
Lo smartphone ci isola e ruba la capacità di stare soli



25 settembre 2026
Ci sono numeri che raccontano una direzione, come è quello delle persone detenute presenti nelle carceri italiane. A quattro anni di distanza da quando è entrato in carica il governo guidato da Giorgia Meloni, attraverso i dati del sistema penitenziario è possibile tirare le somme di un approccio capace di avvicinarlo al baratro che si dovrebbe evitare.
IIn questi giorni abbiamo con ogni probabilità superato quota 66 mila presenze, con un’estate che ha dato un’accelerata impressionante a questi numeri. Al 31 luglio in carcere c’erano 64.793 persone, al 19 settembre (ultima data in cui sono state aggiornate le statistiche del ministero della Giustizia) invece ve ne erano 65.933. Quindi 1.140 in più in poco meno di due mesi, con una crescita esponenziale ad agosto quando in un mese le presenze erano crescite di 868 unità. La capienza regolamentare è di 51.345 posti, ma quelli realmente disponibili sono appena 46.298. Il tasso di affollamento effettivo ha raggiunto così il 142,4 per cento. Non si tratta solamente di un numero altissimo, ma di un numero che ci riporta indietro.
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Il picco più alto mai raggiunto dalle carceri italiane fu di 68.258 persone detenute nella stagione che portò alla condanna dell'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu). Era il periodo tra il 2010 e il 2013, quello dell'emergenza sovraffollamento e dei trattamenti inumani o degradanti generalizzati che portarono la Corte di Strasburgo alla sentenza Torreggiani, con cui fu accertata la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea. Oggi stiamo spingendo il piede sull’acceleratore in quella stessa direzione.
E in alcune parti dell’Italia le cose vanno già molto male, come in Puglia, dove il tasso di affollamento medio ha raggiunto il 183,8 per cento, in Basilicata il 168,1, in Molise il 161,6 e in Lombardia il 160,2. In oltre 80 istituti sui 189 italiani si supera il 150 per cento. A Lucca si arriva al 251,4 per cento, a Milano San Vittore al 225,8, a Foggia al 224,2, a Latina al 215,6. Seguono Brescia Canton Mombello, Lodi, Altamura e Taranto, tutti oltre il 200 per cento.
In Puglia, dove il tasso di affollamento medio ha raggiunto il 183,8 per cento, in Basilicata il 168,1, in Molise il 161,6 e in Lombardia il 160,2
Ma c’è un altro dato che ben racconta l’emergenza in corso, quello dei bambini in carcere. A fine agosto erano 37, insieme alle loro 32 madri. Alla fine del 2024 erano 10. In meno di due anni sono quindi più che triplicati, complice la modifica normativa approvata nel 2025 con il decreto sicurezza, all’interno del quale era prevista l’eliminazione dell'obbligatorietà del differimento della pena prevista.
Anche in questo caso si tratta di un passo indietro che ci riporta a prima del Covid e agli anni della condanna della CEDU. In quel periodo i bambini erano sempre tra i 40 e i 50, dal 2020 in poi erano scesi, tanto da far pensare che questo potesse essere un problema del passato e, invece, anche in questo caso è tornata ad essere una questione del presente, che fa emergere con decisione anche i mancati finanziamenti alle case famiglia protette che, secondo la legge Siani, dovrebbero accogliere queste madri con i loro bambini.
Minori in carcere, il mandato è neutralizzarli
Nei giorni scorsi la commissione giustizia della Camera dei deputati ha promosso un'indagine conoscitiva sulle carceri, durante la quale diverse realtà saranno ascoltate. Nonostante del sistema penitenziario si sappia ormai molto, se questa indagine sarebbe utile se servisse a rendere evidenti anche ai decisori politici molte delle problematiche che lo affliggono, e ad agire di conseguenza. Soprattutto se partisse dai luoghi in cui la crisi è più evidente, come è ad esempio il carcere di Sollicciano, dove sette sezioni sono state poste sotto sequestro preventivo. E se, oltre al dove, approfondisse anche il come della vita quotidiana.
Nel primo semestre del 2026 i reati registrati sono stati 1.068.240, contro 1.186.268 nello stesso periodo del 2025: il 10 per cento in meno
Negli ultimi anni si è progressivamente affermata una gestione della pena nella quale per una parte significativa dei detenuti la permanenza in cella può arrivare fino a venti ore al giorno. Una scelta spesso giustificata con esigenze di sicurezza interna. Ma che, numeri alla mano (quelli di aggressioni, suicidi, atti di autolesionismo, proteste) sembra aver creato l’effetto opposto. Dovrebbe poi indagare, oltre al degrado, le cause e le responsabilità.
Il sovraffollamento penitenziario non è un evento improvviso e imprevedibile. E, a differenza di ciò che in molti pensano, non ha neanche un diretto collegamento con i tassi di criminalità. Del resto, durante l’estate, è stato lo stesso ministro dell'Interno Matteo Piantedosi a parlare di un'Italia che “si conferma come uno dei luoghi più sicuri al mondo”. Lo ha fatto presentando il consueto dossier di ferragosto del ministero dell'Interno.
Nel primo semestre del 2026 i reati registrati sono stati 1.068.240, contro 1.186.268 nello stesso periodo del 2025: il 10 per cento in meno
Nel primo semestre del 2026 i reati registrati sono stati 1.068.240, contro 1.186.268 nello stesso periodo del 2025: il 10 per cento in meno. Sono diminuiti gli omicidi volontari, passati da 163 a 138 (-15,3 per cento), i furti, da 493.975 a 437.800 (-11,4 per cento), le rapine, da 14.275 a 12.515 (-12,3 per cento), le violenze sessuali, da 3.384 a 3.142 (-7,1 per cento), e le truffe e frodi informatiche, da 152.012 a 137.529 (-9,5 per cento).
Negli anni delle stragi di mafia, ad inizio anni Novanta, gli omicidi in Italia erano oltre 1.000 ogni anno, oggi sono circa 300. E allora come si può spiegare questa crescita delle presenze in carcere? Per lo più in termini di risposta penale. Il governo Meloni, in particolare, dal 2022 ad oggi ha dimostrato di voler rispondere a qualsiasi fenomeno sociale e politico con nuovi reati e ad aumenti di pene. Il primo atto del suo governo fu il decreto anti-rave, accompagnato negli anni, solo per citarne alcuni, dal decreto Caivano, il decreto “anti-maranza”, due decreti sicurezza.
Negli anni delle stragi di mafia, ad inizio anni Novanta, gli omicidi in Italia erano oltre 1.000 ogni anno, oggi sono circa 300. E allora come si può spiegare questa crescita delle presenze in carcere?
Il numero di persone in carcere, infatti, non cresce soltanto se crescono i reati. Può aumentare anche perché cambiano le leggi, aumentano le fattispecie di reato, si innalzano le pene, si restringono le possibilità di accesso alle misure alternative e si interviene sull'area della detenzione cautelare. Ed è proprio ciò che è avvenuto in questi anni recenti. Del resto, per il governo, sarebbe un difficile equilibrio quello di raccontare un aumento dell’insicurezza, essendo questo uno dei temi fondativi. Ed infatti, guardando la serie ufficiale del Ministero/Sistan, dal 2022 quando è entrato in carica il governo Meloni al 2024, i reati denunciati in Italia sono aumentati del 5,53 per cento. Da ottobre 2022 a fine 2024, invece, le persone detenute sono andate aumentando di oltre il 12 per cento.
I diritti dei detenuti sono stati violati 30mila volte in 7 anni
Il carcere, in poche parole, è diventato il luogo nel quale si sono accumulate, una dopo l'altra, le conseguenze di politiche dell'idea che a ogni problema sociale debba rispondere una nuova norma penale.
Il record di 68.258 non è più un ricordo lontano, ma appare una soglia che, senza interventi immediati, rischia di tornare presto davanti a noi
Un approccio che, mentre ci sarebbe bisogno di riforme che possano alleggerire il sistema penitenziario, prosegue anche in vista di questo autunno elettorale. Prima dell'estate governo e maggioranza hanno continuato a presentare proposte che rischiano di aumentare ulteriormente la pressione sul sistema penitenziario: due sulla legittima difesa e un nuovo decreto sicurezza.
Oggi siamo a 66mila persone presenti. Il record di 68.258 non è più un ricordo lontano, ma appare una soglia che, senza interventi immediati, rischia di tornare presto davanti a noi. Chiunque si troverà a governare il Paese dopo le elezioni del 2027 rischia di ricevere in eredità un sistema penitenziario in condizioni drammatiche. Ma il problema non appartiene al prossimo governo. Appartiene a quello di oggi.
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