Roma, 17 gennaio 2024. L'allora sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro (Foto di Umberto Battaglia - Camera dei deputati)
Roma, 17 gennaio 2024. L'allora sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro (Foto di Umberto Battaglia - Camera dei deputati)

Delmastro & Co. Su chat, diffamazioni e inchieste, il parlamento sempre sempre i suoi membri

In questa legislatura, è sempre stato negato l'uso di intercettazioni, chat e email dei parlamentari per indagini e processi. Tranne cinque casi, le dichiarazioni al limite della diffamazione sono considerate sempre "nell'esercizio della funzione". Così Camera e Senato si sono fatte scudo degli eletti dalle azioni giudiziarie

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

27 luglio 2026

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Uno scudo, un altro, per difendere un parlamentare dai procedimenti giudiziari. Mercoledì 22 luglio la Giunta delle autorizzazioni a procedere, l’organismo della Camera che valuta le richieste della magistratura su vicende che riguardano i deputati, ha stabilito che la procura di Roma non potrà utilizzare le chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (Fratelli d’Italia) e il suo socio del ristorante “Bisteccheria d’Italia”, Mauro Caroccia, contenute nello smartphone sequestrato a quest’ultimo. Il ristoratore, già condannato a 4 anni per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa (era in affari col clan Senese), ora è sotto inchiesta per lo stesso reato: i pm avrebbero bisogno di conoscere alcune informazioni contenute in una chat di Whatsapp tra lui e i suoi soci, ma uno di questi è Delmastro, un parlamentare, e l’utilizzo può essere autorizzato soltanto dalla camera di appartenenza. Alla notizia della decisione contraria, che deve passare ancora al vaglio dell’aula il 30 luglio, le opposizioni hanno inscenato proteste in parlamento.

Quello di Delmastro è soltanto l’ultimo caso di un eletto che viene messo al riparo dai processi grazie al voto dei suoi colleghi. Un’analisi de lavialibera sui casi trattati nel corso di questa legislatura dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari al Senato e dalla Giunta delle autorizzazioni alla Camera dimostra come i parlamentari si siano schierati sempre – tranne rarissime eccezioni – a difesa dei loro colleghi. Casi esemplari del difficile equilibro dei poteri, politica e magistratura, ma anche della disparità di trattamento tra politici e comuni cittadini, siano essi coinvolti nelle stesse vicende o presunte vittime dei reati.

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“Si agisca nel pieno rispetto di quelle che sono le guarentigie previste dalla nostra Costituzione tanto per i senatori e tanto per i deputati”Sergio Rastrelli - Senatore di Fratelli d'Italia

La Camera dei deputati non ha mai autorizzato l’acquisizione di chat e mail ottenute dagli inquirenti nel corso delle indagini, indagini che possono proseguire, ma senza materiali potenzialmente utili. Ad esempio quelle tra l’ex sottosegretario alla Giustizia ed ex deputato Cosimo Maria Ferri, magistrato fuori ruolo in contatto con l’ex pm Luca Palamara. Il Consiglio superiore della magistratura ne aveva chiesto l’utilizzo per un procedimento disciplinare, ma la Camera l’ha negato. Bocciata anche la richiesta del giudice per l’udienza preliminare di Firenze per l’utilizzo della chat di Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Francesco Bonifazi, deputati coinvolti nell’inchiesta sui finanziamenti della Fondazione Open legata a Matteo Renzi. Più di recente, è stato negato l’uso delle chat su Whatsapp di Francesco Saverio Romano, deputato indagato di corruzione e turbativa d’asta dalla procura di Palermo nell’ambito di un’inchiesta che coinvolge anche l’ex presidente siciliano Salvatore Cuffaro. Ultimo caso valutato dalla giunta alla Camera è quello di Delmastro.

Anche al Senato, la tendenza è questa: i senatori hanno negato alla magistratura l’uso delle chat ed email di Matteo Renzi, sempre nell’inchiesta sui finanziamenti alla Fondazione Open (su questa vicenda, pesa una decisione fondamentale della Corte costituzionale), e di Armando Siri, ex senatore coinvolto in un’inchiesta per corruzione: quale sottosegretario ai Trasporti “avrebbe asservito le sue funzioni a interessi privati”, quelli dell’imprenditore Paolo Franco Arata, “a fronte della promessa o della dazione di 30.000 euro da parte di quest’ultimo”. Negata al Tribunale di Roma la possibilità di usare acquisire le chat su Whatsapp l’ex ministro della cultura Gennaro Sangiuliano e la sua amante Maria Rosaria Boccia nell’ambito di un’indagine per un presunto peculato, circa il possesso di una “chiave d’onore” in oro data dal sindaco di Pompei al politico, e da lui ceduta alla donna.

Gli unici casi in cui Palazzo Madama ha dato il suo ok riguarda casi di parlamentari ritenuti vittime di reati. Ad esempio c’è Marinella Pacifico, ex senatrice del M5s, per un’inchiesta nata dalla sua denuncia contro un accesso abusivo al suoi account Instagram. Più interessante, invece, le quattro autorizzazioni ad acquisire i tabulati del traffico in entrata alle due utenze di Claudio Lotito, senatore di Forza Italia e presidente della Lazio, tabulati utili all’indagine contro ignoti per le minacce, le ingiurie, le molestie dietro cui potrebbe celarsi una strategia degli ultras della Lazio affinché Lotito ceda il club calcistico, ragione per cui si ipotizza anche la tentata estorsione e la manipolazione del mercato.

Sul banco della giunta c’è anche una richiesta della procura di Milano, impegnata in un’indagine sulla cessione e l’acquisto di quote societarie di Monte dei paschi di Siena, in una vicenda etichettata come “risiko bancario”. I pm vogliono capire il modo in cui il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) abbia ceduto le sue partecipazioni e se siano stati favoriti alcuni banchieri. Per farlo, avrebbero bisogno di conoscere le conversazioni tra l’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala, con ministri e parlamentari. “Si agisca nel pieno rispetto di quelle che sono le guarentigie previste dalla nostra Costituzione tanto per i senatori e tanto per i  deputati”, ha ricordato il senatore FdI, Sergio Rastrelli. Così facendo, però, come per il caso Delmastro, si rischia di rallentare o intralciare le indagini su affari sospetti.

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Le offese al pari di “opinioni politiche” tutelate

“I membri del parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni”Articolo 68 - Costituzione italiana

Ci sono poi i tanti voti con cui è stato stabilito che alcune dichiarazioni fatte dai parlamentari, dichiarazioni ritenute offensive e diffamatorie da alcune persone, siano “insindacabili”, e cioè non possano essere messe in discussione perché protette dall’articolo 68 della Costituzione in base al quale “i membri del parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni”.

Con questa ragione, nel 2023, il Senato ha salvato Maurizio Gasparri che nel 2015, su Twitter, aveva offeso Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, due volontarie di una ong rapite in Siria, accusate dal senatore di aver avuto rapporti sessuali con i guerriglieri. Querelato per diffamazione, i suoi colleghi hanno ritenuto che le sue affermazioni fossero compiute nelle sue funzioni di parlamentare. Le due giovani hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani, che ha condannato l’Italia per non avere garantito un processo equo alle due giovani donne. Altre due volte i senatori hanno salvato Gasparri dal processo.

Su 18 richieste vagliate dalla giunta del Senato nel corso di questa legislatura, soltanto una è stata accolta e riguarda Carlo Calenda, denunciato dal sindaco di Benevento ed ex ministro Clemente Mastella per dei post diffamatori su Twitter e Facebook. “Non costituiscono opinioni espresse da un membro del parlamento nell’esercizio delle sue funzioni”, votava stavolta la giunta. Lo erano, invece, le frasi dette in aula dall’allora ministra del Turismo Daniela Santanché la quale, rispondendo ad alcune interrogazioni sui suoi problemi giudiziari, attaccava Giuseppe Zeno, ex socio della sua società Visibilia, definito “una sorta di finanziere”. L’uomo ha querelato, ma le frasi sono insindacabili, ha deciso il Senato il 15 luglio scorso. “L’oggetto dell’intervento fatto in Senato e l’attacco a Zeno non sono collegabili alla sua funzione ministeriale ma a vicende personali connesse alla sua attività di imprenditrice”, aveva contestato l’avvocato di Zeno.

Alla Camera, non va meglio. Sono oltre venti le questioni vagliate dalla giunta (e di queste, nove riguardano Vittorio Sgarbi) e soltanto quattro volte i deputati hanno ritenuto che le affermazioni incriminate non fossero state fatte nell’esercizio della funzione di deputato e per tre volte di mezzo c’era Sgarbi.

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Il caso Almastri, la scarcerazione e il rapido rimpatrio del generale libico ricercato dalla Corte penale internazionale, ha lasciato uno strascico giudiziario ancora in corso. Il tribunale di Roma, collegio per i reati ministeriali, aveva chiesto al parlamento l’autorizzazione a processare il ministro della Giustizia Carlo Nordio, (per rifiuto di atti d’ufficio e favoreggiamento personale), quello dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano (entrambi per concorso in favoreggiamento e in peculato). La giunta della Camera ha bocciato la richiesta “ritenendo che essi abbiano agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante e per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo” e l’aula ha confermato.

È rimasta però in ballo Giusi Bartolozzi, accusata dalla procura di aver dichiarato il falso ai pm. L’ex capo di gabinetto di Nordio, che si è dimessa dopo il referendum sulla giustizia, non era una parlamentare, e così è stata rinviata a giudizio: il 17 settembre prossimo si terrà la prima udienza del processo. Nel frattempo, però, la Camera ha sollevato un conflitto tra poteri dello Stato circa la decisione di processarla. Secondo i deputati, il tribunale avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione a procedere, anche se lei non era un’eletta. La questione è stata inviata alla Corte costituzionale che il 7 luglio l’ha ritenuta ammissibile, e quindi meritevole di un approfondimento nel merito, che avverrà tra ottobre e novembre. Il processo, a quel punto, dovrà aspettare.

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Quando un parlamentare o un ex parlamentare finisce a processo, può sorgere un conflitto tra i poteri dello Stato, tra parlamento e magistratura. Possono essere utilizzate conversazioni intercettate che coinvolgano un deputato o un senatore? Può essere sequestrata la sua corrispondenza? La Costituzione prevede delle garanzie maggiori per loro (per evitare pressioni e condizionamenti sulla loro attività), ma non sempre il percorso è lineare. Nel corso di questa legislatura, per sette volte dei giudici e per cinque volte il Senato si sono rivolti alla Corte costituzionale per dirimere delle controversie.

Al momento, al Palazzo della Consulta, sono cinque i conflitti di potere ancora da valutare. Una riguarda l’inchiesta sulla Santanché per la presunta truffa ai danni dell’Inps: la procura ha acquisito, senza chiedere l’autorizzazione al Senato, alcune email e una registrazione effettuata di nascosto da una dipendente della società, utili a capire se l’imprenditrice abbia fatto lavorare i suoi dipendenti mentre erano in cassa integrazione. Nell’attesa della decisione, il processo viene rinviato. Un altro caso riguarda la richiesta del Tribunale di Roma di utilizzare le intercettazioni di Siri nonostante la decisione contraria del Senato. C’è anche il conflitto che riguarda la deputata leghista di Catania Valeria Sudano per la perquisizione e l’utilizzo di intercettazioni e filmati acquisiti nel corso di un’inchiesta a carico del suo compagno, Luca Sammartino (ex vicepresidente e assessore all’Agricoltura della Regione Siciliana).

Di recente, ci sono state alcune pronunce che hanno dato ragione ai parlamentari. Ad esempio, una sentenza del 23 giugno scorso stabilisce che il Tribunale di Modena, nel corso di un processo all’ex senatore Carlo Giovanardi, avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione al Senato per poter utilizzare delle registrazioni fatte di nascosto da un co-imputato. L'ex senatore deve difendersi da accuse quali l'oltraggio a pubblico ufficiale, la rivelazione di segreti d'ufficio, la minaccia a pubblico ufficiale e la minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario. Nel febbraio 2022, quindi nella precedente legislatura, il Senato aveva "scudato" Giovanardi ritenendo le sue frasi quali opinioni espresse da un parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni, ma il 9 novembre 2023 la Corte costituzionale aveva annullato quella deliberazione aprendo la strada al processo. 

L’atteggiamento di cautela del parlamento e della Corte costituzionale non sono valse per Roberto Scarpinato, l’ex pm e attuale senatore del M5s: le conversazioni con l’ex collega Gioacchino Natoli, intercettato dalla procura di Caltanissetta nell’ambito di un’indagine sulla strage di via D’Amelio, sono finite sui banchi della commissione antimafia senza che sia stata chiesta l’autorizzazione alla giunta del Senato. Scarpinato ha sollevato il conflitto di attribuzione alla Corte costituzionale, che lo ha dichiarato inammissibile. Soltanto l’assemblea poteva promuovere il conflitto.

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