Alcuni migranti a bordo di un gommone (Sandor Csudai/Asgi)
Alcuni migranti a bordo di un gommone (Sandor Csudai/Asgi)

Accogliere o respingere persone

L'Italia ha ammesso 151mila profughi ucraini. Segno che una diversa gestione delle migrazioni è possibile, ma continuiamo a discriminare chi scappa da altri rischi e altre guerre

Caterina Bove

Caterina Boveavvocata

Luca Rondi

Luca RondiOperatore area vittime del Gruppo Abele e giornalista

21 settembre 2022

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L'accoglienza dei profughi dall’Ucraina ha rivelato l’ottusità delle scelte politiche italiane ed europee, mostrando le crepe più profonde e insensate del nostro sistema di asilo. Ha reso evidente tutto ciò che sarebbe possibile fare e che invece non facciamo, continuando a gestire le migrazioni come un’emergenza temporanea. Ha dimostrato che una diversa gestione delle migrazioni è possibile, anche quando il flusso è improvviso e consistente, rendendo palesi le disparità di trattamento riservate a chi scappa da altri pericoli e altre guerre, o persino dalla stessa guerra. Mentre agli ucraini è stato concesso di spostarsi liberamente nell’area Schengen, centinaia di migranti di origine africana e medio-orientale sono stati bloccati alle frontiere interne ed esterne dell’Unione europea. Mentre gli ucraini hanno trovato sportelli a loro dedicati, i richiedenti asilo di altri Paesi hanno trascorso giorni in fila davanti alle questure per poter presentare domanda di protezione internazionale, ricevendo in alcuni casi persino delle multe per bivacco.

I sentimenti di empatia e solidarietà non si possono instillare con leggi e ordinanze, ma una gestione ordinata e serena dell’accoglienza permette di orientare in modo positivo gli umori e la disponibilità della società ospitante, rendendo l’accoglienza stessa – oltre che un atto dovuto – il presupposto per un effettivo e tempestivo inserimento sociale, un investimento sul futuro degli ospitati e di chi accoglie. I cittadini ucraini hanno trovato una società accogliente, una burocrazia semplificata e servizi adeguati. Tranne qualche eccezione, non abbiamo inventato nulla. Abbiamo solo scelto di potenziare o rendere effettivo quanto era già previsto dalle leggi.

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Le storture del regolamento di Dublino

Lo scorso 4 marzo il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di attivare per la prima volta la direttiva numero 55 del 2001 che istituisce una protezione temporanea speciale per chi scappa da una guerra in corso. Ideato all’indomani del conflitto nell’ex Jugoslavia, l’atto legislativo non era stato mai attuato finché – dopo l’attacco russo a Kiev – l’Europa non ha deciso di rispolverare la misura per dare giusta e pronta assistenza ai nuovi profughi ed evitare una paralisi delle procedure amministrative negli Stati membri. La direttiva si applica in primis ai cittadini ucraini e in seconda battuta anche ad alcune categorie di cittadini stranieri residenti in Ucraina al momento dell’invasione.

Il contenuto prevede che gli sfollati abbiano la possibilità di circolare liberamente nell’area Schengen e di scegliere il Paese in cui chiedere protezione temporanea: in questo modo,  molti riescono a ricongiungersi con amici, parenti e conoscenti e a usufruire del loro appoggio, senza pesare sui sistemi di accoglienza nazionali. La scelta rivela come mai prima i limiti e le storture del regolamento di Dublino: il principale documento adottato dall’Unione in tema di diritto d’asilo e che, salvo rare eccezioni, affida al Paese di primo ingresso – o di primo asilo – in territorio Ue la responsabilità di esaminare la domanda di protezione, non concedendo alcuno spazio al vissuto, alle attitudini e ai legami del rifugiato.

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Stessa guerra, due accoglienze

Lo strumento però lascia un margine di discrezione agli Stati Ue nello stabilire quali categorie di stranieri residenti in Ucraina accogliere sul proprio territorio, se ampliare o restringere le maglie. L’Italia ha scelto di restringerle: il decreto del 29 marzo 2022, a firma dell’allora presidente del consiglio Mario Draghi, esclude dalla protezione temporanea gli individui di Stati terzi che in Ucraina hanno un permesso di soggiorno temporaneo e non permanente. "Fin da subito non si sono compresi i motivi di questa esclusione discriminatoria – osserva Matteo Astuti, operatore legale dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) – che ha determinato una condizione di difficoltà oggettiva per i cittadini stranieri sfollati a causa della guerra".

Di certo, non è stata una questione di numeri. Al 9 marzo 2022, l’Organizzazione mondiale per le migrazioni quantificava in 109mila i cittadini di paesi terzi che avevano lasciato l’Ucraina. Di contro, sono stati in tutto quattro milioni i rifugiati che in meno di 60 giorni dall’inizio della guerra hanno varcato le frontiere d’Europa. In altri termini: nel complesso, gli stranieri sono una quota infinitesima sul totale.

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Mentre gli ucraini hanno sportelli a loro dedicati, i richiedenti asilo di altri Paesi trascorrono giorni in fila davanti alle questure, venendo multati per bivacco

Sportelli ad hoc anziché file e multe

Dallo scoppio del conflitto, polizia di frontiera e protezione civile monitorano i nostri confini non per respingere, ma per intercettare i flussi di persone in fuga dall’Ucraina e capirne le esigenze. A oggi ne sono arrivate 151mila: nulla in confronto alle centinaia di migliaia accolte dagli Stati vicini, ma abbastanza per destabilizzare il nostro Paese che dal 2017 registra un quinto di questi ingressi. Eppure, nessuno è rimasto senza protezione e supporto. Lo scorso 28 febbraio il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e in poco più di un mese è stata predisposta una tutela concreta ed efficace, affidando l’organizzazione e l’attuazione degli interventi di soccorso al capo del dipartimento della Protezione civile. 

Per capire come il nuovo flusso di profughi sia gestito in maniera diversa dagli altri basta fare un giro nelle questure. Qui, i rifugiati provenienti dall’Ucraina trovano sportelli ad hoc che dall’11 marzo possono rilasciare ricevute di permessi di soggiorno a chi ha i requisiti per chiedere la protezione temporanea speciale. Invece, afghani, pachistani e siriani trascorrono giorni, a volte anche settimane, in fila per poter presentare la propria domanda di protezione internazionale. La cronaca racconta che a Milano, dopo notti passate su strada, le persone hanno ricevuto persino una sanzione per bivacco e per essersi portate alcuni materassi su cui riposare. Non solo. Le ricevute fornite a chi fugge dall’Ucraina vengono rilasciate subito, non costano niente e indicano già un codice fiscale utile a garantire accesso al servizio sanitario nazionale e  quindi alle cure: un diritto che sulla carta è previsto anche per i richiedenti asilo provenienti da altri Paesi, che però nei fatti devono portare avanti le loro pratiche venendo rimpallati tra questure, comuni e agenzie delle entrate.  

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L'attenzione ai minori

Per rendere più snella l’attuazione delle maggiori tutele previste dall’ordinamento per i minori stranieri non accompagnati sia i tribunali per i minorenni sia il Dipartimento libertà civili e immigrazione, braccio operativo del ministero dell’Interno, hanno previsto specifiche disposizioni. I tribunali hanno richiamato l’attenzione dei diversi attori coinvolti nell’identificazione, censimento e affidamento dei minori fuggiti dal conflitto per rendere effettive le procedure previste in questi casi, come per esempio la nomina di un tutore.

Mentre il Governo si è mosso nominando il prefetto Francesca Ferrandino, che è a capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione, commissario delegato per coordinare a livello centrale l’accoglienza rendendo effettive le tutele dettate dalla legge, scongiurare il rischio di tratta dei minori e agire in maniera efficace se scompare un bambino. 

L’empatia non può essere imposta da una legge, ma la gestione ordinata e serena dei flussi migratori orienta in modo positivo l’umore e la disponibilità di chi ospita

Accoglienza diffusa anziché posti negati

Il governo italiano ha anche diversificato le forme di ospitalità, puntando sull’accoglienza diffusa, il coinvolgimento dei comuni e l’autonomia individuale. Da un lato, ha finanziato l’ampliamento degli strumenti ordinari  incrementando i posti del Sistema di accoglienza nazionale (Sai) di tremila unità e dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) di cinquemila. Dall’altro, ha previsto forme alternative di accoglienza diffusa: 15mila posti sono stati affidati a enti privati ma in raccordo con i comuni (tuttavia la misura è in ancora in gran parte inattuata al momento in cui si scrive).

Infine è stato istituito un, seppur breve e modesto, supporto economico a chi non ha usufruito dell’accoglienza pubblica e ha reperito ospitalità privata. Questo succedeva negli stessi giorni in cui le istituzioni raggiungevano apici di negligenza istituzionale verso i richiedenti asilo di altri Paesi. Il 21 giugno, a Roma, molti di loro hanno ricevuto la stessa nota scritta: li informava che in accoglienza non c’erano più posti e li invitava a rivolgersi altrove. A Siena come a Firenze, sempre per via della mancanza di posti, non venivano raccolte o erano ritardate le domande di asilo per far venir meno il presupposto legittimante la richiesta di accoglienza: secondo la legge, manifestare l’intenzione di chiedere asilo dà subito diritto alle tutele previste, inclusa l’accoglienza. A Trieste i richiedenti asilo tornavano a occupare gli spazi abbandonati vicino la stazione e –  anche qui –  ricevevano multe anti-bivacco.

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L'emergenza che non c'è

La gestione dell’emergenza ucraina  ha rivelato l’opportunità di superare dogmi legislativi e la necessità di investire dove il sistema di asilo ha mostrato le falle più evidenti. Fingere, come fatto in questi anni, che i movimenti migratori forzati siano un fenomeno passeggero, temporaneo, straordinario, e rinviare a una data imprecisata la riflessione sul volto e sul futuro della società europea significa al contrario continuare a investire su quelle crepe allargandole fino al crollo irreversibile del sistema e – con esso –  dello spirito europeo di difesa dei valori fondamentali degli stati di diritto. Se da un lato, dunque, ci troviamo di fronte a un’emergenza gestita almeno potenzialmente in modo lungimirante, sull’altro fronte, quello dell’accoglienza di chi fugge da altre guerre e altri rischi, ci scontriamo con una gestione che da anni ha strutturato un’emergenza che non c’è.

Da lavialibera n°16

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