L'avocado non è la risposta al riscaldamento globale

Il 10 per cento del territorio italiano è a rischio desertificazione. La regione più colpita è la Sicilia, seguita da Molise, Basilicata e Sardegna

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

Aggiornato il giorno 6 aprile 2021

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Dalla terrazza del suo agriturismo a Termini Imerese, in provincia di Palermo, Pino Di Leonardo guarda i laghetti scavati tanti anni fa per innaffiare i 15 ettari di terra che da tre generazioni danno da vivere alla sua famiglia.

“Il terreno è crepato, il raccolto di olive sarà scarso, e ad agosto non potremo piantare i carciofi”
agricoltore

"Ho 70 anni e coltivo da quando sono nato, ma non ho mai visto niente del genere: mi hanno sempre rifornito di acqua per tutta l’estate, mentre adesso sono asciutti da mesi – racconta –. Il terreno è crepato, il raccolto di olive sarà scarso, e ad agosto non potremo piantare i carciofi". Per gli agricoltori della Sicilia occidentale l’inverno appena passato è stato duro. E non solo per il coronavirus. Gennaio e febbraio scorsi sono stati classificati come "i più asciutti degli ultimi cento anni" e per oltre due mesi da queste parti non si è vista una goccia di pioggia.

Il cambiamento climatico in 5 punti e alcune buone notizie

Non è andata meglio in primavera, tanto che per l’Osservatorio europeo sulla siccità, ente del Centro comune di ricerca della Commissione Ue, dall’inizio del 2020 solo nel mese di marzo sarebbero state registrate sull’isola precipitazioni sufficienti. "La siccità ha compromesso le colture stagionali come grano, foraggi e ortaggi. Ma ha anche bloccato il lavoro nelle vigne, dove in quel periodo si doveva lavorare a nuovi impianti", racconta Antonino Cossentino, presidente della Confederazione italiana agricoltori della Sicilia occidentale. Eventi che ormai non sono più eccezionali: "Le annate con piogge scarse si ripetono con frequenza preoccupante, il cambiamento climatico è qualcosa con cui dobbiamo confrontarci sempre più spesso".

Verso il deserto

Il 10 per cento del territorio italiano è a rischio desertificazione. La regione più colpita è la Sicilia, seguita da Molise, Basilicata e Sardegna
Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, 2020

 "La siccità è una conseguenza dell’innalzamento delle temperature", spiega Mauro Centritto, direttore dell’Istituto della protezione sostenibile delle piante del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). "L’impatto in Europa, e soprattutto nel Mediterraneo, è già stato molto forte e le previsioni future fanno paura: si parla di una riduzione delle precipitazioni medie del 34 per cento entro la fine del secolo". L’ultimo stadio è la desertificazione, cioè la graduale trasformazione delle terre in deserto. Secondo le stime, il 70 per cento della Sicilia è a rischio e la Regione è stata la prima in Italia a dotarsi di un piano per contrastare il fenomeno, approvato l’11 giugno scorso, che punta a una migliore gestione delle risorse idriche e all’adozione di "migliori pratiche agricole, inclusa la sostituzione colturale" con specie che hanno bisogno di essere innaffiate meno spesso.

Ambiente e salute, la lezione del coronavirus 

L’isola non è la sola a soffrirne. I dati diffusi agli inizi di luglio dall’Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue hanno rivelato che quest’anno la portata del fiume Po, pur rimanendo superiore al 2019, è dimezzata rispetto alla media storica. Una situazione che preoccupa Meuccio Berselli, segretario generale dell’autorità di bacino del Po: "Ci troviamo a dover far fronte a periodi sempre più lunghi in cui le precipitazioni sono scarse o a macchia di leopardo, con la conseguente impossibilità di irrigare i campi in alcune zone". Quando si parla di siccità, il cosiddetto Grande fiume è un sorvegliato speciale. Il suo bacino idrico, che tocca sette regioni e copre un’area di circa 71mila chilometri, costituisce la principale riserva d’acqua della Pianura padana dove – precisa Berselli – "si concentra il 35 per cento della produzione agricola nazionale e si produce circa il 40 per cento del pil italiano".

La zona non è nuova a episodi di siccità, che si sono verificati nel 2003, nel 2007 e nel 2012. Ma nell’estate 2017, la più calda e meno piovosa della recente storia d’Italia, è stata chiara la percezione che qualcosa fosse cambiato. Per la prima volta dopo ottant’anni la diga di Mignano, costruita su un affluente del Po in provincia di Piacenza, è stata chiusa mettendo in difficoltà molti agricoltori dell’area e danneggiando oltre il 30 per cento della produzione. Roberto Varani, proprietario insieme al papà e al fratello di un’impresa agricola di 150 ettari coltivati a pomodoro, mais e grano a Fiorenzuola d’Arda, non lo dimenticherà mai. "Abbiamo dovuto scegliere quali piante irrigare e quali no e perso gran parte del raccolto – ricorda –. Non era mai successo. Da allora, siamo sempre preoccupati. Basta qualche mese meno piovoso in inverno, come quest’anno, a far scattare il campanello d’allarme".

Estrema normalità

Se i periodi di siccità sono diventati sempre più numerosi, lo stesso vale per le piogge torrenziali che colpiscono il nostro Paese. È successo a Palermo il 15 luglio scorso, quando la violenta pioggia che si è abbattuta sulla città ha allagato le strade, causando feriti. L’ultimo bilancio di Legambiente sui danni climatici parla di episodi in aumento: nel 2019 le precipitazioni intense hanno determinato 85 casi di allagamento, 16 esondazioni fluviali e cinque frane. Lo sa bene Filippo Giorgi, direttore della sezione di Scienze della Terra dell’Abdus Salam International centre for theoretical physics (Ictp) di Trieste. "Il riscaldamento globale fa sì che nell’atmosfera ci siano più energia e vapore acqueo. Così quando piove, tende a piovere più intensamente. Allo stesso tempo tende ad aumentare la frequenza e la durata dei periodi secchi tra una precipitazione e l’altra". Dal 2002 al 2008 Giorgi è stato vicedirettore del primo gruppo di lavoro del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (Ipcc), organizzazione che nel 2007 ha vinto il Nobel per la pace. Questi fenomeni li studia da anni e descrive in questi termini i due più importanti scenari possibili in futuro.

In Italia nel 2019 le precipitazioni intense hanno determinato 85 allagamenti, 16 esondazioni fluviali e 5 frane
Legambiente

"Se il riscaldamento globale dovesse essere contenuto entro i due gradi rispetto ai valori preindustriali – prosegue lo studioso –, avremo stagioni sempre più calde e un progressivo inaridimento. Mentre se le emissioni di gas serra non diminuissero, entro il 2100 potrebbe esserci un aumento della temperatura media sulla Terra che va dai quattro ai cinque gradi. Diventerebbero normalità ondate di calore come quella che ha interessato l’Europa nell’estate del 2003, quando abbiamo avuto i peggiori raccolti degli ultimi cinquant’anni. In pratica, immaginiamo di spostare l’Italia mille chilometri più a sud: il clima della Lombardia diventerebbe come quello della Sicilia e la Sicilia sarebbe arida come l’Africa settentrionale, con un profondo impatto sulle colture". 

Carrubi in Friuli

In Friuli Venezia Giulia, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) ha studiato in che modo potrebbe mutare il panorama: la pianura somiglierebbe a un paesaggio pugliese, con carrubi e fichi d’india, mentre le vigne andrebbero spostate tra i 700 e i mille metri. Ma le conseguenze del riscaldamento globale sono visibili sin da ora, avverte Andrea Cicogna, dell’Osservatorio meteorologico dell’Arpa in Friuli: "Gli inverni più caldi fanno sì che la fioritura sia anticipata, rendendo le colture più esposte a repentini abbassamenti di temperatura: i fiori vengono danneggiati, non producendo più i frutti. La gelata peggiore l’abbiamo avuta nel 2017, ma è successo anche quest’anno e a risentirne sono stati sia i meli sia le viti". Il cambiamento è ancor più marcato sulla vegetazione, tanto che Cesare Lasen, geobotanico e componente del comitato scientifico della fondazione Dolomiti Unesco, annota sul suo taccuino novità mai registrate in 45 anni di esperienza sul campo: in Veneto alcune orchidee che prima venivano avvistate sulle colline delle Prealpi adesso si trovano anche nel vallone Bellunese, duecento metri più su. In Trentino piante e arbusti stanno crescendo anche laddove negli anni Settanta c’era solo  nuda roccia, spostando più in alto il limitare della foresta. Uno studio di lungo periodo ha rivelato che la maggior parte delle specie vegetali ha esteso il suo territorio, ma quelle tipiche delle vette, per esempio la stella alpina, sono diventate più rare e coprono zone sempre minori.

Nello scenario peggiore, entro fine secolo la pianura friulana somiglierà a un paesaggio pugliese, mentre le vigne andranno spostate tra i 700 e i mille metri

Non c’è più il vino di una volta

Al Sud c’è chi sta cercando di adattarsi. Stando a un rapporto della Coldiretti del 2019, in Sicilia e Calabria i terreni piantati a frutti tropicali, la cui coltivazione in via sperimentale è iniziata nel 1960, sono incrementati di 60 volte negli ultimi cinque anni. Ma l’idea che una progressiva desertificazione nonché una riduzione della disponibilità idrica possano essere affrontate con un cambio di ordinamento produttivo, è una semplificazione sbagliata, lamenta Francesco Maria Ciancaleoni, dell’area ambiente e territorio di Coldiretti: "L’agricoltura  del nostro Paese è strettamente legata al territorio e determinate produzioni rischierebbero di non rispondere più in termini qualitativi, oltre che quantitativi, agli standard cui siamo abituati e su cui abbiamo investito a livello comunicativo ed economico. I primi effetti li stiamo già notando in alcune aree vocate a particolari colture, le cui caratteristiche climatiche e ambientali stanno cambiando per effetto del riscaldamento globale".

Per esempio delle ricerche effettuate sulla vite hanno mostrato che i problemi legati alla siccità e alle scottature, sempre più frequenti, stanno determinando nei vini qualità atipiche, oltre che un aumento della gradazione alcolica. Un altro aspetto lo solleva Andrea Passanisi, fondatore di Sicilia avocado, sotto la cui egida oggi si riuniscono 16 produttori di frutti tropicali dell’isola per un totale di 100 ettari. Passanisi, 36 anni, si è innamorato delle colture durante un viaggio in Brasile e nel 2000 ha mollato gli studi in giurisprudenza per piantare mango e avocado alle pendici dell’Etna. Quando gli si chiede se abbia tratto vantaggio dal cambiamento climatico, risponde "no" con decisione: "Queste piantagioni beneficiano dell’aumento delle temperature, è vero. Ma perché la produzione sia buona è necessario che le condizioni siano ottimali sempre. Mentre a causa dell’instabilità e degli eventi estremi la pianta non si abitua mai. Nel bilancio tra benefici e costi, a prevalere sono questi ultimi". L’avocado non è la risposta.

Da lavialibera n°4 luglio/agosto 2020

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