
L'antropologo Remotti: "Nessuna comunità è innocente"



7 agosto 2026
Per l’omicidio di Fabrizio “Diabolik” Piscitelli non c’è un mandante, non c’è un movente e adesso anche l’esecutore è incerto. Anche se ci sono “elementi fortemente suggestivi”, la responsabilità di Raul Esteban Calderon, all’anagrafe Gustavo Alejandro Musumeci, “deve ritenersi non pienamente dimostrata, al di là di ogni ragionevole dubbio”. Così la Corte d’assise d’appello di Roma spiega l’assoluzione dell’unico imputato nel processo per l’omicidio del capo ultras della Lazio, figura chiave della criminalità organizzata romana, avvenuto sette anni fa, il 7 agosto 2019, nel parco degli Acquedotti.
Le motivazioni della sentenza – depositate il 16 luglio scorso – mettono in fila le incongruenze della ricostruzione fatta dai giudici nel processo di primo grado, quando Musumeci era stato condannato all’ergastolo, e mostrano alcuni angoli bui su cui deve essere fatta luce. “La corte ha dato ragione a quella che era stata sin dal principio la nostra convinzione, tanto he avevamo definito scandalosa la condanna in primo grado, basata su congiutture e tesi senza una conferma probatoria”, afferma l’avvocato Eleonora Nicla Moiraghi che, insieme a Giandomenico Caiazza, assiste Musumeci.
Non sono attendibili le accuse di Rina Bussone, compagna dell’imputato. Dalle immagini della videosorveglianza non si può dire con certezza che l’uomo ripreso dalle telecamere sia lui. Non c’è neanche certezza su quale sia stata l’arma utilizzata per uccidere Fabrizio Piscitelli, su quale sia il movente e su chi sia il mandante dell’esecuzione di Diabolik. “Pertanto, in assenza di sicuri e univoci elementi di prova, l’imputato deve essere assolto per non aver commesso il fatto”, scrivono i magistrati.
"Diabolik": dopo l'omicidio, le inchieste rivelano i suoi affari sporchi
Il 7 agosto 2019, verso le 19, Fabrizio Piscitelli e il suo autista sono arrivati al Parco degli Acquedotti. Il capo ultras, leader incontrastato degli Irriducibili della curva Nord, aveva un appuntamento con qualcuno. Mentre aspettava seduto su una panchina, un uomo in tenuta da runner si è avvicinato di corsa, gli ha sparato un solo colpo alla testa e si è allontanato di corsa. Piscitelli è morto sul colpo. Da allora la Squadra mobile della Questura di Roma, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, si è messa al lavoro. Nel frattempo, pochi mesi dopo, una serie di operazioni hanno rivelato il coinvolgimento di Diabolik negli affari illeciti della criminalità organizzata.
Chi ha ucciso Fabrizio Piscitelli? Il 17 dicembre 2021, con l’arresto di Raul Esteban Calderon, è arrivata una prima ipotesi ufficiale, suffragata dai giudici della Corte d’assise di Roma con la sentenza del 25 marzo 2025, quando l’uomo è stato condannato all'ergastolo per omicidio e per detenzione e porto illegale d'armi, escludendo però l'aggravante del metodo mafioso, che era stata invece chiesta dalla Dda di Roma e dalla famiglia della vittima.
Il verdetto di primo grado si fondava su tre elementi principali: le dichiarazioni di Bussone, ex compagna di Calderon ed ex collaboratrice di giustizia, che riferiva di una confessione fattale dall'uomo; una consulenza balistica sul bossolo trovato accanto al corpo di Piscitelli; e una consulenza antropometrica (cioè legata alla misurazione del corpo) che metteva a confronto il fisico di Calderon con quello del killer ripreso da una telecamera privata.
La Corte d'appello ha smontato uno per uno questi tre pilastri. Sulle dichiarazioni di Bussone, gli stessi giudici di primo grado avevano già rilevato che la sua credibilità ne usciva “irrimediabilmente minata” per le numerose contraddizioni tra il racconto reso in dibattimento e quello reso al pubblico ministero nel dicembre 2021, prima dell'arresto di Calderon/Musumeci. La donna non aveva ricevuto una vera confessione, ma ha riferito di essere arrivata al convincimento che Calderon fosse l'autore dell'omicidio attraverso deduzioni proprie: la sparizione di una pistola, sottratta a un gioielliere nel corso di una rapina, e la disponibilità di somme di denaro mai però effettivamente dimostrata.
Sul fronte balistico, non ci sono corrispondenze sufficienti a stabilire quale sia stata l’arma utilizzata. Il terzo pilastro, la consulenza antropometrica, viene giudicato privo di “piena validità scientifica” per vari motivi: manca la telecamera originale della ripresa ed è quindi impossibile conoscere alcuni parametri, come la lunghezza focale, utili alle misurazioni; il video è di scarsa qualità e per migliorarne la visione è stato modificato, e altro ancora. Per questo, secondo la Corte, le misure non attendibili al livello di certezza richiesto in un processo penale.
"Nonostante il notevole impegno profuso nell'attività investigativa (...), non emergono, in concreto, diretti, univoci e sicuri elementi di prova a carico dell'imputato”Corte di assise di appello di Roma
Il passaggio più critico delle motivazioni riguarda però l'impostazione stessa della sentenza di primo grado. I giudici d'appello rilevano che "gran parte della sentenza impugnata è incentrata, al di fuori del perimetro dell'imputazione, sulla individuazione dei possibili mandanti e, quindi, sul possibile movente dell'omicidio di Piscitelli Fabrizio". In altre parole: pur essendo Calderon l'unico imputato, la sentenza di primo grado dedica ampio spazio a ricostruire il presunto contesto criminale dell'omicidio, chiamando in causa figure – Alessandro Capriotti, Leandro Bennato, Giuseppe Molisso – che non sono mai state processate per questo fatto.
Le ipotesi legate a Capriotti, indicato come possibile mandante sulla base delle intercettazioni di alcuni criminali, per i giudici sono “mere supposizioni” e anche di “mere congetture o deduzioni”, anche “se può ritenersi ragionevolmente accertato che il Capriotti avesse dei motivi di risentimento contro il Piscitelli”.
Si legge ancora nella sentenza che “non riscontrate in nessun modo sono le ulteriori supposizioni circa l'agguato teso dal Capriotti e, ancora più, circa il coinvolgimento, in tale episodio criminoso, degli effettivi mandanti, individuati nel Bennato e nel Molisso”, altri due rivali e concorrenti di Piscitelli.
I giudici sembrano dare valore ad alcune intercettazioni da cui risulterebbe invece che il killer assoldato per uccidere Diabolik sia un uomo albanese.
In definitiva, si legge nelle motivazioni, “nonostante il notevole impegno profuso nell'attività investigativa, dall'ampia e approfondita istruzione dibattimentale, connotata peraltro da continue richieste di acquisizione di atti integrativi di indagine, tuttavia significative dell'intrinseca debolezza dell'iniziale quadro probatorio, non emergono, in concreto, diretti, univoci e sicuri elementi di prova a carico dell'imputato”.
Allo stesso tempo “non emerge, con certezza, l’effettivo movente dell'omicidio”, che potrebbero essere diversi, “tenuto conto anche della figura del Piscitelli, inserito in contesti criminali di elevata pericolosità”, cresciuto sotto l'egida del boss della camorra romana, Michele Senese: Rina Bussone “fa riferimento a un movente di tipo personale riconducibile al Bennato”; un criminale ed ex capo ultras dei Fedayn della Roma, Raffaele Purpo, “individua il movente nel contrasto esistente con il Capriotti”; un altro, Bardhi Petrit, “estende il movente a contrasti tra gruppi criminali contrapposti per il controllo sul territorio”; altri ancora “fanno riferimento al mancato sostentamento economico da parte del Piscitelli ai detenuti e ad altro soggetto ‘M’, individuato dagli investigatori in Michele Senese, che avrebbe dato l'autorizzazione a commettere il delitto”. Insomma, molte ipotesi resterebbero aperte.
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“È una sentenza eccessivamente superficiale. È chiaro che è un procedimento indiziario, in cui non c’è una prova, la pistola fumante, ma ci sono indizi che possono portare alla pronuncia di colpevolezza. In primo grado, la corte di assise aveva scritto una motivazione di quasi 450 pagine contro 29 dell’appello”Tiziana Siano - Avvocato di parte civile
Con questa sentenza, i giudici hanno ordinato la scarcerazione di Calderon/Musumeci, “se non detenuto per altra causa”, ma l’argentino è stato condannato – non ancora in via definitiva – per un altro omicidio molto simile, quello di Selavdi Shehaj a Torvaianica (a confermare la pena contro di lui e Molisso è stata la stessa corte d'appello), e il tentato omicidio dei fratelli Costantino. Risulta poi coinvolto in un’inchiesta antidroga sugli affari di Molisso e Leandro Bennato.
La procura di Roma, che nel frattempo ha riaperto l’indagine sui mandanti, sta lavorando al ricorso in Cassazione e così anche l’avvocato Tiziana Siano, che assiste la sorella e la madre di Fabrizio Piscitelli. Quella della corte di assise d’appello “è una sentenza eccessivamente superficiale – dichiara l’avvocato Siano –. È chiaro che è un procedimento indiziario, in cui non c’è una prova, la pistola fumante, ma ci sono indizi che possono portare alla pronuncia di colpevolezza. In primo grado, la corte di assise aveva scritto una motivazione di quasi 450 pagine contro 29 dell’appello: il materiale probatorio era tanto e non è stato adeguatamente approfondito”.
“La madre e la sorella si sono poste con estrema fiducia nei confronti della legge – prosegue l’avvocato Siano, ricordando anche che avevano chiesto fosse riconosciuta l’aggravante mafiosa –. La paura di non avere giustizia è tanta, ma sono ancora fiduciose perché hanno visto la grande attività fatta. Questo omicidio, definito come mafioso sin dal primo giorno, non può rimanere senza colpevoli”.
Se non si dovesse arrivare alla definizione di killer e mandanti, “allora si dovrà rivedere tutta la ricostruzione fatta su Piscitelli, anche perché a livello giudiziario nessuno ha mai affermato appartenesse a un clan o fosse un narcotrafficante. Si tratta di ipotesi mai vagliate dai tribunali”.
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