Firenze, 2018. Imbrattato il murale realizzato in memoria dei giudici Falcone e Borsellino su una parete esterna del circolo "Baracche Verdi" (Ansa)
Firenze, 2018. Imbrattato il murale realizzato in memoria dei giudici Falcone e Borsellino su una parete esterna del circolo "Baracche Verdi" (Ansa)

Stragi di Cosa nostra. L'ingiustizia degli Stati una forma di macro-mafia

Dove non è rispettata la giustizia, le nazioni agiscono come grandi bande di ladri. Governi corrotti e forme di criminalità si muovono secondo le stesse logiche di violenza, guardando i propri interessi e ignorando il bene comune

Anna Puglisi e Umberto Santino

Anna Puglisi e Umberto SantinoCentro documentazione Peppino Impastato

17 maggio 2022

L’attenzione è rivolta ai trent’anni dalle stragi di Cosa nostra, ma ne sono passati quaranta dalla guerra di mafia. Sono stati anni in cui la violenza mafiosa ha segnato la nostra quotidianità, marcato la storia non solo della Sicilia ma di tutto il Paese. Se la violenza interna ha raggiunto picchi inusitati, quella rivolta all’esterno ha assunto i caratteri di un colpo di Stato, decimato una classe dirigente e dichiarato guerra alle istituzioni. Delirio di onnipotenza criminale o strategia sanguinaria per imporre una trattativa o una resa? "Si fa la guerra per fare la pace", diceva Totò Riina. Era la versione corleonese del Si vis pacem para bellum. 

La violenza come marchio identitario

Dal bilancio che si potrebbe fare la mafia non ne esce certo vincente, come vuole lo stereotipo secondo cui "la mafia è sempre più forte di prima". La legge antimafia del 1982 (per approvarla c’è voluto l’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa), il maxiprocesso e le leggi dopo le stragi dei primi anni Novanta hanno portato alle condanne di capi e gregari, smantellando l’organizzazione. Poi ci sono stati mutamenti a vari livelli. È crollato il socialismo reale e la mafia non deve più fare da baluardo contro ogni prospettiva di rinnovamento; è scomparso pure il grande partito di riferimento e il contesto politico è segnato dall’instabilità. Bisogna giocare su più tavoli, come in tutti i periodi di transizione, in attesa di un nuovo vincitore. La mafia non spara più e si parla di mutazione antropologica. La violenza, l’intimidazione sono state sostituite dalla corruzione e Cosa nostra sarebbe diventata manageriale e mercatista. Ma la violenza non c’è solo quando è attuata, può essere potenziale ed eventuale e, comunque, rimane il marchio identitario del fenomeno mafioso in tutte le sue articolazioni. Non pare sia arrivato il momento di una definitiva e irreversibile iscrizione al club delle lobby o delle logge.

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