San Severo, 11 gennaio 2022. Uno dei due negozi colpiti dalle bombe in provincia di Foggia. F. Cautillo/Ansa
San Severo, 11 gennaio 2022. Uno dei due negozi colpiti dalle bombe in provincia di Foggia. F. Cautillo/Ansa

A Foggia rinasce l'associazione antiracket. La città è pronta a cambiare

Nel capoluogo di provincia sciolto lo scorso agosto per mafia, dieci imprenditori hanno deciso di fare fronte comune contro il racket delle estorsioni. Da inizio anno sono già nove le bombe che hanno colpito negozi e attività commerciali della Capitanata

Daniela Marcone

Daniela MarconeVicepresidente di Libera, responsabile settore Memoria

19 gennaio 2022

  • Condividi

È nata a Foggia, qualche giorno fa, l’associazione antiracket costituita da oltre una decina di imprenditori, tra cui Alessandro Zito, Luca Vigilante e Lazzaro D’Auria, persone note nella nostra comunità per la loro scelta di denunciare i tentativi di estorsione subiti e che hanno pagato pesanti conseguenze per questa loro decisione. Alessandro, Luca e Lazzaro raccontano vicende drammatiche, due di loro vivono sotto scorta, Alessandro dopo anni di pressioni e minacce è andato via da Foggia. Proprio lui, che ama profondamente la sua terra, ha accettato la carica di presidente della neonata associazione, intitolata a Luigi e Aurelio Luciani (due agricoltori innocenti che il 9 agosto 2017 morirono nella strage di San Marco in Lamis, ndr) e costituitasi il 17 gennaio alla presenza della ministra Luciana Lamorgese, del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho e dei vertici della autorità locali, oltre che della rappresentanza della Federazione antiracket italiana (Fai), tra cui il presidente onorario Tano Grasso.

Alessandro Zito ha pronunciato, nell’ambito del suo intervento di saluto, parole forti e consapevoli, nonostante i momenti di paura vissuti con la sua famiglia in passato. Le storie di questi imprenditori, come quelle degli altri che si sono associati, raccontano scelte difficili ma reali e l’affermazione, sempre presente nelle loro esternazioni pubbliche, che denunciare le minacce di estorsione subite è l’unica scelta possibile. Un'affermazione che non appare retorica, ma traccia un percorso possibile. 

"Microcosmo mafioso" è il numero de lavialibera dedicato alla situazione foggiana

Il primo tentativo nel 2014

Questa nuova associazione non è l’unica del territorio, in quanto ne esiste, fin dal 2009, una molto attiva a Vieste, sul Gargano. Successivamente alla costituzione dell’associazione di Vieste, nel 2014 vi fu un  tentativo, estremamente auspicabile data la perdurante situazione, di far funzionare una realtà associativa antiracket nel capoluogo foggiano, conclusosi purtroppo negli anni successivi. Ricordo bene la giornata in cui tenemmo “a battesimo” la nuova realtà associativa, intitolata a Giovanni Panunzio, il costruttore ucciso nel 1992 dopo aver denunciato i suoi estorsori.

Nel 2014 la comunità foggiana non fu capace di comprendere che se si diventa vittima di estorsione il primo passo da fare è denunciare, non immergersi nella spirale malata del ricatto e del terrore

In quell’occasione venne nominata presidente una giovane imprenditrice foggiana, Cristina Cucci, che aveva il sogno di trasformare la minaccia di estorsione ricevuta in rivalsa per la sua terra. Fu presto evidente che la comunità foggiana non era pronta per accogliere e sostenere l’associazione. Oggi Cristina fa parte del direttivo della nuova associazione ed è tra le persone che possono testimoniare l’entusiasmo per quell’esperienza, che come gruppo di Libera a Foggia provammo ad accompagnare, ritrovandoci anche noi immersi in una realtà che non fu capace di comprendere che se si diventa vittima di estorsione il primo passo da fare è denunciare, provare a liberarsi da quella minaccia in modo sano, piuttosto che immergersi nella spirale malata del ricatto e del terrore.

Le mafie affermano il loro potere con attività che negli anni assumono una valenza anche simbolica: i gruppi criminali della Capitanata (la provincia di Foggia, ndr) non si discostano da questo e le bombe, gli attentati incendiari, sono la conseguenza esteriore del loro operato, che si ripropone nel tempo a seconda delle loro esigenze e che noi tutti subiamo con pesanti danni di natura differente.

Le bombe di inizio 2022 a Foggia rilanciano il bisogno di interventi

Foggia, per anni dimenticata dalle istituzioni

Gli esiti del tentativo del 2014 seguono le caratteristiche culturali e sociali del territorio foggiano di quegli anni – per non parlare dei decenni precedenti –, caratteristiche che parlano di omertà, di silenzio, di indifferenza, ma anche di sottovalutazione della reale portata dell’aggressione della criminalità organizzata e non. Ancora oggi si fa fatica a riconoscere che la sottovalutazione generale ha portato a una modifica sociale, economica e culturale di questa provincia, determinando qualcosa che, lo ripeto spesso, poteva essere evitato. Una sottovalutazione che ha riguardato anche parte di vertici istituzionali nazionali di fronte alle precise segnalazioni che giungevano da Foggia, non solo da pezzi della società civile, ma anche, sebbene in modo più coordinato solo dopo il primo decennio degli anni 2000, per bocca di alcune istituzioni operanti a livello locale, quali prefetti, magistrati, questori e forze dell’ordine.

Abbiamo continuato a vivere il terrore causato dagli attentati e dalle bombe. Questa aggressione continua, unita a quella perpetrata ai danni dei pochi che hanno trovato il coraggio di denunciare, ha reso la paura più solida e compatta, rendendo evidente che qui chi prova a resistere mette in serio pericolo la propria vita.

La resistenza del sindaco di Monte Sant’Angelo, minacciato sin dalla sua elezione

D’altro canto, la storia di questa terra abbraccia le storie delle persone che qui la criminalità ha ucciso negli anni Novanta. E non è un caso che la prima vittima innocente sia stata un imprenditore edile, Nicola Ciuffreda, ucciso nel suo cantiere nel 1990, dopo aver subito il tentativo di estorsione ed essersi rifiutato di versare quanto richiesto. Di Panunzio, ucciso nel 1992, ho già scritto. Mio padre, pur non essendo un imprenditore, dirigeva un ufficio statale dal quale transitavano “pratiche” legate al mondo economico dell’edilizia, allora molto fiorente e anche lui fu ucciso nel 1995 dopo una serie di esposti da lui effettuati relativi a truffe ai danni dello Stato, che nel suo impegno lavorativo rappresentava.

Francesco Marcone, un uomo onesto

In quegli anni, ma anche prima e dopo, si susseguivano le guerre di mafia, senza che nessuno le definisse in tal modo, e oggi mi chiedo come sia stato possibile che, nonostante i tanti morti ammazzati, tra cui onesti cittadini strappati senza alcuna pietà alle loro vite, le sparatorie nelle strade e le rapine a mano armata di portata colossale, quanto accadeva in Capitanata non aveva eco, se non alcune voci evidentemente rimaste inascoltate. Tra queste la mia, lo scrivo con amarezza, che ho scelto, a causa anche di una strada da percorrere troppo in salita, di agire su un altro piano, quello della costruzione di una memoria collettiva relativa a vicende realmente accadute, provando a mettere insieme i ricordi dei testimoni, di chi ha vissuto sulla propria pelle quella storia, con i sentimenti e le percezioni di una comunità, che può avere in tal modo uno strumento di grande valore per sviluppare un percorso culturale che determini il cambiamento.

Ecco perché negli ultimi anni ho intensificato gli sforzi per diffondere la conoscenza delle origini dei gruppi mafiosi della mia terra, tenendo sempre al centro della mia attenzione i drammatici anni Novanta, anche per raccordare una narrazione che rischia di restare monca, in quanto purtroppo lo scempio di quei decenni non è bastato a determinare reazione e interventi seri. E così è stato necessario, terribile a scriversi, sbattere violentemente contro l’efferatezza di una vera e propria strage, quella di San Marco in Lamis del 9 agosto del 2017, annunciata da numerosi fatti di sangue precedenti che ne hanno seminato le premesse. Segnando il punto di non ritorno, la morte di due agricoltori innocenti, Luigi e Aurelio Luciani, ha determinato un cambio di passo, pur essendo drammaticamente incastonata in una concatenazione di eventi che risale a decenni prima.

Foggia e l'abitudine al dolore: se il bisogno di mafia diventa normalità

Da quel momento tanto è cambiato, è innegabile, in termini di attenzione istituzionale alta sul territorio, e via via la situazione è stata letta in modo sempre più definito. Si è costituita una squadra Stato e i risultati si sono moltiplicati. Inoltre, importante evidenziarlo, dopo il Comune di Monte Sant’Angelo sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2015, in questi ultimi anni hanno avuto la stessa sorte le amministrazioni comunali di quattro grandi centri, compresa quella del capoluogo di Provincia.

Cerignola, Monte Sant'Angelo, Mattinata e Manfredonia: sono quattro i Comuni sciolti per mafia in provincia di Foggia

La svolta dell’oggi

Le nove bombe deflagrate dall’inizio di questo 2022 fanno paura, ancora una volta, ma è importante non dimenticare che questo è il luogo in cui il 10 gennaio 2020, a seguito di una serie di aggressioni violente della criminalità organizzata, tra cui un omicidio, oltre ventimila persone risposero all’appello di Luigi Ciotti e scesero dalle loro abitazioni, in un freddo pomeriggio, per abitare le vie di Foggia formando un lunghissimo corteo, animato da striscioni e cartelloni su cui ogni gruppo aveva espresso il proprio no alla mafia.

Oggi abbiamo una possibilità importante, che non avvertivo in passato: essere ascoltati nelle richieste di attenzione e cura del territorio 

Oggi – se non ora quando? – abbiamo una possibilità importante, che non avvertivo in passato, ossia essere ascoltati nelle richieste di attenzione e cura del territorio. Ed è a partire da queste richieste, che esprimono l’esigenza di contrastare la solitudine, ma anche il bisogno di bellezza e felicità del vivere qui e non altrove, che le varie realtà associative (tra cui il nutrito gruppo di Libera Foggia che promuove quotidianamente riflessioni e proposte, l’associazione antiracket Luigi e Aurelio Luciani e tutte le altre esistenti), hanno un ruolo fondamentale di rilancio del territorio.

Così come, sarà importante esprimere valutazioni consapevoli e coordinate circa la realizzazione concreta delle soluzioni proposte dai vertici istituzionali nazionali per questa terra: l’attenzione deve necessariamente restare costante e gli interventi sempre più incisivi e strutturali, grazie a una forte volontà dei tanti protagonisti del cambiamento urgente e necessario: l’unico in grado di costruire una nuova percezione.

Come ricucire una città spezzata

Perché di questo, a mio parere, si tratta: determinare una percezione generalizzata, fondata su basi concrete e non su speranze fumose, che in questa terra le cose stanno cambiando davvero e che la denuncia, non solo è l’unica strada percorribile, ma conviene perché verrà accompagnata da una cultura diversa, per cui coloro che segnalano le illegalità subite, ma anche i tentativi di corruzione nell’ambito delle amministrazioni pubbliche, non verranno considerati “infamoni”, ma cittadini che amano la loro comunità. E, sopra ogni cosa, non verranno lasciati soli.

Crediamo in un giornalismo di servizio ai cittadini, in notizie che non scadono il giorno dopo. Aiutaci a offrire un'informazione di qualità, sostieni lavialibera
  • Condividi

La rivista

2022 - numero 15

Povero lavoro

Lavorare non garantisce né sicurezza economica né qualità della vita. Più di una persona su 10 si trova in condizioni di povertà anche se ha un lavoro, mentre cresce il numero di chi non ce la fa più a sopportare il peso di competizione e performance sempre più alte

Povero lavoro
Vedi tutti i numeri

La newsletter de lavialibera

Ogni sabato la raccolta degli articoli della settimana, per non perdere neanche una notizia. 

Ogni prima domenica del mese un approfondimento speciale, per saperne di più e stupire gli amici al bar