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7 ottobre 2026
Sono sostanze dannose per l’uomo e per l’ambiente, alcune cancerogene, mutagene e tossiche, ma sono considerate “essenziali per l’autonomia strategica, la sicurezza economica e la resilienza industriale dell’Europa”. Così, la Critical chemicals alliance, forum promosso dalla Commissione europea e composto principalmente da rappresentanti delle aziende, si appresta a proporre esenzioni, deroghe e sussidi per 49 composti chimici “critici”, secondo le raccomandazioni che lavialibera ha potuto consultare in anteprima.
La lista comprende sostanze cancerogene, mutagene e tossiche, già sottoposte a bandi o restrizioni, e altre per le quali le limitazioni sono in fase di discussione, come il ptfe, della famiglia dei pfas
La lista comprende sostanze già sottoposte a bandi o restrizioni nell’Unione, come il benzene, il butadiene, gli ossidi di etilene e di propilene, classificati come cancerogeni e mutageni, e altre per le quali le limitazioni sono in fase di discussione, come il politetrafluoroetilene (ptfe, comunemente noto come Teflon, appartenente alla famiglia dei pfas) e polivinilcloruro (pvc).
“Il concetto di criticità rischia di diventare uno scudo per mantenere la vecchia produzione e una scappatoia per indebolire proprio quelle politiche volte a guidare la transizione – dice Tatiana Santos dell’European environmental bureau (Eeb), la principale rete europea di ong ambientaliste, che ha deciso di lasciare la Critical chemicals alliance non condividendone le posizioni –. Non possiamo più sostenere un processo che ha sistematicamente messo in secondo piano l’interesse pubblico”.
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La Critical chemicals alliance (Cca, “alleanza per le sostanze chimiche critiche”) è stata istituita dalla Commissione di Ursula von der Leyen nel luglio del 2025 per “supportare il settore chimico” e “rafforzare la sua competitività”. Il forum riunisce ad oggi 300 membri, la maggior parte dei quali rappresenta il mondo dell’industria: 128 aziende, 89 associazioni di categoria. In netta minoranza le organizzazioni della società civile (11), le università e gli enti di ricerca (9), i sindacati e le associazioni di lavoratori (6).
Tra gli incarichi della Cca c’è quello di “identificare sostanze chimiche critiche (nel senso di "cruciale", ndr) per gli obiettivi strategici dell’Unione europea”. Lo scorso luglio, il gruppo di lavoro che se ne è occupato ha prodotto la sua relazione conclusiva, che sarà adottata durante l’assemblea generale dell’8 ottobre 2026 e che lavialibera ha ottenuto in anteprima. Il documento di 40 pagine definisce i criteri per identificare le sostanze chimiche “critiche”, ne stabilisce una lista e propone misure per sostenerne la produzione.
Un composto è considerato “critico” se la sua disponibilità dipende in larga parte dalle importazioni, se la filiera europea è in declino, se la sua produzione richiede molta energia, emette grandi quantità di CO2, è sottoposta a particolari vincoli normativi ed è considerata “essenziale” per altre produzioni o per “settori strategici”. Particolare enfasi è data a quello della “difesa e sicurezza”: già lo scorso gennaio avevamo raccontato i tentativi di introdurre e ampliare deroghe sugli inquinanti considerati necessari al riarmo, tra cui i pfas.
"Diversi dei 49 composti sono derivati del petrolio, più di tre quarti sono classificati come pericolosi dalla stessa normativa Ue e quasi il 90 per cento è soggetto a regole stringenti in materia di ambiente, salute e clima"European environmental bureau
L’European environmental bureau sottolinea il carattere paradossale di questo metodo: “Più la filiera produttiva consuma energia, emette CO2 ed è soggetta a regolamentazione, più rischia di essere considerata vulnerabile e quindi ‘critica’”. La combinazione di questi criteri ha portato a definire la lista delle 49 sostanze “critiche”. Diciannove di queste sono etichettate anche come “strategiche”, come richiesto formalmente da otto governi dell’Ue, tra cui quello italiano. “Diversi dei 49 composti sono derivati del petrolio, più di tre quarti sono classificati come pericolosi dalla stessa normativa Ue e quasi il 90 per cento è soggetto a regole stringenti in materia di ambiente, salute e clima”, continua l’ong.

Per queste sostanze, la Critical chemicals alliance propone la semplificazione delle procedure autorizzative, sgravi sui costi dell’energia, aiuti di Stato mirati, misure di difesa dalla concorrenza straniera e specifici “adeguamenti pragmatici” al sistema Ets, il principale strumento europeo di riduzione delle emissioni. La conseguenza, avverte Eeb, è “l’indebolimento di alcune delle principali misure europee di tutela della salute, dell’ambiente e del clima”.
Aziende e associazioni di categoria rappresentano insieme oltre il 70 per cento dei membri della Cca e le ong sono escluse dal comitato direttivo
L’esito è il riflesso degli equilibri e dei meccanismi decisionali all’interno della Critical chemicals alliance. Come detto in precedenza, aziende e associazioni di categoria rappresentano insieme oltre il 70 per cento dei membri, le organizzazioni della società civile impegnate nella tutela della salute e dell’ambiente solo il 4 per cento. Considerato che le votazioni avvengono a maggioranza semplice, a prevalere sono sempre gli interessi del mondo produttivo. Non solo: le ong sono state escluse dal comitato direttivo della Cca, composto da sei Stati membri, tra cui l’Italia, cinque rappresentanti dell’industria, due autorità regionali e due sindacati. A stabilire le regole del gioco è stata la Commissione europea che, come abbiamo raccontato nel numero Santa Marta aiutaci tu, dal 2024 ha aperto le porte alle lobby industriali, prevedendo vere e proprie corsie preferenziali per permettere loro di influire nella preparazione delle proposte politiche.
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Il gruppo di lavoro che ha prodotto le raccomandazioni sulle sostanze chimiche “critiche” è composto da 22 membri, di cui 11 rappresentanti delle aziende e 3 associazioni di categoria. L’unica “organizzazione non governativa” è l’European chemical regions network (Ecrn), che riunisce regioni e rappresentanti del mondo produttivo. “La composizione costituisce un gruppo equilibrato che rappresenta, nel modo più accurato possibile, la diversità e l’ampiezza dell’industria chimica europea”, si legge nei documenti di lavoro. Tra le aziende che siedono al tavolo c’è anche la multinazionale belga Syensqo, che lavora pfas, tra cui il ptfe considerato “critico”, e gestisce lo stabilimento di Spinetta Marengo (Alessandria), oggi al centro di un processo per disastro ambientale.
“Il risultato non sorprende affatto, visto che si permette agli interessi privati di influenzare la politica industriale e la spesa pubblica – conclude Tatiana Santos –. L’Ue non dovrebbe utilizzare denaro pubblico per consolidare una produzione che le sue stesse politiche mirano a eliminare gradualmente”.
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