
"Ragazzi, distinguete il bene dal male, perché il conto da pagare è alto"



2 ottobre 2026
La scorsa settimana, nel corso di una lezione di diritto nell’istituto in cui insegno, una scuola superiore di secondo grado, parlando di cittadinanza, Jamal interviene: “Prof, ma ha sentito che vogliono limitare la presenza di bambini, ragazzi e ragazze straniere nelle classi e vogliono vietare di far indossare niqab e il burqa alle ragazze musulmane?”. Fa riferimento alle dichiarazioni rese da Giorgia Meloni il 20 settembre dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale. In quel giorno la premier annunciava un decreto per porre un tetto agli studenti stranieri in classe. Alcuni dei compagni di classe non erano a conoscenza del provvedimento in lavorazione in Consiglio dei ministri, ma la necessità di Jamal di discutere del tema è sintomatica di un fatto: i ragazzi e le ragazze sono consapevoli che quanto viene deciso dagli adulti ricade sulle loro vite. Jamal non comprende il motivo per il quale dovrebbe passare un provvedimento del genere e chiosa:“Se avessi un compagno che non parla italiano lo aiuterei: è questo ciò che fanno gli amici e i compagni tra di loro”.
Uscire insieme dalle scuole-ghetto
Chi lavora a scuola sa quanto sia articolata la realtà di una classe e quanto la differenza di storie e sguardi sia materia stessa dell’educazione. Fa parte della quotidianità e, quando ci troviamo in difficoltà di fronte alla diversità o a domande scomode, bisogna capire come fornire gli strumenti per generare consapevolezza all’interno dell’aula. L’obiettivo è costruire insieme delle cassette degli attrezzi per indagare la complessità della realtà, in particolar modo, per non rimanere preda di strumentalizzazioni propagandistiche, che ci chiudono nelle nostre verità assolute, luogo in cui si sedimentano pregiudizi e stereotipi difficili da abbattere. Le condizioni materiali si costruiscono a partire da ciò che accade realmente nelle vite delle persone. Parlare di una legge ingiusta o discutere sul rapporto con chi viene considerato diverso, o non “normale” sono fondamentali per cambiare punti di vista e abbattere i nostri pregiudizi. Ad esempio, un corso di italiano serve se va incontro alle necessità delle persone e chi ne ha bisogno può frequentarlo; una famiglia può partecipare alla vita della scuola se trova tempi e modi che glielo permettano; un insegnante può lavorare sulla diversità linguistica se ha formazione e risorse. Ascoltare significa comprendere come superare un ostacolo e non chiedere sempre alle persone di adattarsi.
I docenti non possono far finta di niente e non considerare che la realtà che circonda gli studenti pone determinati ostacoli, arrivando nei casi più gravi a provocare l’abbandono scolastico o non avere la possibilità di frequentare ripetizioni pomeridiane qualora ci fossero dei problemi nello studio. Spesso, invece, si riduce la difficoltà, allo scarso impegno o alla poca voglia del singolo, senza indagare o provare a conoscere più in profondità le vite di chi ci troviamo di fronte ogni mattina.
Si parla poco con gli studenti e, anche tra colleghi, del tema dell’antirazzismo e del razzismo, lasciato ai margini delle discussioni scolastiche. Il nostro paese ha ancora molta strada da fare a riguardo, così come contro l’abilismo e per le questioni di genere. La scuola non è esente da episodi di razzismo e questo vale per tutti gli ordini e gradi. Per evitare che certi pregiudizi trovino forza e si sedimentino è molto importante educare e apprendere dalle differenze, mettere al centro il pluralismo, la cura e le esperienze di vita che ci permettono di sviluppare uno sguardo critico ed empatico. Infatti educare e apprendere dalle differenze costruendo una relazione didattica che pone al centro l’inclusione e l’uguaglianza è una pratica fondamentale per costruire una cittadinanza attiva, formale e sostanziale allo stesso tempo.
Nelle periferie italiane operano comunità educanti in cerca di un futuro diverso
Da insegnante sento la necessità di prendere una posizione netta al fine di tutelare i tantissimi studenti con background migratorio a cui insegno che la democrazia, l’uguaglianza e la giustizia rappresentano la condizione necessaria per vivere liberi e aspirare a diventare ciò che essi desiderano.
Spesso mi sono reso conto che, quando introduciamo argomenti come la cittadinanza italiana o chiedo se qualcuno sappia cosa sia la Costituzione, sono sempre le studentesse in generale, o gli studenti e le studentesse con background migratorio, ad esporsi e a raccontare ciò che sanno, spesso proprio grazie alla loro esperienza quotidiana, perché penalizzati dal non essere riconosciuti dallo Stato italiano, sebbene molti di loro siano nati in Italia, come cittadini. Mi immagino che i loro genitori gli abbiano parlato dell’importanza di rispettare le regole, e allo stesso tempo, di questi argomenti e trasmesso queste conoscenze poiché quando si frequenta un corso in lingua italiana, per acquisire la certificazione B2 (uno dei requisiti obbligatori per “acquistare“ la cittadinanza), spesso viene studiata la Costituzione e i suoi principi fondamentali. Rimango felicemente soddisfatto delle loro conoscenze e dalle loro risposte – spesso gli studenti italiani non sanno cosa sia la Costituzione o la cittadinanza – ma allo stesso tempo mi domando: “Quanto servirebbe un’educazione alla politica e alla partecipazione democratica per tutti e per tutte le giovani?” Di certo farebbe bene anche agli adulti, sorrido e continuiamo a riflettere sulla realtà che ci circonda.
“La scuola rappresenta la principale leva di integrazione e deve essere in grado di creare legami, non ghetti; la cultura è uno strumento che rende liberi da sudditanza e oppressione”Sergio Mattarella
La responsabilità che deriva dalla professione di insegnante è troppo grande per non difendere il progetto costituzionale, che vede nella scuola uno spazio di democrazia e inclusione, come ha ricordato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice: “La scuola rappresenta la principale leva di integrazione e deve essere in grado di creare legami, non ghetti; la cultura è uno strumento che rende liberi da sudditanza e oppressione”. Da insegnante credo che la scuola abbia tutto il potenziale per rappresentare uno spazio in cui si pratica la democrazia e la libertà, dove i corpi e le voci di tutti i protagonisti della relazione didattica contano. Invece la scuola è considerata dal governo uno dei terreni ideologici principali per calare dall’alto nell’opinione pubblica la sua agenda identitaria.
Sin dall'inizio della legislatura il governo Meloni ha messo le mani sulla scuola: per prima cosa ha modificato la denominazione del ministero, introducendo il merito che ha finito per ampliare le diseguaglianze. E ancora: è stata introdotta una nuova normativa per disciplinare la valutazione del voto in condotta. Per quanto riguarda la classe docente, anziché aumentare gli stipendi, si punta sull’introduzione di benefits privati, come da ultimo l'assicurazione sanitaria privata per il personale scolastico.
Il definanziamento della scuola pubblica è una costante degli ultimi trent’anni, ma l’accelerazione data in questi ultimi cinque anni è importante e vistosa. Ancora più pesante è stata l’introduzione, dall’anno scolastico 2024/2025, dei nuovi corsi abilitanti da 30 - 36 - 60 crediti formativi (cfu, erogati soprattutto dalle università private) destinati ai docenti poiché il concorso pubblico non abilita più. Potremmo andare ancora avanti.
L’evento che ha posto la scuola nell’occhio del ciclone è l’accoltellamento di una professoressa da parte di uno studente tredicenne italiano, avvenuto all’Istituto Giovanni Verga, in zona Centocelle, e sventato da uno studente di origini congolesi. Il governo ha subito strumentalizzato l’accaduto, in seguito alle dichiarazioni della stessa docente, la quale si è detta vicina alle tesi sulla remigrazione. Infatti il governo ha focalizzato l'attenzione non tanto sulla fragilità psicologica dei giovani, sulla sicurezza degli insegnanti o sui pericoli legati alle sfide e all'emulazione online, quanto sul tema della forte presenza di studenti stranieri e sul modello di integrazione nelle classi "multietniche" italiane. Gli studenti e le studentesse, come le famiglie di questi ultimi, vengono rappresentati come i principali responsabili della marginalizzazione dei veri studenti italiani divenuti, recuperando le esternazioni di Meloni, “una minoranza”.
La scuola italiana ha problemi sistemici mai presi di petto: dall’edilizia scolastica, alle questioni lavorative fino all’accorpamento di istituti che mette a rischio il diritto all’istruzione in zone periferiche non considerate produttive. Scaricare la colpa su un problema reale come il numero di studenti per classe – a prescindere che si sia italiani, italiani senza cittadinanza o cittadini stranieri – è diventato un alibi che ricade sulla pelle di chi ha il diritto di pretendere dallo Stato pari opportunità: gli studenti e le studentesse. Il problema della scuola italiana non sono gli “stranieri”. Anche perché, a parte gli alunni arrivati durante l'anno scolastico o con difficoltà linguistiche – che richiederebbero un potenziamento, ma rappresentano una minoranza, dato che le classi oltre il tetto del 30 per cento sono appena lo 0,6 per cento del totale, la maggior parte dei cosiddetti “stranieri” risiede in Italia da tempo o vi è addirittura nata, pur non avendo ancora lo status di cittadino.
Parlare di stranieri non è altro che una mossa politica che tende a porre una linea di demarcazione tra chi sta dentro il confine dell’italianità e chi no. Dunque le parole del ministro Giuseppe Valditara e di Meloni sono indirizzate a chi crede che il problema della mancanza di lavoro e di servizi pubblici dipenda dalla presenza di persone straniere. Ed è palese che ciò rappresenta una mossa politica per ottenere consensi e spostarsi ancora più a destra nell’arco politico, ad un anno dalle elezioni.
Che fine faranno gli istituti tecnici con la riforma Valditara?
Da questo punto di vista occorre analizzare la categoria verso cui questo provvedimento si indirizza. Nel caso del provvedimento delineato dal governo Meloni, nella categoria di “straniero” sono rientrati tutti coloro che non posseggono “origini di sangue italiane” inserendo all’interno di questo calderone anche chi ha un background migratorio, ma che è nato qui in Italia.
Detto ciò, occorre riflettere sulle esperienze di docenza quotidiane per capire se il diritto all’istruzione sia garantito a tutti e a tutte e se le pari opportunità e possibilità siano effettivamente tutelate come previsto dagli articoli 3 e 34 della Costituzione.
La scuola dovrebbe essere intesa, sia dagli addetti ai lavori sia da coloro che non la vivono ogni giorno, come un luogo del riconoscimento, della multiculturalità e dell’inclusività. Anche se le classi sono sempre più multiculturali, il sistema fatica a essere inclusivo e penalizza chi non ha lo status giuridico di cittadino. Questa disuguaglianza si vede già alle scuole medie: l'orientamento scolastico alla fine del primo ciclo finisce spesso per confermare la situazione economica e sociale di partenza dei ragazzi e i contesti in cui sono immersi quotidianamente.
L’impegno dei singoli insegnanti non basta a creare una scuola veramente inclusiva. Lo Stato dovrebbe investire seriamente nell’istruzione per fornire i materiali scolastici che spesso mancano all'interno delle scuole, avvalersi di mediatori linguistici – che già esistono, ma dovrebbero essere presenti in ogni istituto di ogni ordine e grado – e, infine, aprirsi ad accogliere nelle programmazioni ministeriali saperi altri dal canone puramente occidentale, includendo la prospettiva storica della Global History, introducendo in letteratura scrittori e poeti di altre provenienze e pensieri filosofici di contesti non europei. Portare voci, racconti e rappresentazioni di altre culture aprirebbe alla possibilità di venire a contatto con la differenza riconoscendola non come un ostacolo, ma come una risorsa fondamentale per la crescita collettiva.
Le sfide dell'educazione civica in Italia ai tempi del ministro Valditara
In classe è fondamentale iniziare la lezione partendo dai dati per raccontare la situazione della scuola italiana in tema di inclusione, poiché ci permette di calarci nel tessuto sociale e nella complessità della realtà. Il dato relativo alla presenza di alunni e alunne con cittadinanza non italiana – 930mila persone – ha un impatto maggiore sugli studenti, se consideriamo che questo dato è pari all’11,2 per cento degli iscritti nelle scuole del paese e che il 65 per cento di questi è nata in Italia (2 studenti su 3), ma potranno avere la cittadinanza solo a 18 anni se uno dei loro genitori non l’ottiene prima. La legge sulla cittadinanza, varata nel 1992 e mai riformata in termini inclusivi verso i “nuovi italiani”, viene vista dagli studenti come un limite all’effettiva inclusione. La necessità di stimolare il dibattito sull’importanza di creare una scuola antirazzista è essenziale perché la differenza non può trasformarsi in marginalizzazione o in politiche assimilazioniste di sdradicamento delle proprie origini.
"Il fenomeno del white flight, letteralmente la fuga dei bianchi, mi preoccupa molto: c'è a livello mondiale ma riguarda anche l'Italia"Giuseppe Valditara - Ministro dell'Istruzione e del Merito
Uno dei discorsi più diffusi nella scuola è che l’inclusività penalizza le eccellenze. Oggi in Italia sono in molti a criticare l’idea di scuola inclusiva, aperta agli alunni neurodivergenti o con disabilità, agli studenti migranti di ogni età o a coloro che non parlano la lingua italiana. Un scuola, per i detrattori, che tratterebbe l’apprendimento al ribasso, penalizzando i migliori per stare dietro ai più fragili o marginalizzando i bianchi rischiandone una loro fuga, come ha affermato Valditara: "Il fenomeno del white flight, letteralmente la fuga dei bianchi, mi preoccupa molto: c'è a livello mondiale ma riguarda anche l'Italia". In questo caso la categoria razziale utilizzata dal ministro non possiamo considerarla semplicemente una parola usata a caso, ma è sintomatica di un’idea di presunta italianità da proteggere e preservare.
Vi sono inoltre altre due questioni da tenere a mente; una riguarda la ghettizzazione di interi quartieri e l’altra si riferisce all’utilizzo della lingua italiana. La “fuga dei bianchi”, ovvero il fatto che gli studenti italiani lascino le classi con troppi stranieri, è dovuta, spesso, al fatto che interi quartieri si vedono progressivamente spogliati dei servizi pubblici, soprattutto in quelle zone con alto tasso di persone migranti, perché diventate economicamente “meno profittevoli”, e non è provocata dalla semplice presenza in classe di persone “non italiane”. Inoltre il ministro sostiene che se i bambini a casa parlano un’altra lingua diversa dall’italiano, allora dimenticano quello che hanno fatto a scuola: questa esternazione contraddice tutte le teorie psicologiche sull’apprendimento cognitivo che affermano la capacità plastica del cervello umano di apprendere in maniera contemporanea più idiomi nelle diverse situazioni in cui si trovano a interagire. Ed è chiaro che la ricchezza culturale e linguistica rappresenta un problema per questo governo.
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