Un corridoio del carcere Lorusso-Cutugno. Credits: Marco Panzarella
Un corridoio del carcere Lorusso-Cutugno. Credits: Marco Panzarella

Carcere, gli abusi della polizia penitenziaria non sono urgenti

Sono accusati di aver picchiato e umiliato i detenuti nel carcere Lorusso-Cutugno di Torino, ma il processo inizierà a luglio del 2023. Intanto, gli agenti continuano a lavorare nella stessa casa circondariale, venendo anche a contatto con le presunte vittime. Il Garante nazionale Mauro Palma a lavialibera: "Bisogna intervenire subito"

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

Aggiornato il giorno 1 giugno 2022

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Sono accusati di aver picchiato e umiliato i detenuti nel carceredi Torino: maltrattamenti durati per tre anni, dal 2017 al 2019. Una delle ipotesi di reato è la tortura, ma il processo per lo scandalo che ha travolto l’istituto penitenziario Lorusso e Cutugno fino a toccarne i vertici, imputati per aver coperto i presunti abusi, inizierà solo a luglio del 2023. Il 31 maggio c'è stata la prima udienza per le tre persone che hanno scelto il rito abbreviato, mentre per le altre 22 l’appuntamento in aula è tra un anno.

Il 20 maggio scorso il presidente della terza sezione penale del tribunale di Torino, Marcello Pisanu, ha respinto la richiesta fatta dalle parti civili di anticipare la data: la questione “non è urgente”. Nel frattempo, alcuni agenti di polizia penitenziaria coinvolti nell’inchiesta continuano a lavorare nello stesso istituto, venendo anche a contatto con le presunte vittime. 

“Bisogna intervenire subito. non stiamo parlando di una piccola imputazione. I valori potenzialmente lesi richiederebbero un’urgenza diversa e gli accertamenti devono essere immediati per verificare se ci sono o meno delle responsabilità, e salvaguardare i detenuti da nuovi possibili abusi” Mauro Palma - Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale

“Bisogna intervenire subito”, dice a lavialibera il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, aggiungendo che “non stiamo parlando di una piccola imputazione. I valori potenzialmente lesi richiederebbero un’urgenza diversa e gli accertamenti devono essere immediati per verificare se ci sono o meno delle responsabilità, e salvaguardare i detenuti da nuovi possibili abusi”.

Gli argomenti:

Il reato di tortura è stato introdotto nel nostro ordinamento nel 2017, dopo un iter travagliato durato quattro anni. Il provvedimento, frutto della sintesi di 11 diverse proposte di legge, ha diviso le forze politiche: promotore ne è stato il Partito democratico che si è scontrato con l'opposizione della destra. In primis di Lega e Fratelli d'Italia che hanno giudicato la legge punitiva nei confronti delle forze dell'ordine, nonché limitante per il loro operato. La norma prevede la reclusione da quattro a dieci anni per chiunque, con violenze o minacce gravi o con crudeltà, provochi a una persona privata della libertà o affidata alla sua custodia "sofferenze fisiche acute" o un trauma psichico verificabile. La pena sale da cinque a 12 anni se a commettere il reato è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio.


Violenze fisiche e verbali contro i detenuti

L’inchiesta è partita grazie alle segnalazioni della Garante di Torino, Monica Gallo, venuta a conoscenza di ripetuti episodi di violenza e dell’uso improprio di alcune celle per isolare i detenuti che davano segno di scompenso psichico, quando in questi casi l’istituto penitenziario del capoluogo piemontese dispone di una sezione ad hoc. La gran parte delle vittime, in totale 11, si trovava nel padiglione C, quello destinato anche ai cosiddetti sex offender, cioè gli autori di reati sessuali. A loro, stando alle carte dell’inchiesta, l'ispettore Maurizio Gebbia (ex responsabile della sezione) e gli agenti riservavano pestaggi e umiliazioni.

È il caso di D, preso a pugni al volto fino a perdere un dente, e bersagliato di sputi. O di C, svegliato in piena notte e preso a cinghiate. O di E, costretto a dormire sulla lastra di metallo della branda perché privato del materasso. Dopo le botte, seguivano le intimidazioni dirette a garantire il silenzio: in caso di denuncia, venivano assicurate ritorsioni persino peggiori. E così, in infermeria, la responsabilità di quegli occhi neri e di quei nasi fratturati era attribuita a un compagno di sezione o alla propria disattenzione: un’accidentale caduta dalle scale, o l’anta di uno stipetto lasciata aperta.

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Le violenze non si limitavano all’aspetto fisico. I pestaggi erano accompagnati e intervallati da violenze verbali e abusi che rendevano infernale la quotidianità dei detenuti. Come le perquisizioni arbitrarie nelle celle, dove gli agenti buttavano tutto per terra, strappavano le mensole dal muro e spruzzavano il detersivo per i piatti sul materasso e sui vestiti.

“Ti renderemo la vita molto dura, te la faremo pagare, ti faremo passare la voglia di stare qui dentro” dicevano a D, costringendolo in un’altra occasione a ripetere ad alta voce nel corridoio della sezione: “Sono un pezzo di merda”. Poi c’erano gli inviti al suicidio (“Figlio di puttana, ti devi impiccare”), gli insulti (“Pedofilo, pezzo di merda”) e le confessioni: “Ti ammazzerei e invece devo tutelarti”.

La copertura dei vertici del carcere

Una situazione di cui i vertici della casa circondariale erano a conoscenza. Ad avvertire Domenico Minervini, l’allora direttore della struttura, rimosso dopo le accuse di favoreggiamento e omessa denuncia, era stata Gallo. Ma una volta informato, Minervini aveva aiutato gli “agenti coinvolti ad eludere le investigazioni dell’autorità, omettendo di denunciare i fatti di cui era venuto a conoscenza”, scrive il pubblico ministero Francesco Saverio Pelosi nella richiesta di rinvio a giudizio presentata a luglio 2021.  

Stesso modus operandi adottato anche dall’ex comandante Giovanni Battista Alberotanza, accusato di favoreggiamento per aver anche lui aiutato gli “agenti coinvolti ad eludere le investigazioni delle autorità, omettendo di denunciare i pestaggi e le altre vessazioni”, ma non solo: ha condotto “un’istruttoria interna dolosamente rivolta a smentire quanto accaduto”.

Alberotanza – si legge sempre nella richiesta di rinvio a giudizio – era stato informato dell’indagine avviata dalla procura di Torino da due sindacalisti dell’Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria (Osapp): Leo Beneduci e Gerardo Romano. Grazie a loro, Alberotanza aveva saputo di avere il telefono sotto controllo per un’inchiesta sui pestaggi all’interno del Lorusso-Cutugno.

Una volta informato degli abusi, l'ex direttore del carcere aveva aiutato gli “agenti coinvolti ad eludere le investigazioni dell’autorità, omettendo di denunciare i fatti di cui era venuto a conoscenza”, scrive il pm nella richiesta di rinvio a giudizio

La difesa dell'ex direttore: "Segnalazioni troppo generiche"

Entrambi gli ex dirigenti, più un agente, hanno scelto il rito abbreviato. In aula, Minervini ha detto di essere venuto a conoscenza dei pestaggi all'interno del carcere grazie alla denuncia di un detenuto nigeriano. Detenuto che, però, poi – ha sostenuto Minervini – è stato "giudicato inattendibile" perché trovato "in stato di alterazione da cannabinoidi" e perché ha indicato come responsabile dell'aggressione l'ispettore Gebbia, ma il giorno del presunto pestaggio "Gebbia non era in servizio".

L'ex direttore del carcere di Torino ha ammesso anche di essere stato informato dalla Garante di Torino Monica Gallo degli abusi, ma ha motivato la scelta di non fare denuncia all'autorità giudiziaria con il fatto che le "segnalazioni di Gallo erano troppo generiche". Ha ribadito di aver avuto "buoni rapporti con la Garante di Torino", anche se a partire dal 2018 la Gallo avrebbe "perso la fiducia" nei suoi confronti "senza motivo". 

Nel 2019 Gebbia è stato messo alla guida di un altro padiglione (il padiglione B) a seguito di "un avvicendamento preparato da tempo, dopo molte consultazioni", e a domanda "se pensa che l'ispettore fosse idoneo a guidare un altro reparto?", Minervini ha risposto: "Ho pensato che lo spostamento avrebbe fatto bene anche a lui". La difesa ha puntato molto sulla complessità del carcere di Torino, e sull'assenza dei tre vice direttori previsti dalla pianta organica (poi ridotti a due).

Quando Minervini ne era al vertice, l'unica persona ad affiancarlo era la vicedirettrice Francesca Daquino, che per tre giorni a settimana doveva fare la spola con Aosta ed era "spesso assente per malattia", "tanto che – prosegue l'ex direttore del Lorusso-Cutugno – Gallo era stata molto dura nei suoi confronti in un'email", aggiungendo che in pratica si trovava a "gestire l'istituto da solo" ed era "molto in sofferenza".

La difesa dell'ex comandante: "Non sapevo dell'inchiesta in Procura né degli abusi"

In aula, Alberotanza ha detto di essere venuto a conoscenza dell'inchiesta condotta dalla procura di Torino solo il giorno dell'arresto degli agenti, quando tutti all'interno dell'istituto "sono rimasti sorpresi", negando di essere stato informato dal sindacalista Gerardo Romano. Ha anche sostenuto di non aver avuto notizia di abusi, se non in riferimento a un singolo episodio: un detenuto fatto rimanere in piedi davanti a un cancello contro la sua volontà.

"Dell'episodio – ha raccontato Alberotanza – me ne parlò una sola volta Minervini, chiedendomi di fare degli accertamenti. Feci il mio dovere mandando un'email all'ufficio competente: l'ufficio atti di polizia giudiziaria". La difesa ha anche cercato di delegittimare gli autori delle segnalazioni negative nei confronti dell'ex comandante, scelta che ha sollevato critiche in aula.    

Accertamento dei fatti a rischio

Per tutti gli altri il processo partirà a luglio del 2023. A nulla è servita l’istanza per chiedere di anticipare la prima udienza presentata da tutte le parti civili: la Garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino, Monica Gallo, il Garante regionale, il Garante nazionale, e l’associazione Antigone (seguita nel processo dall’avvocato Simona Filippi). Il presidente della terza sezione penale del tribunale del capoluogo piemontese, a cui è stato affidato il fascicolo, l’ha rigettata considerando la faccenda “non urgente”.

Reato di tortura nelle carceri: tutti i fronti aperti

Il motivo – a suo avviso – è che l’istanza di anticipazione dell’udienza si fondava sulla possibile prescrizione di alcuni dei reati contestati: elementi che non costituiscono “quell’eccezionale gravità” considerata “idonea a giustificare un trattamento preferenziale rispetto ad altri processi”, visto il sotto organico di personale.

“Il fatto che alcuni reati potrebbero prescriversi a breve non dovrebbe essere una ragione così da poco”, commenta l’avvocato Francesca Fornelli, difensora di Gallo. Ma per Fornelli non è l’unico problema: “Una data così lontana nel tempo rischia di pregiudicare l’accertamento stesso delle responsabilità dei soggetti coinvolti, visto che alcuni episodi si sono verificati nel 2017”.

“Una data così lontana nel tempo rischia di pregiudicare l’accertamento stesso delle responsabilità dei soggetti coinvolti, visto che alcuni episodi si sono verificati nel 2017” Francesca Fornelli - avvocato del Garante di Torino Monica Gallo

Parlando con lavialibera, sulla questione è voluto intervenire il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma: “I valori potenzialmente lesi richiederebbero un’urgenza diversa”, dice, ricordando che intanto gli agenti continuano a lavorare nello stesso penitenziario. Per il Garante la situazione torinese è sintomatica non solo di come certi valori vengano “erroneamente giudicati di secondaria importanza”, ma anche di come “il problema della lunga durata dei processi non sia solo un problema teorico, che attiene agli uffici, ma ha ricadute dirette sui diritti delle persone”.

*Questo articolo è stato aggiornato aggiungendo quanto, stando a una fonte de lavialibera, è emerso durante le udienze del processo in rito abbreviato scelto dall'ex direttore del carcere Lorusso-Cutugno Minervini, l'ex comandante degli agenti di polizia penitenziaria Alberotanza, e l'agente Apostolico.  

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