
L'antropologo Remotti: "Nessuna comunità è innocente"



6 agosto 2026
Ammette la cameriera del ristorante “La Cosa nostra” a Dublino: “Non è una bella pubblicità”. È una giovane italiana e lavora nel locale al numero 37 di Thomas Street, non lontano dal centro. Sulla porta all’ingresso c’è un adesivo: Insured by the mafia: you hit me, we hit you. Tradotto: “Assicurato dalla mafia: mi colpisci, ti colpisco”. Su una parete all’interno, foto del film Il padrino, ma anche quelle di criminali italo-americani: Al Capone, Lucky Luciano, Frank Costello, Vito Genovese, Tommaso Buscetta e una foto del maxi-processo di Palermo. “Benvenuti a La Cosa Nostra, dove le vivaci strade di Napoli incontrano l'affascinante cuore di Dublino”, si legge nel menù, dove spiccano pizze dai nomi come “Cosa nostra”, “Le cinque famiglie” (un rimando ai cinque clan della mafia siciliana a New York), “Dormine con i pesci” e altri nomi legati alla mafia italo-americana. La mafia siciliana, responsabile di stragi, morti innocenti, estorsioni e corruzioni, usata a mo’ di marchio che fa simpatia, un marchio capace inoltre di diffondere uno stereotipo sugli italiani e banalizzare un fenomeno criminale violento.
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Basta una ricerca sulla Company registration office irlandese per arrivare, in pochi passaggi, al nome della società, La Cosa nostra limited, avviata il 19 marzo 2023 allo stesso indirizzo (il ristorante ha aperto all’inizio del 2025), e al nome del proprietario. Il suo nome è Sean O’Liathain, nato il 25 febbraio 1970.
Scorrendo le notizie della stampa irlandese del 2025 si scopre che in origine il suo nome era Shane Lyons, poi cambiato in un nome gaelico: “Un criminale condannato, precedentemente classificato dalla polizia come un importante esponente della criminalità organizzata, ora gestisce un ristorante a tema mafioso nella zona sud del centro – si legge – Shane Lyons (57), che ha diversi precedenti penali, tra cui traffico di droga e aggressione violenta a due donne, ha negato che la sua ultima iniziativa imprenditoriale fosse una ‘copertura’ per i proventi della criminalità organizzata quando è stato contattato dall’Irish Independent”. Nel 2001 Lyons era stato condannato a quattro anni per traffico di droga. In seguito ha avuto alcuni processi per varie aggressioni. A distanza di anni, l’uomo pare voler rifarsi una vita, senza allontanare troppo la sua immagine da quella della criminalità, stando alla scelta del nome del locale.

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Sono quasi cento le attività sulla cui insegna è scritto “Cosa nostra”. Da una ricerca effettuata scaricando i dati da Google Maps e Open Street Maps, abbiamo ottenuto due liste di attività commerciali chiamate “Cosa nostra” (o in maniere affini, tipo “cosanostra”, “coza nostra” o “koza nostra”). I dati sono stati incrociati per trovare corrispondenze e poi verificati uno a uno, per eliminare quelli che nel frattempo hanno chiuso. Questo processo a permesso di selezionare 99 attività, per lo più ristoranti e pizzerie, ma anche bar, studi di tatuatori, barbieri e club. Si trovano soprattutto in Spagna (18) e Argentina (8), Germania (6), Brasile (5) e in altri stati del mondo: in Pakistan, Lituania, Thailandia, Russia e Stati Uniti. In Italia risulta esserci soltanto una braceria in provincia di Salerno: “Il nome fa sobbalzare chi non è campano, ma ‘cosa nostra’ non è un termine negativo da queste parti come in Sicilia, vuole significare è ‘nostro mestiere’, ‘sappiamo come fare’”, spiega un critico enogastronomico sul suo blog. Di certo, c'erano altre espressioni che potevano essere usate.
Altrove, i richiami a Il Padrino o agli ambienti gangster fanno intuire una diversa fonte d’ispirazione. “Ho pensato che dovesse essere qualcosa di italiano, qualcosa di facile da ricordare”, spiegava nel 2019 alla Dpa, agenzia di stampa tedesca, Petra Bratu, proprietaria del ristorante di Colonia “Cosa Nostra”, destinato a “ospiti d’onore”. In molti locali è evidente il richiamo al film di Francis Ford Coppola. Come il ristorante “Cosa nostra” a St Albans, in Inghilterra, al cui interno compaiono le foto di don Vito Corleone, interpretato da Marlon Brando. La società che lo gestisce è “La cosa nostra limited”, omonima di quella irlandese. L’amministratore è un cittadino inglese di origine albanese, Eltion Allushi, ma la società è stata aperta il 28 gennaio 1993, pochi mesi dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, da una famiglia di emigrati italiani, ancora molto attivi nel settore con altre attività nella cittadina a nord di Londra.
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Sorprende che alcune attività siano state avviate da italiani proprio negli anni in cui Cosa nostra compiva i suoi attentati più sanguinosi. A Mels, in Svizzera, nel 1995 un uomo ha aperto una pizzeria d’asporto con questo nome: oggi è una trattoria e ha cambiato nome, ma il richiamo a Cosa nostra resta nel sito internet (www.pizzeriacosanostra.ch), sui social e nel logo esposti all’interno del locale: “Buono il cibo, ma cos’è il nome? Un’esaltazione della mafia”, scriveva sei anni fa un cliente facendo notare la cattiva immagine degli italiani all’estero. La risposta? “Ogni riferimento è voluto dalla sua immaginazione – rispondeva piccato il proprietario –. Noi lavoriamo duro e creiamo cibo di alta qualità, il resto lo sta aggiungendo lei. Penso che questa sia una cattiva immagine per l’Italia”.

Un emigrato di Brescia a Phuket, in Thailandia, scomparso all’inizio del 2026, ha aperto trent’anni fa il ristorante “Cosa nostra”, che dai commenti sembra molto apprezzato per la sua cucina, sia dai turisti, sia dalla comunità italiana. Almeno qui, il richiamo al mondo criminale è ridotto: all’interno compaiono le foto di Luciano Pavarotti, Sophia Loren, Roberto Benigni, Roberto Baggio, Valentino Rossi e Silvio Berlusconi.

Sono pochi i clienti di questi ristoranti che si indignano. “Si mangia discretamente, ma la scelta del nome del locale è vergognosa”, commenta una cliente italiana del ristorante “Cosa nostra” a Ocrida, in Macedonia del Nord, sul lago a confine con l’Albania. Stesso tenore del commento lasciato su Google da un cliente italiano del ristorante a La Grande Motte, in Francia.

Nel 2018 il Tribunale dell’Ue ha stabilito che la catena di ristoranti "La mafia se sienta a la mesa" dava “un’immagine globalmente positiva delle azioni della Mafia e, in tal modo, banalizzare la percezione delle attività criminali di tale organizzazione”
Andrebbe studiata la strana passione degli spagnoli per i ristoranti di cucina italiana le cui insegne richiamano alle organizzazioni criminali. Dopo lunghi anni di traversie diplomatiche e giudiziarie sui marchi, (nel 2018 il Tribunale dell’Ue ha stabilito che la società dava “un’immagine globalmente positiva delle azioni della Mafia e, in tal modo, banalizzare la percezione delle attività criminali di tale organizzazione”), la catena “La mafia se sienta a la mesa” (cioè “La mafia si siede a tavola”) ha cambiato nome in un più neutro “La famiglia se sienta a la mesa” per i suoi tantissimi ristoranti, quasi 90.
In Spagna, però, restano 19 attività intitolate a Cosa nostra. Sono soprattutto ristoranti e pizzerie, ma ci sono anche pub, caffè, gelaterie, tatuatori e luoghi di cultura, come un centro culturale in un quartiere di Barcellona e un “antifa social club” a Castellón de la Plana, a nord di Valencia.
C’è una piccola catena chiamata “La cosa nostra”, il cui logo è un trancio di pizza con un cappello in stile Borsalino. Ha tre pizzerie (a Cervera e Tarrega, vicino a Leida, e a Manresa, vicino Barcellona), ma mira a crescere col franchising. Fa capo alla società Red and Green Things, amministrata da un imprenditore spagnolo.
C’è un altro spagnolo, Jordi Navarro, dietro a due ristoranti in Catalogna, a Santa Coloma de Cervelló e a Sant Boi de Llobreguì. Sul sito, l’amministratore spiega di aver messo insieme le sue più grandi passioni, la gastronomia e i film de Il Padrino. Ai suoi collaboratori spettano nomignoli come “il capo” e “il consiglieri”, mentre a se stesso riserva il titolo di “don”.
Chissà cosa ne penserebbero, gli spagnoli, se nel mondo aprisse una catena di gastronomia iberica chiamata "Eta", come l'organizzazione responsabile di oltre 800 morti.
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