Uno scorcio di Addis Abeba, capitale dell'Etiopia
Uno scorcio di Addis Abeba, capitale dell'Etiopia

L'Etiopia e la stabilità apparente, ancora tensioni dopo il conflitto nel Tigray

A un anno dalla fine della guerra nel Tigray, a nord della capitala Addis Abeba, i disordini si sono spostati nella regione dellAmhara, la seconda più popolosa del paese africano, dove le milizie locali combattono contro il governo federale guidato dal premier Abiy Ahmed

Matteo Giusti

Matteo GiustiGiornalista

15 novembre 2023

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ADDIS ABEBA – Atterrando ad Addis Abeba si ha la sensazione di essere in un luogo speciale. Sarà la sua collocazione, a quasi 2500 metri adagiata sul vertiginoso altipiano etiope, o la sua aria caratteristica da cittadina provinciale divenuta grande metropoli troppo rapidamente. I lunghi viali e le continue rotatorie che cercano di far defluire un traffico lento e antico cozzano con i quartieri tradizionali e le tante baraccopoli cresciute in mezzo ai grattacieli. Addis Abeba, che in amarico significa “Nuovo Fiore”, nasce per volontà dell’imperatore Menelik II alla fine del 1800 dove prima c’erano soltanto villaggi di pastori. 

Africa, questione di interessi

La città si è sviluppata rapidamente e senza un piano regolatore, come si evince camminando tra le sue vie. Qui si incontrano quasi tutte le centinaia di etnie che compongono il complesso mosaico dell’Etiopia, anche se gli oromo e gli amhara sono i due gruppi maggioritari. La convivenza in questa area tecnicamente federale e così esclusa da ogni disputa tribale è pacifica e molto proficua, tant’è che la città vanta un’economia vivace e proiettata nel futuro. 

Dal Tigray all'Amhara

Addis Abeba è considerata la capitale simbolica del continente africano da quando la sede dell’Unione africana l’ha scelta come luogo di ogni decisione. Il grande palazzo scintillante è appena fuori dal centro cittadino ed è guardato a vista dai militari, che hanno piazzato check-point ogni 200 metri, timorosi di una qualsiasi minaccia che possa raggiungere questo edificio simbolo. 

Addis Abeba è considerata la capitale simbolica del continente africano da quando la sede dell’Unione africana l’ha scelta come luogo di ogni decisione

L’Etiopia è il paese più stabile e stabilizzatore dell’intero Corno d’Africa, forte di un esercito utilizzato più volte in Somalia, nella speranza di dare un futuro al martoriato stato confinante, ma anche in molte crisi che hanno destabilizzato i paesi africani. Un anno fa è terminata una feroce guerra civile che per oltre due anni ha  insanguinato il Tigray, la regione a nord della capitale, che voleva una secessione dall’Etiopia.

L’Etiopia è il paese più stabile dell’intero Corno d’Africa, forte di un esercito utilizzato più volte in Somalia, nella speranza di dare un futuro al martoriato stato confinante, ma anche in molte crisi che hanno destabilizzato i paesi africani

Il Fronte popolare di liberazione del Tigray è riuscito a prendere il controllo di tutta l’area, minacciando di marciare su Addis Abeba e giungendo ad appena un centinaio di chilometri dalla capitale. Offensive e controffensive hanno bilanciato gli scontri anche grazie al supporto delle truppe eritree, giunte in Tigray per aiutare l’esercito federale, che si sono macchiate di crimini gravissimi contro la popolazione, soprattutto quella di fede cristiana.

Una situazione precaria

Oggi la situazione appare precaria: le milizie locali rimangono pesantemente armate e l’esercito governativo ha accettato di non disarmare gli ormai ex secessionisti. Da alcuni mesi, però, l’attenzione si è spostata sulla regione Amhara, la seconda più popolosa del Paese, dove le milizie locali chiamate Fano (Combattenti per la libertà) hanno imbracciato le armi contro il governo federale guidato dal premier Abiy Ahmed

I primi scontri sono iniziati nel gennaio del 2023, in reazione all’esclusione dei rappresentanti delle milizie amhara dagli accordi pace siglati a Pretoria con i ribelli tigrini. Queste forze etniche hanno combattuto a fianco dell’esercito governativo e sono state determinanti per la controffensiva finale della primavera-estate del 2022. Il malcontento per l’esclusione dal tavolo delle trattative, il concreto rischio che i territori occupati e contesi tornino al Tigray e, soprattutto, il piano del governo di sciogliere tutte le milizie etnico-locali per convogliarle nell’esercito federale, ha scatenato una forte reazione degli amhara. 

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Ad agosto l’offensiva in questa regione chiave, situata a circa 50 chilometri dalla capitale Addis Abeba, si è conclusa con il controllo di tutte le città principali dello Stato di Amhara e dei suoi aeroporti, facendo arretrare l’esercito nazionale in un caposaldo a soli 20 chilometri dalla capitale. Le trattative sono subito partite: a settembre i Fano hanno lasciato le città e si sono ritirati nella campagne, ma la situazione in amhara resta molto tesa. Lasciando Addis Abeba per recarsi a Debre Birhan, il primo centro importante degli amhara e testa di ponte delle forze armate tribali, si incontrano quattro check-point fra governativi e miliziani locali, che fanno capire perfettamente gli equilibri di potere. 

Si attraversa per pochi chilometri anche la regione Oromo, che si interseca fra l’area federale e gli amhara, e qui è la polizia oromo che effettua i controlli e sconsiglia di continuare il viaggio. Arrivati nella cittadina di Debre Birhan la situazione appare decisamente tranquilla. Si tratta di un centro abitato di circa 70mila abitanti brulicante di vita e con un mercato agricolo importante. Da queste parti la gente è per la maggioranza amhara, ma molti contadini e pastori oromo vengono qui a vendere i loro prodotti. Agli angoli delle strade la polizia locale controlla, mentre dell’esercito federale non vi è traccia, anche se da alcune settimane sono tornati nelle loro caserme. 

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Un politico di etnia amhara spiega cosa ha scatenato le proteste e cosa è necessario affinché la situazione torni sotto controllo e possa ricominciare una pacifica convivenza. “Il governo di Addis Abeba ha sfruttato gli amhara, li ha usati per difendere se stesso e i propri interessi e ora che non gli serviamo più hanno deciso di metterci da parte. Abbiamo visto cosa è stata la guerra a nord (nel Tigray, ndr) e non vogliamo che il nostro popolo soffra come hanno sofferto i tigrini. Servono riforme importanti e profonde che trasformino questo paese, la centralizzazione di ogni potere nelle mani degli oromo, l’etnia di cui fa parte il premier Abiy Ahmed, sta distruggendo gli equilibri raggiunti con fatica in anni di convivenza. Noi accusiamo il governo di voler trasformare l’Etiopia in una gigantesca Oromia, dove le altre etnie non hanno nessun potere. Gli amhara non accettano questa deriva e lotteranno per difendere i propri diritti”. 

"Servono riforme importanti e profonde che trasformino questo paese, la centralizzazione di ogni potere nelle mani degli oromo", spiega un politico amhara

Sulla questione dello scioglimento di tutti gli eserciti regionali, una mossa che darebbe indubbia stabilità al Paese, la risposta è netta. “Non è possibile finché non potremo fidarci completamente dell’esercito e della polizia federale. Al momento solo le milizie tribali garantiscono che non ci siano soprusi e sopraffazioni sul nostro popolo. Non vogliamo la violenza, ma vogliamo difenderci”. 

La situazione resta molto delicata, con l’equilibrio che potrebbe rompersi da un momento all’altro trascinando l’Etiopia in una nuova guerra civile a soltanto un anno dalla fine di quella del Tigray.

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