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Aggiornato il giorno 6 febbraio 2026
Aggiornamento del 6 febbraio 2026: Sette condanne per tortura e una per rivelazione di atti d’ufficio al termine del processo di primo grado, svolto secondo il rito ordinario, contro otto agenti della polizia penitenziaria impiegati al carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Altri sei imputati hanno ottenuto un proscioglimento tra prescrizioni e formule di non aver commesso il fatto. Il procedimento riguardava episodi avvenuti tra il 2017 e il 2019 nel padiglione C del penitenziario, area destinata ai detenuti per reati di natura sessuale. La pena più alta inflitta è stata di tre anni e quattro mesi di reclusione, la più bassa di due anni e otto mesi. Nel processo con il rito abbreviato l’ex direttore del carcere, Domenico Minervini, era stato prima condannato a una multa da 300 euro e poi assolto in appello.
In questo filone, il sostituto procuratore Francesco Pelosi aveva chiesto quattordici condanne con pene fino a sei anni di carcere. A vario titolo, gli imputati rispondevano dei reati di tortura, abuso di autorità, lesioni, violenza privata, stato di incapacità procurato mediante violenza, favoreggiamento, omessa denuncia e rivelazione di segreti d'ufficio. Alcuni imputati, insieme al ministero della Giustizia, dovranno inoltre risarcire le vittime, l'associazione Antigone e il garante comunale, regionale e nazionale delle persone private della libertà personale per un ammontare da stabilire in un successivo processo civile. Nel frattempo il giudice ha disposto risarcimenti provvisionali immediatamente esecutivi per complessivi 40mila euro.
L'inchiesta era partita dalle segnalazioni dell'allora garante dei detenuti del Comune di Torino, Monica Gallo. Sono almeno undici le persone che, secondo l'accusa, avrebbero subito violenze e torture. "Si è trattato di un processo molto lungo e faticoso, come lo sono sempre quelli per tortura, che devono fare i conti con difficoltà enormi per l'accertamento dei fatti, che avvengono in luoghi chiusi come le carceri, spesso in ambienti isolati, con pochi testimoni e con un clima di omertà che non sempre è facile scalfire", ha spiegato dopo la sentenza l'avvocato Simona Filippi, responsabile del contenzioso di Antigone.
Durante il processo erano emerse alcune condotte. In particolare una vittima era stata condotta in una stanza e colpita violentemente con schiaffi al volto e al collo e pugni sulla schiena. Poi costretto ad alta voce ad insultarsi e messo faccia al muro per circa 40 minuti, mentre a loro volta gli agenti lo insultavano. "Si tratta della seconda sentenza di questo genere che arriva in pochi giorni, dopo quella decisa dal Tribunale di Firenze – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – come già detto in quel caso, non siamo felici di fronte a queste condanne, perché in carcere non dovrebbe esserci posto per episodi di sopraffazione. Abbiamo però voluto con forza il delitto di tortura, perché crediamo che questo serva in particolar modo alle forze dell'ordine, per riconoscere e isolare chi abusa del proprio ruolo e della divisa che indossa, delegittimando una categoria di operatori che giorno dopo giorno, nonostante le difficoltà e le politiche governative, che scaricano su di loro approcci penal-populistici, provano a restituire alla pena il suo senso costituzionale".
Qui di seguito l'articolo del 4 luglio 2023 sull'inizio del processo
"Non acconsento". Negando le riprese, è iniziato oggi il processo per le presunte torture commesse nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino dagli agenti di polizia penitenziaria, durate tre anni: dal 2017 al 2019. Quasi tutti gli imputati in aula non hanno autorizzato le telecamere Rai a filmarli. Erano molti gli agenti presenti, mentre si notava l'assenza dell'ispettore Maurizio Gebbia: l'ex coordinatore della sezione dove si sarebbero verificati gli episodi e a cui – secondo la ricostruzione dell'accusa – farebbe capo la regia delle violenze.
Prima udienza fissata a due anni dal rinvio a giudizio e a un anno dalla richiesta delle parti civili di anticiparne la data per la possibile prescrizione dei reati, respinta dall'allora presidente della terza sezione penale del tribunale di Torino, Marcello Pisanu. Un ritardo già denunciato da lavialibera e ancora più significativo considerato che, dopo un breve periodo di sospensione, alcuni agenti sono rientrati in servizio venendo persino a contatto con le presunte vittime.
Le torture non sono urgenti. E gli agenti tornano in servizio
"Siamo dispiaciuti", rimarca a lavialibera Francesca Fornelli, avvocata della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della città di Torino, Monica Gallo, che si è costituta parte civile, insieme al garante nazionale, regionale, all'associazione per i diritti dei detenuti Antigone, e a sette persone offese. "Una data così lontana nel tempo rischia di pregiudicare l’accertamento stesso delle responsabilità dei soggetti coinvolti, visto che alcuni episodi si sono verificati nel 2017”.
Le 11 vittime si trovavano nel padiglione C, quello destinato anche ai cosiddetti sex offender, cioè gli autori di reati sessuali. A loro, stando alle carte dell’inchiesta, l'ispettore Gebbia e gli agenti riservavano pestaggi e umiliazioni
In 22, tra agenti di polizia penitenziaria e sindacalisti dell’Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria (Osapp), hanno scelto il rito ordinario. Invece, a optare per il rito abbreviato, la cui prossima e forse ultima udienza è fissata il 14 luglio 2023, sono stati in tre: Domenico Minervini, ex direttore del carcere, e l'allora comandante degli agenti di polizia penitenziaria Giovanni Battista Alberotanza. Entrambi sono accusati di omessa denuncia e favoreggiamento. Tra gli agenti, l'unico ad aver adottato questa soluzione è Alessandro Apostolico che con "violenze gravi" e "crudeltà" avrebbe provocato "acute sofferenze fisiche" a un detenuto e poi l'avrebbe minacciato per assicurarsi l'impunità. Il pubblico ministero Francesco Pelosi ha chiesto un anno di carcere per Minervini, un anno e due mesi per Alberotanza e quattro anni per Apostolico.
L’inchiesta è partita grazie alle segnalazioni di Gallo, venuta a conoscenza di ripetuti episodi di violenza e dell’uso improprio di alcune celle per isolare i detenuti che davano segno di scompenso psichico, quando in questi casi l’istituto penitenziario del capoluogo piemontese dispone di una sezione ad hoc. La gran parte delle vittime, in totale 11, si trovava nel padiglione C, quello destinato anche ai cosiddetti sex offender, cioè gli autori di reati sessuali. A loro, stando alle carte dell’inchiesta, l'ispettore Gebbia e gli agenti riservavano pestaggi e umiliazioni.
Le parti civili: "Impossibile che i vertici non sapessero"
Il reato di tortura è stato introdotto nel nostro ordinamento nel 2017, dopo un iter travagliato durato quattro anni. Il provvedimento, frutto della sintesi di 11 diverse proposte di legge, ha diviso le forze politiche: promotore ne è stato il Partito democratico che si è scontrato con l'opposizione della destra. In primis di Lega e Fratelli d'Italia che hanno giudicato la legge punitiva nei confronti delle forze dell'ordine, nonché limitante per il loro operato. La norma prevede la reclusione da quattro a dieci anni per chiunque, con violenze o minacce gravi o con crudeltà, provochi a una persona privata della libertà o affidata alla sua custodia "sofferenze fisiche acute" o un trauma psichico verificabile. La pena sale da cinque a 12 anni se a commettere il reato è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio. Nel 2021 ci sono state le prime sentenze per gli agenti penitenziari: il 15 gennaio un poliziotto è stato condannato a tre anni di reclusione per aver ammanettato e pestato un detenuto dopo averlo costretto a inginocchiarsi durante una perquisizione. Il 17 febbraio è stata la volta di dieci agenti responsabili di un "brutale pestaggio" a San Gimignano che ha avuto per vittima un tunisino.
Una situazione di cui i vertici della casa circondariale erano a conoscenza. Ad avvertire Minervini, rimosso dopo le accuse, era stata Gallo. Ma, una volta informato, l'ex direttore aveva aiutato gli “agenti coinvolti ad eludere le investigazioni dell’autorità, omettendo di denunciare i fatti di cui era venuto a conoscenza”, scrive il pm nella richiesta di rinvio a giudizio presentata a luglio 2021.
Stesso modus operandi adottato anche dall’ex comandante Giovanni Battista Alberotanza, accusato di aver anche lui aiutato gli “agenti coinvolti ad eludere le investigazioni delle autorità, omettendo di denunciare i pestaggi e le altre vessazioni”, ma non solo: ha condotto “un’istruttoria interna dolosamente rivolta a smentire quanto accaduto”. Alberotanza – si legge sempre nella richiesta di rinvio a giudizio – era stato informato dell’indagine avviata dalla procura di Torino dai due sindacalisti: Leo Beneduci e Gerardo Romano. Grazie a loro, Alberotanza aveva saputo di avere il telefono sotto controllo per un’inchiesta sui pestaggi all’interno del Lorusso-Cutugno.
La difesa dell'ex direttore: "Segnalazioni troppo generiche"
"Non ho avvertito l'autorità giudiziaria perché le segnalazioni erano troppo generiche", è stata questa la difesa di Minervini in aula. La stessa di Alberotanza, che ha detto di essere venuto a conoscenza dell'inchiesta condotta dalla procura di Torino solo il giorno dell'arresto degli agenti, quando tutti all'interno dell'istituto "sono rimasti sorpresi", negando di essere stato informato dai sindacalisti. Ha anche sostenuto di non aver avuto notizia di abusi, se non in riferimento a un singolo episodio: un detenuto fatto rimanere in piedi davanti a un cancello contro la sua volontà.
"Non ho denunciato all'autorità giudiziaria perché le segnalazioni che avevo ricevuto erano troppo generiche" Domenico Minervini - ex direttore Lorusso
Una ricostruzione contestata dalle parti civili, che hanno ribadito: "Impossibile che i vertici non sapessero: hanno scelto di proteggere gli agenti a discapito del rispetto dei diritti dei detenuti". Gli avvocati dei due Garanti, Davide Mosso e Roberto Capra, hanno anche ricordato la valenza del processo che il legale Mosso ha definito "estremamente importante", precisando che "a 50 anni di distanza dal processo a Giorgio Coda, vice direttore del manicomio di Collegno e direttore della struttura psichiatrica per bambini Villa Azzurra, imputato per maltrattamenti, ci troviamo a fare un processo sull’altra istituzione totalitaria della città: il carcere". Nella lente, ci sono ripetuti episodi di violenza che, per Capra, hanno leso la dignità dei detenuti ed erano caratterizzati dalla gratuità, cioè prescindevano dal comportamento dei reclusi in istituto, tanto "che gli agenti si erano preoccupati persino di ottenere le carte processuali dei reclusi, in modo da poterli insultare meglio".
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