(Marten Bjork/Unsplash)
(Marten Bjork/Unsplash)

Dimissioni volontarie, è davvero una rivoluzione culturale?

Durante la pandemia tante persone hanno scelto di abbandonare il loro impiego: è il fenomeno della Great resignation. Non è chiaro se si tratti di una svolta epocale o soltanto di un fisiologico andamento del mercato del lavoro

Marco Panzarella

Marco PanzarellaRedattore lavialibera

13 luglio 2022

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Le dimissioni volontarie – quando una persona sceglie liberamente di mettere fine a un rapporto di lavoro – sono un fenomeno osservato negli Stati Uniti che sembra interessare anche l’Italia. Secondo i dati elaborati dall'Osservatorio sul precariato dell'Inps, nel primo trimestre 2022 le dimissioni sono aumentate del 35 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021 e del 29 per cento se confrontate con i primi tre mesi del 2019. È il fenomeno della Great resignation (Grandi dimissioni), coniato un anno fa dal professore americano Anthony Klotz.

Il tema appassiona e si presta a interpretazioni differenti. La più romantica ha i contorni della fuga: si scappa da una vita più stressante per cercarne una più “umana”. Una lettura che non convince il fronte dei pragmatici, secondo i quali non vi sarebbe alcuna rivoluzione in atto, ma solo la continuazione di una tendenza a lungo termine.

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La logica del downshifting

Secondo una lettura romantica, si fugge da una vita stressante per cercarne un'altra più “umana”. Per altri è solo una narrazione emotiva

Dal punto di vista economico, lasciare il posto di lavoro potrebbe significare che il mercato è in ripresa, che si lascia il vecchio perché c’è qualcosa di nuovo. In un paese in salute, con tassi di occupazione elevati, è abbastanza normale cambiare più lavori nell’arco della propria vita e i motivi possono essere svariati: guadagno, comodità, ambizione, ecc. La scelta si concretizza perché vi è la consapevolezza che il mercato, comunque, offra qualcosa. Restare disoccupati, insomma, è un’opzione remota, neppure da prendere in considerazione.

Le altre ragioni che possono spingere un lavoratore a dimettersi hanno, invece, una componente di rischio più elevata e non tengono conto del mercato del lavoro e delle possibilità di trovare un nuovo impiego. Dietro alla scelta c’è la messa in discussione delle priorità che fino a quel punto hanno regolato la propria esistenza: il lavoro non occupa più il primo posto, il tempo libero acquisisce più valore e quindi meglio lavorare qualche ora in meno e avere uno stipendio più basso che il contrario.

È il processo che gli anglosassoni chiamano downshifting, vale a dire "scalare le marce", "rallentare", "cambiare verso il basso", dove il termine “basso” non ha un’accezione negativa, ma significa scegliere la semplicità, riappropriarsi in un certo modo della propria vita, di quegli spazi che il lavoro quotidiano aveva cancellato.

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Il concetto di downshifting è strettamente connesso a quello di Yolo, acronimo di You only live once, letteralmente "Si vive una volta sola", diffusosi sul web e di recente rilanciato da alcuni gruppi musicali, anche se la genesi del termine è da attribuire all’attrice Mae West, leggendaria icona anticonformista del cinema americano.

Nell’aprile 2021 il New York Times ha dedicato un ampio approfondimento alla Yolo economy: "Qualcosa di strano sta accadendo agli esausti lavoratori millennial d'America. Dopo un anno trascorso curvo sui loro MacBook, sopportando Zoom (…), stanno capovolgendo le scacchiere accuratamente organizzate delle loro vite e decidendo di rischiare tutto". Siamo pur sempre negli Stati Uniti, paese con un modello economico assai diverso da quello italiano, dove il posto fisso, seppur anacronistico, è ancora considerato un punto d’arrivo. "Alcuni stanno abbandonando lavori comodi e stabili – si legge sul quotidiano – per avviare una nuova attività, trasformare un lavoro secondario in un lavoro a tempo pieno (...). Altri si fanno beffe delle richieste di fare ritorno in ufficio dei loro capi e minacciano di dimettersi, a meno che non gli sia permesso di lavorare dove e quando vogliono". Secondo il New York Times a incoraggiare gli statunitensi a cambiare vita ha contribuito un mercato del lavoro in ripresa e i maggiori risparmi accantonati nei conto correnti dopo un anno di spese ridotte. È sufficiente, però, fermarsi un attimo per realizzare come la minaccia covid non sia ancora terminata e la guerra in Ucraina abbia seriamente minato le speranze di ripresa, aumentando le preoccupazioni sul futuro prossimo. Ciò nonostante, le dimissioni volontarie non rallentano, quasi si trattasse ormai di un processo irreversibile.

Con le dovute differenze rispetto a quanto sta avvenendo oltreoceano, anche in Italia sembra essersi innescato un movimento spontaneo, una nuova presa di coscienza. Per il giornale newyorkese "non tutti possono permettersi di gettare al vento la cautela. Ma per un numero crescente di persone con mezzi finanziari e competenze richieste, il terrore e l’ansia dell'ultimo anno stanno lasciando il posto a un nuovo tipo di coraggio professionale".

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Smart working e pericolo di fuga

A favorire la voglia di cambiamento ha contribuito la diffusione dello smart working. Lavorare in casa è certamente più comodo, consente di risparmiare (carburante, trasporti, cibo) e di avere più tempo a disposizione. Con l’avvento e la diffusione dei vaccini, gradualmente, molti datori di lavoro hanno richiamato in ufficio i propri dipendenti e non di rado questo "ritorno al passato" ha creato malumori. Negli Usa, temendo un esodo, aziende come Linkedin hanno concesso ai dipendenti una settimana di riposo retribuita, mentre Twitter ha deciso di offrire un giorno in più al mese di ferie. In Europa la società di servizi finanziari Credit Suisse, con sede a Zurigo, nell’ambito di un’iniziativa chiamata The Way We Work, ha offerto ai propri collaboratori maggiore flessibilità in termini di orario e scelta del luogo di lavoro.

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A favorire la voglia di cambiamento ha contribuito la diffusione dello smartworking: più comodo, consente di risparmiare e avere più tempo a disposizione

A smorzare l’aura romantica che sta dietro l’abbandono del posto di lavoro è l’analisi redatta per Adapt – associazione che promuove studi e ricerche sull’occupazione, fondata da Marco Biagi, professore di diritto del lavoro ucciso nel 2002 dalle Brigate rosse – dal ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta e da Michele Tiraboschi, docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Lo studio intitolato Grande dimissione: fuga dal lavoro o narrazione emotiva?, analizza la situazione americana e quella italiana attraverso una serie di dati, giungendo alla conclusione che "la Great Resignation non è solo la turbolenza a breve termine provocata dalla pandemia, ma piuttosto la continuazione di una tendenza a lungo termine". Una prospettiva diversa, quindi, rispetto a quella ipotizzata da chi vede nella fuga l'inizio di una sorta di rivoluzione culturale. "Il fenomeno delle dimissioni volontarie, seppur con tassi più contenuti, non è infatti qualcosa di ascrivibile esclusivamente agli ultimi due anni, avendo registrato un tasso di crescita annuo in media dello 0,10 per cento già tra il 2009 e 2019. Un elemento sufficiente a sfatare il mito che in modo quasi improvviso le persone abbiano deciso di ritirarsi dal mercato del lavoro".

Lo studio fa poi notare che "molte delle dimissioni dello scorso anno sono più che altro “dimissioni rimandate”, per via del “congelamento” del mercato del lavoro" e che "in molti casi le dimissioni sono state presentate solo a fronte della prospettiva di un nuovo impiego".

Con riferimento agli Stati Uniti, citando il World economic forum e la Harvard business review, gli autori spiegano che "determinate esigenze dei lavoratori, quali la possibilità di gestire più flessibilmente il proprio orario e luogo di lavoro, erano aspetti già latenti prima della pandemia, la quale avrebbe solo accelerato il processo con l’esplosione del remote working e reso questi elementi maggiormente determinanti nella scelta di non continuare con la carriera professionale corrente. Un fenomeno che (...) è stato particolarmente diffuso, almeno in America, tra i cosiddetti white collar workers e i mid-career employees (cioè gli impiegati e dipendenti a metà carriera, ndr), ossia quei lavoratori impegnati in mansioni amministrative e manageriali facilmente eseguibili, con il supporto di adeguata strumentazione tecnologica e formazione al lavoro per obiettivi, anche al di fuori del perimetro aziendale".

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Non tutti possono cambiare

In Italia la situazione rispecchia in parte quella statunitense. Secondo il Rapporto annuale del 2022 sulle comunicazioni obbligatorie (che le imprese devono trasmettere al ministero del Lavoro sui nuovi contratti o sulle modifiche), i contratti di lavoro cessati per dimissioni volontarie sono passati da 1.839.747 nel 2019 a 2.045.200 nel 2021. Una crescita dell’11,6 per cento a fronte di un calo, verificatosi nel 2020, del 14,9 per cento. "Si tratta di un andamento che non può certo essere ignorato ma che, allo stesso tempo, non sembra tale da poter giustificare una narrazione che dipinge come nuovo trend del mondo del lavoro quello delle dimissioni come modalità usuale di movimento all’interno del mercato del lavoro italiano", scrivono Brunetta e Tiraboschi.

Per gli autori, i dati indicano che molte delle dimissioni dello scorso anno sono solo dimissioni rimandate, "rispetto a un anno, il 2020, nel quale i diversi lockdown hanno sostanzialmente congelato il mercato del lavoro".

Le elaborazioni della Banca d’Italia aggiungono che "in un contesto di forte incertezza i lavoratori, più spesso che in passato, hanno verosimilmente rassegnato le dimissioni solo a fronte della prospettiva di un nuovo impiego". Si tratterebbe quindi "di dimissioni presentate nel momento in cui vi era una ragionevole certezza di un posto di lavoro diverso (ritenuto per varie ragioni migliore) e non una dimissione come gesto liberatorio e salto nel vuoto, preferito al continuare un lavoro che non soddisfa".

Nell’analisi condotta da Brunetta e Tiraboschi, inoltre, si fa riferimento al dualismo del mercato italiano "che consente a chi ha gli strumenti (competenze, risorse economiche) per cambiare di farlo, mentre chi è nella fascia più povera (anche qui sia di competenze che di risorse economiche) resta bloccato al proprio posto", portando gli autori a concludere che "potremo parlare pienamente e compiutamente di grandi dimissioni quando tutti i lavoratori avranno davvero gli strumenti per potersi muovere liberamente, supportati dove necessario, all’interno del mercato del lavoro".

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