Bruxelles, 17 febbraio 2020. Mark Zuckerberg, ad di Facebook, insieme a Věra Jourová, commissaria Ue per Valori e trasparenza, prima di un incontro per riscrivere le regole di Internet (Francisco Seco/Ap)
Bruxelles, 17 febbraio 2020. Mark Zuckerberg, ad di Facebook, insieme a Věra Jourová, commissaria Ue per Valori e trasparenza, prima di un incontro per riscrivere le regole di Internet (Francisco Seco/Ap)

Internet: bene comune e diritto umano

Durante la pandemia le multinazionali del web, tutte americane e cinesi, hanno moltiplicato i propri guadagni. Se l'Europa non saprà contrastare il loro potere monopolistico, perderà la scommessa per il futuro

Romano Prodi

Romano ProdiEx presidente Commissione europea e Primo ministro italiano

19 ottobre 2020

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La deflagrazione della pandemia da Covid-19 è stata potente e ci ha colti di sorpresa. Io stesso ho più volte ammesso che mai mi sarei aspettato una nuova pestilenza globale, dopo quella della Spagnola. E invece la diffusione del virus, partita dalla provincia cinese di Wuhan, ha raggiunto tutto l’Occidente in brevissimo tempo, come a dimostrare che le distanze, per quanto grandi, non rappresentano una valida barriera dinanzi al propagarsi prepotente di un virus che non solo ha causato centinaia di migliaia di vittime, ma che, con implacabile forza, ha messo in evidenza le debolezze del nostro mondo: le divisioni, le chiusure, le tensioni, gli scontri continui tra Cina e Stati Uniti per la supremazia commerciale e tecnologica, gli effetti della globalizzazione non governata, l’aumento delle disuguaglianze, l’indebolimento del welfare, la crisi del modello della democrazia che percorre tutto il mondo dall’Asia all’Occidente, la debolezza politica dell’Europa. Nelle lunghe ore di confinamento è sembrato che “il mondo ci fosse cascato addosso!” con tutto il peso dei suoi enormi e irrisolti problemi.

La pandemia ha inflitto un tale colpo all’economia mondiale che persino Trump, il più anti-keynesiano di tutti, è ricorso a Keynes per uscire dalla crisi: sono 2.200 i miliardi che ha messo a disposizione per risollevare l’economia americana. Un colpo così forte da essere riuscito a risvegliare l’Europa dal suo lungo sonno politico: l’asse franco tedesco si è rimesso in moto e la Germania ha sostenuto convintamente le richieste di Italia, Spagna e Francia. E nonostante le minacce dei cosiddetti Paesi “virtuosi”, il senso di solidarietà è prevalso traducendosi in un intervento senza precedenti. È come se finalmente a Bruxelles ci si fosse resi conto che la posta in gioco era il futuro stesso dell’Europa.

Sotto il profilo delle disuguaglianze, l’impatto del Covid-19 non ha certo migliorato la situazione, anzi il divario si sta facendo sempre più profondo. La pandemia ha messo in evidenza ed esacerbato contraddizioni e forti sperequazioni, non solo in campo economico: la pur ricca America, priva di un sistema sanitario universalistico – il più prezioso, insieme alla scuola, tra i beni comuni – ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane. Nei Paesi più poveri del pianeta, la pandemia ha provocato decine di migliaia di morti e la perdita di milioni di posti di lavoro che non saranno recuperati, se non in minima parte, e solo a emergenza sanitaria conclusa. 

Riconoscere i beni comuni: tra questioni giuridiche e lotte sociali

Chi guadagna dalla pandemia? 

Ma la pandemia ha fatto anche altro: mentre una grande parte della popolazione mondiale si è impoverita, le multinazionali del digitale hanno visto impennarsi i loro guadagni. Secondo i dati del rapporto Oxfam Potere, profitti e pandemia dello scorso 10 settembre, pubblicato a sei mesi dalla pandemia, sono 400 milioni i nuovi poveri causati dalla diffusione del virus, mentre le più grandi aziende tecnologiche del mondo continuano ad accumulare ricchezze: Google, Apple, Facebook e Amazon arriveranno a realizzare complessivamente quasi 27 miliardi di dollari di extra-profitti e si calcola che la sola Microsoft possa arrivare a 19 miliardi di dollari di utili in più rispetto alla media del quadriennio precedente. E mentre già dai primi mesi dell’anno, e dunque in piena crisi economica, un po’ in tutto il mondo ci si rinchiudeva in casa per proteggere se stessi e gli altri, questi colossi americani, i cosiddetti Gafam, avevano aumentato la loro capitalizzazione di oltre mille miliardi di dollari, una cifra venti volte superiore alla manovra finanziaria italiana. La sola Amazon ha visto aumentare il suo valore di 401 miliardi di dollari per effetto dell’aumento delle vendite, sia negli Stati Uniti, sia nei Paesi europei. A questo si deve aggiungere la consolidata forza dei giganti cinesi, come Tencent e Alibaba. Quest’ultima impresa, in occasione del black friday del 2019, ha venduto in un solo giorno beni per oltre 35 miliardi di dollari! Il primo miliardo dei quali in soli 14 secondi netti, poco più di un battito di ciglia.

Se non è la pandemia la causa del processo di crescita dei livelli di ricchezza finanziaria di questi colossi, non è però trascurabile che è durante la massima diffusione del coronavirus che si è registrato un aumento esponenziale, come mai era avvenuto prima. Siamo di fronte a nuovi giganti, quelli dell’Internet, che, oltre alle vendite a distanza, gestiscono tutto il flusso delle informazioni e dei dati che sempre più sono elementi cruciali per il controllo dell’intero genere umano. A cominciare dai dati relativi alla salute pubblica. Il rischio è lasciare in eredità ai nostri figli un mondo le cui chiavi di lettura saranno nella mani di una ristretta élite che continuerà a usarle a suo beneficio.

Dinanzi a questa prospettiva, piuttosto allarmante, non abbiamo ancora nemmeno la consolazione di una equa tassazione di quelle imprese che operano, ad esempio, sul mercato europeo. E se è pur vero che anche una più giusta politica fiscale nulla potrebbe contro il monopolio dei giganti del web, è altrettanto vero che essa costituirebbe una forma di risarcimento mettendo a disposizione risorse utili per riequilibrare il crescente aumento delle differenze e delle disuguaglianze che questi immensi processi di accumulazione in poche mani portano come conseguenza. Nemmeno possiamo rifugiarci nella speranza che queste trasformazioni producano un allargamento del mercato del lavoro che, invece, si farà più ristretto a causa dell’aumento della produttività conseguente proprio alla diffusione di queste innovazioni. Senza contare l’incombente ulteriore divisione fra un gruppo di specialisti e un crescente numero di operatori meno qualificati, fatalmente sempre più deboli.

Il web e la connessione non sono una gentile concessione dei giganti dell’Internet ma un diritto umano che va ascritto a pieno titolo come bene comune, così come l’acqua e la luce elettricaRomano Prodi

Chi paga il prezzo più alto?

In attesa che l’antitrust torni a fare il suo mestiere di regolatore del mercato, ci troviamo ad assistere al continuo rafforzamento di un sistema monopolistico che ha conquistato il controllo del digitale. Le web company crescono e acquisiscono ogni altra nuova azienda per paura che un giorno diventi concorrenziale. La cosa sembra non interessare la politica: il dominio di Google nell’indicizzazione delle ricerche si auto alimenta grazie alla pubblicità e non pesa sulle tasche dei cittadini. Quindi non crea scontento presso l’opinione pubblica che si dimentica che lo paghiamo ogni volta che consultiamo il motore di ricerca, cedendogli sempre qualche altro prezioso tassello della nostra privacy, delle nostre scelte, della nostra vita. E non ci rendiamo conto che il prezzo corrisposto al monopolio è esorbitante. Mentre il web e la connessione non sono una gentile concessione dei giganti dell’Internet ma un diritto umano che va ascritto a pieno titolo come un bene comune, così come lo sono l’acqua e la luce elettrica. Se prima della pandemia questa affermazione poteva sembrare esagerata, oggi ogni incertezza dovrebbe considerarsi superata.

Soltanto il 17,4% delle scuole è connesso con tecnologia Ftth (Fiber to the home). Il 25% degli studenti ha problemi di velocità della connessione da casaAgcom, relazione 2020

Durante il lockdown, solo in Italia, sono stati oltre un milione e mezzo gli studenti a cui è stato impossibile seguire le lezioni a distanza. Perchè, semplicemente, è stato negato loro l’accesso alla Rete: non avevano cioè nessuna connessione. Possiamo regalare, con l’elargizione di bonus ad hoc, quanti strumenti elettronici vogliamo, ma resteranno oggetti senza alcun valore se non saranno connessi e interconnessi. Senza la connessione il diritto primario della scuola è stato inesigibile da un numero troppo elevato di minori per un Paese come il nostro. E se a causa del coronavirus abbiamo capito che sarà bene correggere la globalizzazione, facendo in modo che alcuni beni siano prodotti vicino a casa, come ad esempio mascherine e respiratori, allo stesso modo dobbiamo garantire al più presto l’accesso a Internet a tutti. Dichiarare la connessione un diritto umano aiuterà a raggiungere questo traguardo.

Meno di un terzo degli insegnanti afferma di aver raggiunto tutti gli studenti della propria classe con la didattica a distanza. Al sud la quota scende al 24,2%, 23,7% nel caso delle isole
“La scuola «restata a casa»”, ricerca Flc Cgil 2020

Non si tratta solo di istruzione: la connessione a Internet ha un forte impatto sulla possibilità di una formazione continua che contribuisce al miglioramento professionale, incide sulle attività legate alla sanità e alla lotta alla povertà, sostiene la possibilità di creare e trovare lavoro. Già da alcuni anni la Fondazione per la collaborazione tra i popoli lavora su questi temi a partire da un’analisi sulla diversità in Africa tra chi è connesso e chi non lo è. Nel 2017 ha proposto un dibattito che ha coinvolto un nutrito gruppo di istituzioni, dalla Columbia university all’Accademia pontificia, ponendo al centro il dossier sulla connessione alla Rete. Oggi quel dibattito ha assunto tutta l’urgenza che la pandemia da coronavirus ha dimostrato. Nel lungo lockdown, non solo gli studenti connessi hanno potuto proseguire, seppur in modo diverso, il percorso formativo ed educativo mantenendosi in contatto con la loro comunità di riferimento, ma anche milioni di lavoratori sono dovuti ricorrere al lavoro a distanza, rinunciando a spostamenti e presenze anche per quegli aspetti dell’esercizio della professione che mai avrebbero immaginato di poter affidare alla Rete.

La tecnologia bene comune, contro le disuguaglianze digitali

Il web come diritto umano

Se l’Europa non saprà competere, costruendo navi capaci di contrastare il potere monopolistico dovrà continuare a dipendere dalla loro forza. E avrà perso la scommessa per il futuro

La questione della connessione come diritto umano è stata affrontata anche nella Commissione per i diritti umani dell’Onu. Ora spetta all’Europarlamento proseguire, tenendo ben chiaro che l’aspetto tecnologico non può avere una sola valenza economica, perché forti e imprescindibili sono gli aspetti umanitari, etici, legali e filosofici. Non è solo business, ma diritto. Un diritto particolarmente importante, poiché rappresenta il lasciapassare dal vecchio al nuovo mondo.

C’è sicuramente il timore, da parte di alcune nazioni, che i costi di una Rete infrastrutturale digitale mondiale ricadano sui Paesi ricchi e che il diritto alla connettività equivalga a un principio di gratuità. Ma è un falso problema. Innanzitutto, il riconoscimento del diritto non costa nulla e, in secondo luogo, avere un diritto non significa pretenderne la gratuità: l’accesso al web è paragonabile al diritto all’acqua, che contemporaneamente entra nelle nostre case, così come vi entrano le  bollette. Il problema è chi dovrebbe farsi carico della realizzazione delle infrastrutture digitali. E qui l’Europa deve trovare la forza per entrare in partita perché lasciarsi sfuggire la corsa alla connettività significa perdere la corsa per il futuro.

Chiedo scusa se ancora una volta ricorro ad un esempio, per concludere, che ho già utilizzato tante volte, ma è efficace per spiegare il momento in cui ci troviamo. Gli Stati italiani del Cinquecento erano i primi in tutto: musica, pittura, poesia, arte bellica, ingegneria e partita doppia. La scoperta dell’America allargò improvvisamente i confini del mondo: si è trattato di fatto di una globalizzazione che ha disegnato, in breve tempo, un’altra realtà e poi una nuova società. Ma gli Stati italiani non furono in grado di mettersi insieme per riuscire a costruire le grandi caravelle con le quali affrontare i lunghi viaggi verso i nuovi mercati e così sono scomparsi per quattro secoli dalla mappa del mondo. Se l’Europa non saprà competere, costruendo navi capaci di contrastare il potere monopolistico delle nuove caravelle di oggi che sono Google, Apple, Facebook, Amazon, Alibaba, Tencent, tutte americane e cinesi, dovrà continuare a dipendere dalla loro forza pervasiva. E avrà perso la scommessa per il futuro, oltre alla possibilità di incidere in questo strategico settore affermando i propri principi etici e solidaristici, gli stessi che le consentirono di rimettersi in piedi dopo il secondo conflitto mondiale, gli stessi che abbiamo rivisto in campo, con soddisfazione, a seguito della pandemia da Covid-19.

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