Verona, 18 maggio 2024. Papa Francesco presiede l'Incontro "Arena di Pace - Giustizia e Pace si baceranno" (Emanuele Pennacchio/Ansa)
Verona, 18 maggio 2024. Papa Francesco presiede l'Incontro "Arena di Pace - Giustizia e Pace si baceranno" (Emanuele Pennacchio/Ansa)

Arena di Pace in un mondo in guerra

Diecimila persone a Verona per discutere di disarmo e democrazia e per organizzare una lotta dal basso, a partire dall'obiezione di coscienza, contro l'escalation di violenza e le guerre. Papa Francesco: "Se l'idea che abbiamo del leader è quella di un solitario, al di sopra di tutti gli altri, allora stiamo facendo nostra una visione impoverita e impoverente" e poi "nessuno esiste senza gli altri, nessuno può fare tutto da solo"

Natalie Sclippa

Natalie SclippaRedattrice lavialibera

20 maggio 2024

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Il 18 maggio dieci mila persone all'Arena di Verona hanno discusso di disarmo, democrazia, economia e lavoro, ecologia e migrazioni. Centinaia di associazioni hanno lavorato e si sono preparate all'incontro in questi ultimi mesi. L'Arena di Pace 2024 ha radunato movimenti popolari da tutto il mondo con un obiettivo: lavorare alla costruzione di un'altra narrazione del mondo.

"L'assenza di conflittualità non significa che vi sia la pace, ma che si è smesso di vivere, di pensare, di spendersi per ciò in cui si crede"Papa Francesco

Nella giornata conclusiva, Papa Francesco, dopo aver ascoltato le domande degli attivisti e delle attiviste, ha commentato: "Se l'idea che abbiamo del leader è quella di un solitario, al di sopra di tutti gli altri, chiamato a decidere e agire per conto loro e in loro favore, allora stiamo facendo nostra una visione impoverita e impoverente, che finisce per prosciugare le energie creative di chi è leader e per rendere sterile l'insieme della comunità e della società", aggiungendo "nessuno esiste senza gli altri, nessuno può fare tutto da solo". E poi: "Se c’è vita, se c’è una comunità attiva, se c’è un dinamismo positivo nella società, allora ci sono anche conflitti e tensioni. L'assenza di conflittualità non significa che vi sia la pace, ma che si è smesso di vivere, di pensare, di spendersi per ciò in cui si crede. Il primo passo da fare per vivere in modo sano tensioni e conflitti è riconoscere che fanno parte della nostra vita, sono fisiologici, quando non travalicano la soglia della violenza. Quindi non averne paura." 

La pace è un altro gioco 

"Dobbiamo costruire alleanze con chiunque rifiuti la logica della violenza e della sopraffazione – sono le parole di don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, dal palco dell'Arena –. È necessario convertire le parole, il lessico della guerra alle esigenze della pace: combattere per la pace in tutte le sedi possibili, assediare le istituzioni nazionali e internazionali chiamate a renderla possibile, riarmare la diplomazia dando spazio dignità strumenti, vendicare il diritto internazionale – sempre calpestato dalla prepotenza delle armi – disertare le discussioni che vedono nella guerra un male necessario, qualcosa che non si può estirpare. Il necessario dissenso chiaro verso chi avvalla le ragioni della violenza per profitto, per interessi personali, come l'industria delle armi, coperta da quei politici che la fomentano. Serve uno scossone morale".

"Serve un necessario dissenso chiaro verso chi avvalla le ragioni della violenza per profitto, per interessi personali, come l'industria delle armi, coperta da quei politici che la fomentano. Serve uno scossone morale"Luigi Ciotti

All'appuntamento erano presenti testimoni internazionali come la giornalista e attivista afghana Mahbouba Seraj, l'attivista ugandese per il clima Vanessa Nakate, l'economista e attivista brasiliano Joao Pedro Stedile, gli imprenditori Maoz Inon (israeliano), Aziz Abu Sarah (palestinese) e lo storico, politico e attivista italiano Andrea Riccardi. L'obiettivo, dopo la giornata di sabato, è dare continuità al lavoro fatto, di chiedere a politica e istituzioni, oltre che a Papa Francesco, di costruire risposte.

Le testimonianze dall'Arena

Dall'Arena di Verona molte voci si sono alzate per chiedere un robusto cambiamento di rotta rispetto a un presente di violenza, in cui le armi sono protagoniste. Olga Karatch, giornalista e attivista bielorussa che il regime di Lukashenko vuole morta, ha voluto sottolineare i rischi che si corrono quando i governi decidono di seguire logiche di riarmo. "La conseguenza immediata è che ci sia una romanticizzazione della guerra e che le persone siano attirate da questa narrazione, anche se questo comporta un passo indietro rispetto ai diritti civili, dei migranti e delle minoranze. Serve fare particolare attenzione alla parità di genere, perché una società in guerra è una società patriarcale: gli uomini servono al fronte, imbracciano il fucile e le donne devono essere ispirazione per chi sta in prima linea. Chiunque si discosti da questi modelli viene considerato sbagliato e pericoloso". 

Pace: una parola, mille modi per intenderla 

Gli imprenditori Maoz Inon (israeliano) e Aziz Abu Sarah (palestinese) hanno raccontato come la loro storia personale li abbia portati a cercare la pace. "Ho perso i miei genitori il 7 ottobre – comincia Inon – e tutto ciò che vedevo era rabbia e dolore. Poi ho deciso che c'era un'altra strada da poter percorrere, per curare me stesso e il mondo, dal fiume al mare, tutta l'umanità". Anche Sarah è convinto che si debba scegliere un percorso diverso dalle armi. "Mio fratello è stato ucciso nella prima intifada. Quello che vogliamo dimostrare insieme è che la pace è possibile. La violenza non può essere la risposta adeguata: ci saranno solo altri lutti, altre sofferenze, come quella che abbiamo provato noi. Noi siamo l'esempio di un futuro possibile: possiamo avere libertà, dignità e sicurezza senza combattere."

I genitori di Maoz Inon hanno perso la vita il 7 ottobre, il fratello di Aziz Abu Sarah è stato ucciso durante la prima intifada. Vogliono dimostrare che la violenza non è l'unica risposta


"Il rischio che ci attende – commenta padre Alex Zanotelli, che lavialibera ha incontrato a margine dell'evento – è quello di una guerra mondiale che sarà necessariamente una guerra nucleare a cui succederà un inverno nucleare. L'arma atomica pone ancora questa domanda". Il padre comboniano appoggia le azioni degli attivisti che vengono criminalizzati. "Hanno il mio totale appoggio. Oggi parte dell'esperienza della nonviolenza attiva è quella della disobbedienza civile, ma devi essere disposto ad essere arrestato, a essere portato in tribunale. Si deve pagare un prezzo per queste azioni: fare pace è una roba seria". 

I prossimi passi dopo l'Arena di Pace

L'Arena di Pace non può limitarsi ad essere un grande evento. Il lavoro dei movimenti per la pace e il disarmo, come lo stesso Papa ci ha incoraggiato, deve andare avanti ogni giorno

I gruppi dei tavoli di lavoro su disarmo, democrazia, economia e lavoro, ecologia e migrazioni hanno prodotto dei documenti che sono il riassunto delle riflessioni fatte in questi mesi da centinaia di associazioni laiche e religiose. Ne è uscito un testo, poi consegnato nelle mani del pontefice, dove si legge che l'Arena si batte "innanzitutto per una formazione che educhi alla cultura della pace, per la difesa della democrazia, per l'uscita dalle fonti fossili, di tutelare i diritti umani di chiunque decida di migrare". Per le associazioni italiane è stato un momento di confronto. Come sottolineato da Giuseppe De Marzo, coordinatore nazionale della rete dei Numeri pari, il documento è stato costruito da tutti i partecipanti a questi mesi di riflessione.

Ma è solo il primo passo, testimonanza del fatto che molta parte delle popolazioni mondiali non vogliono la guerra e che perciò spingono per unire gli sforzi e le lotte per ciò da cui e per cui le guerre hanno alimento: le disuguaglianze sociali, le povertà, la crisi ecoclimatica. Emblematiche le parole di Mao Valpiana, presidente del Movimento nonviolento: "L'Arena di Pace non può limitarsi ad essere un grande evento. Il lavoro dei movimenti per la pace e il disarmo, come lo stesso Papa ci ha incoraggiato, deve andare avanti ogni giorno, attraverso le nostre campagne che sono le gambe su cui la pace cammina." Come quella per l'obiezione di coscienza che il movimento ha rilanciato a pochi giorni dall'evento. "Serve passare – conclude Valpiana – dalla chiamata alle armi alla chiamata all'obiezione di coscienza". 

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