Un fotogramma del discorso di Alok Sharma, presidente della Cop26
Un fotogramma del discorso di Alok Sharma, presidente della Cop26

Cop26, le decisioni prese e quello che manca

Il dietrofront di India e Cina sul carbone ha annacquato il patto climatico finale di Glasgow. Ma nel commentare i risultati è utile "superare la dicotomia successo-fallimento"

Redazione <br> lavialibera

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Italian climate network

Italian climate network

15 novembre 2021

“I am deeply sorry”: “Sono profondamente dispiaciuto”. A meno di 48 ore dalla chiusura della 26esima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico delle Nazioni unite (Onu), le parole di Alok Sharma sono divenute il simbolo degli accordi di Glasgow. Il presidente della Cop26 trattiene a stento le lacrime dopo il dietrofront di India e Cina che all’ultimo minuto hanno annacquato l’accordo finale trasformando l’eliminazione del carbone in una semplice riduzione del suo utilizzo (in gergo: da phase out a phase down). “Non è compito dell’Onu dare prescrizioni sulle fonti energetiche – è stato il duro commento del ministro dell’Ambiente indiano Bhupender Yadav –. I Paesi in via di sviluppo come l’India vogliono continuare il loro uso responsabile dei combustibili fossili”.

Lo scacco finale “ha dato una battuta d’arresto all’ambizione attesa da questa Cop e lascia liberi ancora per troppi anni Paesi come India e Cina di investire in tecnologie climalteranti”, commenta Marirosa Iannelli, capodelegazione di Italian climate network (Icn) ai negoziati di Glasgow. Che sottolinea però come nel commentare i risultati sia necessario “superare la dicotomia successo o fallimento perché è chiaro che i negoziati sono un processo incrementale. La Cop26 è stata la Cop più politica dopo Parigi (l’accordo del 2015 approvato nell’ambito della Cop21, ndr) che ha riportato al dialogo costruttivo i Paesi. Sono molti gli accordi bilaterali e multilaterali siglati che indicano un passo avanti anche se in alcune parti incompleti o in progressione, uno su tutti l’accordo lanciato da Usa e Unione europea sulle emissioni di metano”. Inoltre l’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature medie entro la fine del secolo al di sotto di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali – fissato a Parigi e tuttavia assente nelle decisioni almeno dalla Cop24 di Katowice del 2018 – “è rientrato nei testi negoziali a gran forza”.

Un fotogramma del videomessaggio del ministro degli Esteri di Tuvalu
Un fotogramma del videomessaggio del ministro degli Esteri di Tuvalu

Certo, chi si aspettava da questa Cop la messa in discussione del paradigma economico che ci ha condotti fin qui non può che essere profondamente deluso. D'altronde non è mai stato questo l'obiettivo di una conferenza a cui hanno preso parte oltre 200 Paesi: quelli più minacciati dal cambiamento climatico – Simon Kofe, ministro degli Esteri di Tuvalu, uno Stato insulare polinesiano, ha inviato un videomessaggio in mezzo al mare, vestito in giacca e cravatta con l'acqua che gli arriva alle ginocchia: "Mentre voi siete a Cop26, a Tuvalu stiamo vivendo la realtà dell'innalzamento del mare" –, ma anche quelli che ne sono i diretti responsabili. Detto questo, vediamo i contenuti degli accordi.

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Le decisioni a latere di Cop26: combustibili fossili, metano e deforestazione

Nonostante l’accordo al ribasso sul carbone, anche se può sembrare strano per delle conferenze dedicate al cambiamento climatico, è la prima volta che i combustibili fossili vengono citati nel documento finale di una Cop. In particolare, è stato fissato un impegno mondiale intermedio per tagliare le emissioni di CO2 del 45 per cento entro il 2030 e rispetto al 2010 (su questo l’Unione europea si è già impegnata a tagliarle del 55 per cento). L’11 novembre è stata inoltre siglata la Beyond oil and gas initiative (Boga) promossa da Danimarca e Costa Rica per lo stop a licenze, concessioni e sussidi per l'esplorazione di petrolio e gas. Purtroppo nessun grande produttore di petrolio vi ha aderito, mentre l’Italia ha firmato all’ultimo minuto e solo con lo status di “amico” (non come “membro principale” né come “socio”), scatenando l’ironia dei Fridays for future: “L’Italia ha appena friendzonato il Boga”.

Per la prima volta compare anche il riferimento al metano (CH4), un gas climalterante 80 volte più potente della CO2 nei primi 20 anni in cui è immesso in atmosfera. La cui riduzione, quindi, non permetterà da sola di salvaguardare l’obiettivo di +1,5° (l’anidride carbonica ha una persistenza in atmosfera ben maggiore), ma che potrebbe rivelarsi fondamentale per raggiungere gli obiettivi di medio termine al 2050. Stati Uniti e Ue avevano già annunciato un accordo per tagliare le emissioni di metano del 30 per cento entro il 2030 (il cosiddetto global methane pledge), lanciato ufficialmente a Glasgow con l’adesione di oltre 100 Paesi rappresentanti il 70 per cento dell’economia globale.

Un altro punto fondamentale è lo stop alla deforestazione. Si chiama Glasgow leader declaration on forest and land use ed è un accordo firmato da 131 Paesi, che contengono oltre il 90 per cento delle foreste della Terra, per fermare la deforestazione entro il 2030. La dichiarazione si propone di continuare l’opera di conservazione degli ecosistemi, accelerandone il ripristino. Allo stesso tempo, garantisce  gli impegni finanziari necessari alla transizione verso un’economia che promuova l’uso sostenibile del suolo e sostenga le popolazioni indigene e locali.

Infine, l’intesa a sorpresa tra Stati Uniti e Cina (i maggiori emettitori di gas serra a livello globale) per la riduzione delle emissioni di gas serra nel prossimo decennio. Un accordo per ora non particolarmente dettagliato, ma che segna di certo un’inversione di tendenza.

I punti principali del patto climatico finale di Glasgow

Se si dovessero riassumere queste due settimane di riunioni, si potrebbe utilizzare una parola: compromesso. Lo ha ribadito Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu: i testi approvati “riflettono gli interessi, le condizioni, le contraddizioni e lo stato di volontà politica nel mondo di oggi”. Una volontà politica che – ha aggiunto – insufficiente per superare le incongruenze. Di seguito i punti principali del patto climatico finale di Glasgow.

Più trasparenza

Uno dei passi avanti riguarda la trasparenza su come riportare in maniera univoca le emissioni dei vari Stati. Le parti si sono impegnate ad adottare un sistema di controllo entro il 2024. I dati omessi da alcuni Stati dovranno avere una nota a margine in cui si spiega il motivo dell’assenza. In questo modo, non si rischierà di dover cancellare intere colonne o righe dei report.

Per riuscire ad arrivare a obiettivi concreti, occorrerà inoltre ampliare le strategie di adattamento e mitigazione. L’urgenza per i Paesi sviluppati è di almeno raddoppiare gli sforzi finanziari concordati nel 2019 entro il 2025, bilanciando i fondi. Il gruppo di monitoraggio Glasgow Sharm-El-sheikh work programme seguirà le azioni dei vari Paesi.

Loss and damage: gli ultimi rimarranno ultimi

I Paesi più "poveri" sono anche quelli più vulnerabili alla crisi climatica causata soprattutto da quelli più "ricchi". Per rispondere alle loro richieste, nella sezione “loss and damage” (ovvero “perdite e danni”, la parte che fa riferimento ai danni causati dal cambiamento climatico antropogenico) si incentiva lo scambio di tecnologia, buone pratiche e aiuti finanziari, non solo tra singoli Stati, ma rendendo più operativo il Santiago network, che già raduna le zone del mondo che più necessitano di supporto. Tuttavia nel documento non compare alcun riferimento agli indennizzi richiesti come risarcimento delle conseguenze dell’industrializzazione da fonti fossili.

In questo senso un ruolo importante l'hanno giocato Stati Uniti ed Unione europea che hanno impedito l'istituzione del Glasgow facility on loss and damage, l’organismo richiesto da 134 Paesi per garantire sostegno finanziario. Insomma: "nessuna responsabilità per le emissioni storiche e per il debito ecologico accumulato in più di 500 anni di colonialismo e sfruttamento di imperi, regni e governi del Nord del mondo nei confronti delle popolazioni del Sud", commenta Giuseppe De Marzo, responsabile delle poltiche sociali di Libera e coordinatore della Rete dei numeri pari.

Finanza climatica, nessun accordo sui 100 miliardi di dollari

Si esce da Cop26 senza i 100 miliardi di dollari che, ormai più di 10 anni fa, alla Cop15 del 2009 a Copenaghen, i Paesi "ricchi" avevano promesso ai cosiddetti Paesi in via di sviluppo. L’accordo prevedeva aiuti pubblici e privati per almeno 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 per aiutare i Paesi più "poveri" a ridurre le emissioni e affrontare l’impatto del cambiamento climatico. Nel 2019, gli aiuti erano arrivati a 80 miliardi.

A Glasgow si doveva trovare un accordo su questo punto, ma non è stato fatto (se n'è discusso a malapena) e questo ha influenzato in negativo il posizionamento di Cina e India sulle altre parti dell’accordo finale. Inoltre, rispetto al mandato di Parigi di quantificare un nuovo obiettivo di finanza climatica entro il 2025, l’unico risultato è stata la creazione di un gruppo di lavoro ad hoc sul tema per convocare quattro riunioni annuali con esperti dal 2022 al 2024 incluso. Insomma, davanti al primo dei problemi (i soldi), si decide di convocare un tavolo per parlarne. Ancora.

I Nationally determined contributions (Ndc)

A Glasgow i Paesi firmatari dell’accordo di Parigi erano chiamati a presentare i loro Nationally determined contributions (Ndc) aggiornati, ovvero i contributi nazionali per la riduzione delle emissioni e la neutralità carbonica. Secondo gli esperti, per centrare l’obiettivo gli Stati avrebbero dovuto quintuplicarli rispetto a quanto promesso nel 2015.

Nella bozza conclusa nel pomeriggio dell’11 novembre, le Parti racchiudevano in due punti i passi per riuscire ad affrontare la riduzione. Il primo consiste nel comunicare, nel 2025, i propri Ndc per il decennio successivo. Così, ogni cinque anni, per riuscire a fornire le proiezioni adeguate e monitorare l’andamento degli sforzi. Per gli Stati che non dovessero riuscire a redigere un piano tra quattro anni, c’è la possibilità di chiarire la propria strategia nel 2030, sempre con orizzonte decennale.

L’articolo 6, il più controverso

Infine l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, probabilmente il più controverso in assoluto, sulla cui applicazione si discute dal 2015. Da un lato prevede il cosiddetto mercato del carbonio: un sistema di scambio delle emissioni climalteranti tra i vari Paesi, grazie al quale chi emette di meno compensa chi è a rischio sforamento dei limiti. Dall’altro, l’articolo contempla progetti di sostegno al di fuori delle logiche di mercato, rimasti tuttavia finora nell’ombra.

L’articolo 6 rimane una delle parti più tecniche e complesse del cosiddetto Paris rulebook, il libro delle regole adottato alla Cop di Katowice del 2018 per dare piena esecuzione all’Accordo di Parigi. Dalle prime analisi emergono delle aree grigie importanti che potrebbero permettere scappatoie burocratiche. Dopo Glasgow, infatti, ancora non è chiaro in che misura ci porteremo dietro rischi di doppio conteggio di crediti per emissioni nella cooperazione tra Paesi. Ovvero il rischio che la riduzione delle emissioni venga conteggiata sia dal Paese che ha acquistato il credito (ad esempio dall’Italia che decide di costruire un impianto di energia rinnovabile in Kenya), sia dal Paese in cui avviene l’effettiva riduzione delle emissioni (ovvero in Kenya dove l’impianto sarà attivo).

Tuttavia, per quanto riguarda i progetti al di fuori delle logiche di mercato, si registra un risultato positivo. Diversi principi dei diritti umani sono sopravvissuti rimanendo inclusi nella parte operazionale dell’articolo 6. Una diretta conseguenza di sei anni di advocacy da parte della società civile, che ha fatto fronte comune all’interno del gruppo di lavoro per i diritti umani delle Nazioni unite. Basti pensare che fino a due anni fa non c'era nessun riferimento ai diritti umani, quindi nessuna salvaguardia di tipo sociale e ambientale nelle misure che di fatto sostengono l’implementazione cooperativa degli Ndc.

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