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26 giugno 2026
Nei giorni scorsi il tribunale di Firenze ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano. Si tratta di una notizia importante perché non era mai era accaduto nulla di simile, nonostante le condizioni in cui versano molti luoghi di detenzione. La vicenda del carcere di Sollicciano, a Firenze, è stata raccontata soprattutto come una storia di degrado. In effetti, da anni l’istituto rappresenta una delle immagini più evidenti delle difficoltà del sistema penitenziario italiano: strutture vecchie, spazi inadeguati, problemi di manutenzione, condizioni di vita che mettono a dura prova chi dentro quelle mura vive e lavora.
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Nelle sue ripetute visite Antigone – ma anche molti soggetti e organizzazioni che si occupavano a vario titolo del carcere – aveva denunciato uno stato delle strutture fortemente compromesso con muffe, infiltrazioni, sezioni infestate da cimici. Nel marzo 2025, dopo una visita congiunta con Magistratura democratica, le due organizzazioni si erano appellate al presiden della Regione Toscana e al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, chiedendo la chiusura. Un appello reiterato caduto nel vuoto, fino alla decisione del tribunale del capoluogo toscano.
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C’è un aspetto che merita di essere osservato più attentamente: per decidere la chiusura di una parte consistente del carcere non è stata utilizzata una normativa penitenziaria, né un provvedimento legato all’organizzazione dell’esecuzione della pena. Si è fatto ricorso alle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Per decidere la chiusura di una parte consistente del carcere si è fatto ricorso alle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro
Già due anni e mezzo fa, in un altro articolo di questa rubrica, avevamo raccontato di come il destino delle persone detenute e degli agenti penitenziari fosse inevitabilmente intrecciato. In un luogo chiuso, dove la convivenza è quotidiana, è difficile che non sia così. La procura di Firenze sottolinea con forza proprio questo elemento. Un carcere degradato non è soltanto un luogo dove vengono compromessi i diritti delle persone detenute, ma è anche un luogo di lavoro che mette a rischio chi ogni giorno vi presta servizio: agenti di polizia penitenziaria, personale sanitario, educatori, operatori amministrativi.
Un carcere degradato non è solo un luogo dove vengono compromessi i diritti delle persone detenute, ma anche un luogo di lavoro che mette a rischio chi vi presta servizio
Il carcere non è un ambiente diviso in due mondi separati – da una parte i detenuti e dall’altra chi controlla – ma un sistema in cui le condizioni di vita e di lavoro si influenzano continuamente. Quando peggiora la vita delle persone detenute, peggiora anche quella di chi lavora all’interno degli istituti. E viceversa. È un dato che molte volte si perde dentro una narrazione pubblica che tende a mettere gli uni contro gli altri: da una parte i detenuti, descritti come un problema di sicurezza, e dall’altra gli agenti, raccontati come vittime di un sistema che li lascia soli. Una contrapposizione che non aiuta a leggere la realtà delle carceri. La sicurezza dentro un istituto penitenziario non può essere costruita contro qualcuno. Deve essere costruita per tutti.
I dati degli ultimi anni lo mostrano con chiarezza. Quando le condizioni interne peggiorano aumentano le tensioni, gli episodi critici, i momenti di conflitto. E questi non riguardano soltanto la popolazione detenuta, coinvolgono anche il personale penitenziario. Nel recente rapporto sulle condizioni di detenzione Tutto Chiuso, pubblicato il mese scorso da Antigone, questa realtà era fotografata con chiarezza.
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Negli ultimi anni si è assistito a vari interventi che hanno portato a una chiusura del sistema penitenziario, interna e verso l’esterno. Provvedimenti varati per rispondere a presunte necessità di sicurezza, che hanno invece finito per produrre effetti opposti. Meno spazio, meno possibilità di gestione, più persone concentrate, meno attività e meno opportunità di trascorrere il tempo fuori dalle celle, significano una maggiore pressione quotidiana.
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Nel 2024 le aggressioni nei confronti del personale di polizia penitenziaria sono state 2.154, diventate 2.423 nel 2025, con un aumento del 12,4 per cento
E la pressione, in carcere, genera conflitto. Nel 2024 le aggressioni nei confronti del personale di polizia penitenziaria sono state 2.154, diventate 2.423 nel 2025, con un aumento del 12,4 per cento. Rispetto al 2021, le aggressioni nel 2025 tra persone detenute sono quasi raddoppiate, passando da 3.356 a 5.812, con un incremento del 73 per cento. Aggressioni e eventi critici non possono essere letti soltanto come problemi individuali o come conseguenze del comportamento di singole persone, ma spesso sono il risultato di un ambiente che non funziona nel suo complesso. Per questo parlare di sicurezza significa anche parlare di diritti, organizzazione, spazi e qualità della vita.
Il caso Sollicciano rende evidente due contraddizioni. La prima, laddove il carcere viene spesso immaginato come un luogo separato dalla società, dove applicare una logica esclusivamente custodiale. Ma proprio quando si tenta di chiuderlo fuori dal dibattito pubblico, i suoi problemi tornano a emergere sotto forma di emergenze. La sicurezza sul lavoro applicata al carcere ci ricorda una cosa semplice: una prigione non smette di essere un luogo di lavoro perché è un luogo di pena. E chi ci vive o ci lavora non dovrebbe essere costretto ad adattarsi a condizioni che nessun altro ambiente professionale riterrebbe accettabili.
Quando le condizioni interne peggiorano aumentano tensioni, episodi critici e momenti di conflitto. E non riguardano solo i detenuti, ma anche il personale penitenziario
La seconda contraddizione è riferita proprio a questa sovrapposizione tra luogo di lavoro e luogo di pena. Il fatto che la chiusura del carcere sia stata decisa, come si legge nel comunicato della procura, per il mancato rispetto della legge 81/2008 (Testo unico sulla sicurezza sul lavoro) pone una questione ulteriore: si può non segnalare il fatto che un luogo in cui lavoratore non può lavorare può essere un luogo in cui un detenuto può vivere?
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Viene da chiedersi dunque se la legislazione che tutela le persone detenute sia carente rispetto a quella che tutela i lavoratori. E come sia possibile che un luogo dove le persone possono vivere, mangiare, dormire, curarsi, sia un luogo dove altri non possono nemmeno lavorare. Questa contraddizione – che non riguarda la pronuncia del tribunale – dovrebbe interrogare il modo in cui immaginiamo il carcere.
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Perché, se è vero che la detenzione comporta una limitazione della libertà personale, non può comportare una sospensione degli standard minimi di dignità e sicurezza. Né per chi è privato della libertà, né per chi ogni giorno entra in quegli spazi per svolgere il proprio lavoro. Il problema, allora, non è scegliere se tutelare le persone detenute o gli operatori penitenziari, è riconoscere che le due dimensioni sono inseparabili.
Se è vero che la detenzione comporta una limitazione della libertà personale, non può comportare una sospensione degli standard minimi di dignità e sicurezza
Un carcere insicuro per chi ci lavora inevitabilmente sarà un carcere insicuro anche per chi ci vive. La sicurezza non può essere costruita aumentando la distanza tra detenuti e agenti, né trasformando il conflitto in una contrapposizione permanente. Può esistere solo dentro un sistema che garantisca condizioni adeguate, spazi vivibili e rispetto delle regole che valgono per tutti.
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In tal senso, Sollicciano non è solo il nome di un carcere problematico, è la dimostrazione di un principio più generale: quando un luogo pensato per custodire le persone diventa incapace di tutelarle, la prima cosa a venire meno è proprio quella sicurezza che dovrebbe garantire.
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