Trapani. Dove domina (il) Denaro

La lotta contro Cosa nostra più che a Palermo si combatte a Trapani, humus adatto per banche e imprese criminali

Rino Giacalone

Rino GiacaloneGiornalista e direttore di Alqamah.it

30 gennaio 2020

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Nel raccontare oggi la mafia trapanese dobbiamo partire dalla lezione che ci hanno lasciato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che con Cosa nostra trapanese avevano fatto bene i conti. I due magistrati segnavano una profonda differenza tra la mafia palermitana e quella trapanese: la prima, dicevano, era quella militare, la seconda quella economica. La prima è stata più facile da colpire, ma non è sconfitta; la seconda ancora primeggia nonostante arresti, condanne e decine di provvedimenti di confisca, che nel trapanese superano il volume di decine di milioni di euro. A Trapani, poi, la mafia economica resta nelle mani di un latitante che si chiama Matteo Messina Denaro, ha 57 anni e lo cercano da 26 anni. Un capo mafia che passa dalla mafia violenta, delle coppole e delle lupare, a quella elegante che porta valigette piene di denaro contante.

Il re di Denaro: ecco la rete di fiancheggiatori e imprenditori vicini a Matteo Messina Denaro

Il brutto bruco della mafia assassina si è chiuso dentro una crisalide dalla quale è uscita Tonino D'Alìla farfalla della mafia non violenta che, sotterrate le armi, usa la corruzione e vende i suoi voti. La mafia delle imprese e delle banche a Trapani ha trovato un humus perfettamente adatto al suo sviluppo. Trapani la città di certe banche e banchieri. Sulla Banca Sicula della famiglia D’Alì, il cui esponente più noto è l'ex senatore e sottosegretario  – attualmente soggetto all'obbligo di dimora per le sue frequentazioni pericolose – indagò nel 1991 il vice questore Rino Germanà, due anni dopo scampato a un agguato organizzato da Bagarella, Graviano e Messina Denaro, all'epoca campiere nei terreni dei D'Alì a Castelvetrano. Più recente il caso della Cassa rurale di Paceco, finita nel 2016 sotto amministrazione giudiziaria per l'ipotesi di collegamenti con la massoneria e alcuni soggetti pregiudicati per reati di mafia. Trapani, città delle finanziarie dove si sarebbe raccolto denaro sporco che – ripulito – è servito come garanzia per i mafiosi presso le city finanziarie europee. Nei primi anni 2000 la mafia era pronta a lanciare una banca tutta sua, ma l’operazione è stata mandata all’aria da un’indagine della Squadra mobile guidata dall’odierno direttore del Servizio centrale anticrimine, Giuseppe Linares, e coordinata dal pm Andrea Tarondo.

Una mafia borghese

Qui la mafia non è la Cosa nostra dei viddani, ma la mafia dei borghesi. Esempi? Il medico Melchiorre Allegra, specialista in malattie infettive e boss, in epoca fascista finì arrestato e confessò l’esistenza dell’organizzazione mafiosa. Oppure l’imprenditore trapanese Totò Minore, uomo d’onore che viveva con il rispetto di una intera città, presidente della squadra di calcio, tra i protagonisti del sacco edilizio della città e contrario alla presenza nel suo territorio delle raffineria di droga dei corleonesi di Riina, che volle la sua morte nel novembre 1982. E sempre imprenditori con buone frequentazioni sono stati gli ultimi accertati capi, Vincenzo Virga e Francesco Pace, tutt’altro che viddani.

Questa mafia ha sempre avuto una precisa capacità della sommersione che funziona ancora oggi. È tanto legata alla massoneria da averne assorbito anche le caratteristiche organizzative. Mafiosi affiliati alla massoneria ne esistono tanti, ma il più importante fu il mazarese Mariano Agate tra gli iscritti alla loggia segreta C creata all’interno del circolo culturale capeggiato da un professore di filosofia, Gianni Grimaudo. Un circolo ben frequentato, anche da magistrati e giudici, pronti a colpire il lavoro onesto di loro colleghi, alcuni dei quali uccisi da Cosa nostra, come Gian Giacomo Ciaccio Montalto.

Non c’è indagine oggi condotta dalla procura di Trapani che non si imbatta in personaggi della massoneria. E ci sono inchieste che oggi dimostrano come la magistratura continui ad avere un ventre molle che permette pericolose infiltrazioni: non si spara più, ma ancora oggi finiscono nell’occhio del ciclone i magistrati che lavorano correttamente e non i traditori o i corvi. Inoltre partendo da Trapani e girando per la Sicilia, fermandosi a Capaci, dove la resistenza a Cosa nostra non pare essere quella che appare, è ancora oggi facile imbattersi in investigatori preparati finiti sotto accusa proprio le loro qualità. Come accadde al Bellodi uscito dalla penna di Leonardo Sciascia.

Benvenuti a “Gommopoli”

A Trapani ci sono i colletti bianchi che parlano di Messina Denaro come di una persona da adorare e venerare. Un boss da far sindaco o addirittura premier. Questa non è una terra normale. Siamo nella moderna Mafiopoli di Peppino Impastato. Cinisi è tornata a vivere a Trapani, “Gommopoli” dove tutto rimbalza e sparisce. I sindaci dicono che Matteo Messina Denaro non è il primo dei problemi e sono gli stessi sindaci che poi ritroviamo accusati con certi deputati di far parte di logge massoniche segrete: la recente indagine Artemisia dei carabinieri ne ha colto uno spaccato – guarda caso – proprio in quel di Castelvetrano, città del boss latitante.

Gommopoli-Trapani resta il luogo ideale per coltivare equivoci che danno forza alla mafia. La città si prospetta non sempre in modo lucido dinanzi a una mafia capace di invadere la politica, la pubblica amministrazione e l’economia. La lotta contro Cosa nostra più che a Palermo si combatte qui, dove si sequestrano e confiscano i beni, dove i politici continuano a non rispettare la "distanza di sicurezza dai mafiosi" e "dalla massoneria", sale della minestra preparata in stanze segrete, servita ai trapanesi come la migliore e invece la più avvelenata

Da lavialibera n° 1 gennaio/febbraio 2020

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