza versione del 2012, abbiamo reso la chimica più sicura per tutti”, conclude Galatola. Ma se le direttive oggi proteggono il futuro dell'Europa, il suolo di Seveso restituisce l'ultimo dilemma: la chimica è davvero diventata più sicura, o abbiamo solo imparato a normare la nostra convivenza con il pericolo?

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